Scuola faunistica venatoria veneta - Piazza San Lorenzo - 31048 Rovare' di San Biagio di Callalta, TV - Tel. 360.466786

Ekoclub Venezia

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Indice:

Nidi artificiali

Nutria

Etica venatoria

Baldon

Avanza la ricerca nei biocarburanti da alghe

Il sughero

Lo sciacallo dorato nella bassa trevigiana?

Luppolo (bruscandoli)

Silene (sciopeti)

Nucleare

Colori e disegni degli uccelli

Organi di senso degli uccelli

Scheletro e ossa degli uccelli

Becco

I giorni della merla

Stramonio: veleno

Galaverna (ziibria o brumestega)

Energia pulita prodotta nel padovano

Lucciole, magiche lanterne

L'inanellamento degli uccelli a scopo scientifico

Vischio

Le guerre sconosciute per il cotone

Sai distinguere un grillo da una cavalletta?

Gambero di fiume

Anodonti: conchiglie di fiume

Garzetta schistacea

I veleni nei nostri giardini

Tartarughe dalle orecchie rosse

Capriolo o unicorno?

Come distruggere la propria associazione

Parchi ed aree protette.

La verità sull'innevamento artificiale delle piste da sci.

Energie rinnovabili e ambiente.

La foca monaca: vittima del turismo e del progresso

Le vipere presenti in Italia.

Vespe, api, calabroni, zanzare, pappatoci, pulci, zecche, vipere, ecc.

Dolomiti.

Galliformi alpini: tutela e gestione faunistica.

I rifiuti possono produrre energia

Diossina: inquinante organico persistente.

 

 

 

Nidi artificiali

Convincere alcuni uccelli ad installarsi nel nostro giardino sarà molto utile ad alcune specie che sempre con maggior difficoltà riescono a trovare siti idonei per nidificare e vi darà il piacere di vedere ogni giorno questi simpatici ospiti, osservare i loro rituali per la riproduzione ed assistere allo spettacolo della riproduzione, senza calcolare che, tra l'altro, durante il periodo riproduttivo, gli insettivori in particolare, ma anche i granivori, contribuiscono non poco a combattere i parassiti delle piante.

Collocare delle casette nido è il modo migliore per ottenere, con buona probabilità, i risultati illustrati sopra.

Esistono diversi tipi di cassette nido: a mensola o a casetta aperta; a casetta chiusa; tegola speciali.

Le casette aperte sono adatte per uccelli come il pettirosso, che in natura costruisce il suo nido di fango ed erba alla biforcazione di un tronco o su un grosso ramo.

Le casette chiuse sono accettate da molte specie. Le dimensioni variano notevolmente (vedi tabella sotto), ma la struttura base rimane la medesima. Alcune specie, come cince e picchi muratori, indugiano un poco prima di entrare nel nido, e talvolta preferiscono cassette dotate di posatoio. Altre specie, ad esempio i picchi, volano direttamente all'interno.

Le tegole speciali vanno collocate sui tetti per favorire la nidificazione dei rondoni: anche le riproduzioni delle coppe di fango dei balestrucci, opportunamente sistemate sotto i cornicioni, possono servire allo scopo.

Per individuare la corretta posizione di una cassetta nido occorre procedere per approssimazioni successive. Dovrebbe essere posta almeno a 2 metri dal suolo, in una posizione tranquilla e riparata, dove arrivi un poco di sole, in modo che l'interno rimanga asciutto, ma non troppo, per non surriscaldare la cassetta.

Le cassette aperte devono essere sistemate sul tronco di un albero; saranno più gradite dagli uccelli se ulteriormente nascoste da fronde ricadenti.

Per tenere alla larga passeri e storni, sistemate le cassette nido lontano dagli edifici, il loro habitat d'elezione.

Fissate le cassette solo quando vi accorgete che la vostra specie preferita sta cercando un posto per nidificare. Se il vostro nido non viene occupato immediatamente non scoraggiatevi: esaminate attentamente le esigenze della specie, quindi decidete la posizione più adatta.

Una volta che gli uccelli vi si sono stabiliti, non provate ad avvicinarvi: potreste farli fuggire oppure segnalare inavvertitamente la loro presenza ai predatori (gatti compresi).

Non spostate la cassetta fino al termine della stagione riproduttiva, perché molte coppie allevano due o tre nidiate consecutive, oppure Potrebbero giungere nuovi ospiti. Quando la fase riproduttiva è terminata, ripulite la cassetta e preparatela per la primavera successiva, tenete in considerazione che alcuni uccelli utilizzano la casetta in inverno per ripararsi dal freddo.

La presenza di un singolo uccello o di una coppia nelle vicinanze del nido può essere un promettente segnale di interesse. Dopo qualche ora o giorno di ispezione della zona e del nido, uno o entrambi i futuri genitori iniziano a imbottire la cassetta con ramoscelli e fili d'erba o muschio. Dopo qualche giorno riuscirete solo a vedere il maschio che porta I'imbeccata alla femmina in cova. Quando finalmente le uova si sono schiuse, la femmina farà di nuovo la sua apparizione e insieme al compagno si darà da fare per procurare il cibo ai piccoli, aumentando la frequenza delle imbeccate a mano a mano che questi crescono.

Spesso, dopo essere entrato nel nido con il cibo, l'adulto ne esce con una pallina bianca nel becco: è il sacchetto fecale contenente gli escrementi dei

piccoli. In questa fase i piccoli sono molto rumorosi, basta battere sul tronco dell'albero dov'è collocata la casetta per sentirli pigolare.

La fase dell'involo è la più pericolosa, i pulcini sono facile preda di ghiandaie e gatti, la vostra presenza in giardino può scoraggiare i predatori. Dopo l'involo alcuni gruppi familiari rimarranno nel giardino: potrete quindi osservare i genitori prendersi cura dei giovani già grandicelli.

La presenza di una mangiatoia nei mesi più freddi può convincere gli uccelli a fermarsi nel vostro giardino, in primavera, per la riproduzione.

 

Tabella dimensioni casette chiuse

 

 Uccello

fondo casetta 

altezza del foro 

diametro foro 

Passero 

15x15

20 cm 

50 mm 

Taccola

20x20

40 cm

150 mm

Civetta 

20x20

30 cm

70 mm

Picchio muratore

20x20

18 cm

50 mm

Storno 

15x15

30 cm

50 mm

Cinciallegra

15x12

18 cm

40 mm

Codirosso

15x12

20 cm

40 mm

Picchi

15x15

35 cm

60 mm

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Etica venatoria

L'esercizio venatorio non può essere lasciato al beneplacito del singolo cacciatore. Chi esercita la caccia è tenuto a tenere un comportamento che domini la passione, con ragionevolezza e conoscenza di causa.

Etica venatoria verso se stessi significa acquisizione da parte del cacciatore di una mentalità frutto della riflessione e dell'onestà, accettazione del dominio della ragione e necessità di fare delle rinunce. Curare la propria formazione e abituarsi a riflettere anziché agire d'istinto. Utilizzare l'arma in sicurezza, che non è spavalderia, senza il timore che induce alla paura.

Etica venatoria verso la selvaggina significa che il cacciatore deve collaborare per assicurare alla selvaggina la dovuta protezione, astenendosi dalle azioni contrarie alla legge che possono nuocere alle popolazioni degli animali cacciabili e alle specie protette. Gli spari ai selvatici vanno effettuati esclusivamente con lo scopo di colpirli mortalmente, evitando quindi tiri maldestri che possono ferire un selvatico e farlo soffrire inutilmente. Non si tira al fagiano in ramo o alla lepre al covo. Il cacciatore deve saper rinunciare al tiro anche ad un animale cacciabile se ritiene che il capo in questione riveste un valore o è di utilità per gli altri animali del branco o della colonia.

Etica venatoria verso gli altri cacciatori significa che le regole di prudenza e di cortesia vanno osservate in modo da non provocare la reazione degli altri cacciatori. Sul terreno di caccia vanno rispettate le precedenze, le postazioni già occupare e non va intralciato l'esercizio venatorio altrui. L'azione di caccia non termina finché il cacciatore non cessa di inseguire il selvatico. Non esistono privilegi e tutti hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri.

Etica venatoria verso terzi. I territori in cui si esercita l'attività venatoria sono frequentati anche da altre persone: sportivi, agricoltori, attività di controllo, ecc. La maggior parte di queste persone cerca tranquillità e distensione e sono contrarie alla caccia. La presenza del cacciatore può destare moti di simpatia, avversione o indifferenza. E' il comportamento del cacciatore a provocare reazioni che possono dare origine a giudizi negativi per la caccia. Il cacciatore porta un'arma che va maneggiata con prudenza. Egli deve dimostrare nei fatti di preoccuparsi dell'incolumità delle persone. Non sono tollerati atteggiamenti spavaldi. Il cacciatore prima di sparare il colpo di fucile deve essere sicuro che il terreno è libero. Non va mai dimenticato che ogni giudizio negativo sul cacciatore si riversa, immancabilmente, sulla caccia in senso generale.

Etica venatoria verso le cose di terzi significa che le coltivazioni vanno rispettate, evitando vandalismi gratuiti e inutili che sono anche dannosi alla causa venatoria. Un atteggiamento rispettoso nei confronti dei beni altrui trova le sue radici in un comportamento corretto del cittadino, frutto di riflessione e di un'educazione civile.

Alcuni consigli di prudenza.

1) Conoscere il calendario venatorio.

2) Rispettare il calendario venatorio.

3) Tenere sempre il fucile aperto e scarico salvo che in azione di caccia.

4) Accertarsi che le canne siano libere da corpi estranei prima di caricare l'arma.

5) Avere l'assoluta certezza del bersaglio prima di sparare.

6) Per chiudere il fucile dopo averlo caricato si fa ruotare il calcio e non le canne.

7) E' buona regola non utilizzare la sicura ma aprire l'arma: è più sicuro.

8) Con un'arma carica non si scavalca mai un ostacolo, non si passa mai attraverso due fili di ferro e non si salta mai un fosso. In questi caso l'arma va aperta e scaricata: è più sicuro.

9) L'arma va sempre maneggiata come se fosse carica anche se si è sicurissimi che non lo è.

10) Quando un fucile non viene usato deve essere riposto con cura, meglio se smontato. Se ci sono bambini in casa, armi e munizioni vanno posti in luoghi separati.

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Nutria

La nutria (Myocastor coypus), detta anche castorino o topo d'acqua, è un roditore di notevoli dimensioni, originario del Sud-America, da dove è stato esportato in diversi paesi a scopo d'allevamento per ottenerne pelli pregiate. Il suo corpo è coperto da una pelliccia folta, di colore marrone sul dorso, rossastra sui fianchi e scura sul ventre, molto soffice, formata da una lanetta morbida da cui escono però numerosi peli lunghi e setolosi. La testa è tarchiata con punta del naso e labbra bianchi, denti giallo/arancio ed orecchie piccole.
Questo animale vive negli ambienti acquatici e palustri in genere, preferisce acque calme e non troppo fredde, per questo i suoi arti posteriori, che sono corti e robusti, hanno dita unite da una membrana. La lunga coda è cilindrica, rivestita da squame e da radi peli setolosi.
Il nutria, o come si usa dire oggi, la nutria, è un ottimo nuotatore che vive sule sponde di laghi, fiumi o paludi, scava tane sotterranee sulle rive, generalmente con l'entrata posta sotto il livello dell'acqua (nella pianura Padana pone le entrate a circa 50 cm sopra il pelo dell'acqua e con un vistoso scivolo verso l'acqua). Si nutre prevalentemente di vegetali (rode le gambe delle canne di mais per far cadere la pannocchia), ma quando è possibile anche di pesci o altri animali. Nella vita in cattività è praticamente onnivoro.
La nutria è un mammifero molto prolifico: la femmina mette al mondo da cinque a dieci piccoli per parto straordinariamente sviluppati, già coperti di pelo e in grado di vedere. Dopo pochi giorni dalla nascita i cuccioli possono seguire la madre all'aperto ed essa li porta in giro attaccati alle mammelle che, fatto molto curioso, sono poste sui fianchi in alto, quasi sul dorso. Ciò permette ai piccoli di tenere il naso fuori del pelo dell'acqua quando succhiano il latte della madre. La nutria è un lontano parente del castoro al quale assomiglia.

 

Avanza la ricerca sui biocarburanti da alghe.

In luglio la Exxon Mobil Corporation e la Synthetic Genomics inc. (SGI) hanno annunciato l’apertura di una nuova struttura per passare ad un livello più avanzato nella ricerca e nella sperimentazione del programma sui biocarburanti da alghe. Nella nuova struttura inaugurata a in California, si passerà da un ambiente di laboratorio ad uno dove meglio saranno rispecchiate le condizioni reali per la produzione di alghe. I ricercatori di Exxon Mobil utilizzeranno la struttura per verificare se grandi quantità di carburanti possano essere prodotti da alghe in modo competitivo sotto il profilo economico. Saranno effettuate varie prove di coltivazione delle alghe sia in vasche aperte sia in locali con foto-bioreattori chiusi. Valuteranno varie tipologie di alghe sia naturali sia prodotte in laboratorio, in diversi sistemi di crescita e in un ampia gamma di parametri ambientali quali: diversi livelli di illuminazione, temperatura e concentrazione di nutritivi. Si studieranno diversi sistemi nel processo della produzione di bio carburante, compresi la raccolta ed il recupero del bio-olio. La fase successiva del progetto prevede l’apertura di un impianto sperimentale di grandi dimensioni nel 2011 e l’investimento di 600 milioni di dollari nel programma sui bio carburanti da parte della Exxon Mobil. La prestigiosa istituzione di ricerca è diretta da J. Craig Venter, uno dei più prestigiosi biologi del mondo, pioniere negli studi sul genoma.

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El Baldon

Il "Baldon" è una pietanza povera che ha antiche origini contadine. Questo alimento permetteva d'integrare, apportando proteine, la povera dieta delle popolazioni che abitavano nelle campagne venete decenni or sono.

In queste popolazioni la dieta era costituita principalmente dalla polenta che, da sola, non dava i nutritivi necessari all'organismo. Il momento culminante della produttività nella campagna era contrassegnato dall'uccisione del maiale, ma i metodi per la conservazione delle carni erano limitati.

Come è noto, del maiale non veniva scartato nulla ed in particolare il sangue, molto nutriente, era utilizzato per preparare dolci o cotto con le cipolle. Con l'andare del tempo, alcuni contadini provarono vari metodi per conservare il sangue del maiale: uno dei metodi era quello di insaccarlo con alcune salsicce che prendevano il nome di "fegadei", un altro modo era la produzione del "baldon".

La necessità della conservazione diede quindi origine al "baldon": sangue di maiale impastato con farina, latte, poca uvetta, e poco zucchero, il tutto cotto ed insaccato. Preparato in questo modo e lasciato stagionare nel modo corretto, poteva durare alcuni mesi.

Nelle campagne venete il paese di Breda di Piave divenne famoso per il buonissimo "baldon" che si produceva, al punto che dalla città di Treviso, alcuni "cittadini" si recavano a Breda apposta per acquistare il "baldon".

La semplice cultura contadina finì per associare questa caratteristica particolare produzione ai paesani di Breda che erano additati con l'appellativo di "quei del baldon" o "baldoni", nel senso di indicare una persona povera o come modo di dire per indicare "povera e poca cosa".

Oggigiorno è impensabile procedere alla preparazione di questa ricetta poiché il sangue di maiale non può essere commercializzato.

Rimane, per fortuna, la tradizione del "baldon" a Breda di Piave dove, una volta all'anno, verso la fine di gennaio, viene riproposto nella tradizionale "Sagra della Conversione di San Paolo e Festa del Baldon" (info: Pro Loco di Breda di Piave 0422600706).

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Il sughero

La Quercia Sughera (Quercus Suber), si trova in Europa meridionale e Africa boreale,  là dove il clima e I'altitudine permettono il rigoglio dei boschi. Può raggiungere un’altezza  imponente, ha il tronco robusto e la chioma densa, sempre verde. Queste caratteristiche le conferiscono un aspetto maestoso ed hanno fatto di quest’albero un simbolo di forza e di perennità fin dai tempi più antichi. Già menzionata nella Bibbia, a detta dello scrittore greco Teofrasto era conosciuta sin da quattro secoli avanti Cristo dalle popolazioni gravitanti sul Mediterraneo. La quercia sughera fu dai Greci dedicata a Giove, e godette il raro privilegio di non poter essere abbattuta senza il consenso dei sacerdoti. Famose in Grecia erano le querce sughere del bosco di Dodona in Epiro, dove una gentile leggenda voleva che fra corteccia e corteccia vivessero le Amadriadi (ninfe dei boschi) per ascoltare e trasmettere agli uomini gli oracoli che pronunciavano gli alberi.

Le popolazioni italiche preesistenti ai Latini ugualmente la venerarono, e di ciò rimane a testimonianza la descrizione fatta da Plinio di una quercia millenaria sorgente sul colle Vaticano: a detta dell'autore latino, il tronco dell’albero era, infatti, copiosamente inciso con iscrizioni votive attestanti un vero e proprio culto tributato alla Quercia.

Ugualmente antica è la conoscenza delle proprietà del sughero che già 3000 anni a. C. veniva usato dai Cinesi per arnesi da pesca e salvagente, per uguale scopo esso fu adottato anche dagli Armeni e le prove di un suo impiego presso le popolazioni nuragiche della Sardegna è risultato da alcune scoperte archeologiche. Nella costruzione di mobili e di oggetti ornamentali in sughero gli Arabi furono maestri, e per scopi decorativi esso fu pure adottato in Italia e in altri paesi d'Europa sin dal Rinascimento. I Romani infine, come lo attestano le dichiarazioni di Plinio e alcune anfore tappate con turaccioli di sughero rinvenute a Pompei, se ne giovarono largamente per la fabbricazione dei tappi.

La pianta da sughero appartiene al genere “Quercus”. L'altezza e la robustezza del tronco variano a seconda dell'età e della specie (Suber Hispanicum, Quercus bivoniana e la Quercus occidentalis), in media raggiunge i 10/15 metri d'altezza, toccando talvolta anche i 22 metri, mentre il tronco, che mediamente ha una circonferenza di m. 2,50, può raggiungere anche i 4 metri. Le sue foglie, coriacee, più o meno ovali, dentate o intere a seconda della specie, sono di color verde scuro nella faccia superiore e bianco nell'inferiore: si dispongono sul ramo obliquamente, in tal modo lasciano filtrare discretamente la luce permettendo la vegetazione del sottobosco, preziosissimo alla vita della quercia stessa poiché trattiene I'umidità. La quercia fiorisce in aprile/maggio e il suo frutto, cupoliforme e fornito di ghianda come quello del rovere, presenta la caratteristica di riprodursi solo una volta ogni due anni. La quercia da sughero benché possa vegetare anche in terreni asciutti e rocciosi, ama il clima temperato, i terreni umidi e profondi ed un'altitudine inferiore ai 1000 metri; il clima ideale per la sua crescita e perché essa possa produrre buon sughero, è quello che generalmente si riscontra in tutto il bacino mediterraneo e soprattutto nel Portogallo, dove le alterne influenze del Mediterraneo e dell'Atlantico assicurano costantemente le condizioni climatiche di cui l'albero ha bisogno. Nel bacino mediterraneo cresce infatti la specie migliore, la “Suber Hispanicum”, che mal sopporta il trapianto in altre località e la cui coltivazione costituisce una fonte considerevole di ricchezza per il Portogallo e la Spagna, e in percentuale minore, per la Francia, I'Algeria, I'Italia, la Grecia e la Turchia. Il versante tirrenico, ma soprattutto la Sardegna e la Sicilia, sono le zone italiane più largamente interessate alla coltivazione delle sugherete.

Il tronco della quercia è fornito di una doppia corteccia: quella interna, chiamata “madre o libro”, è formata da tessuti fibrosi e finissimi nei quali scorre copiosamente la linfa; per proteggere questo prezioso liquido la pianta utilizza un manto (il fellogeno), che ha la proprietà di generare un tessuto cellulare, morbido e spugnoso, ottimo isolante del caldo e del freddo e perfettamente impermeabile. Questo tessuto è il sughero. Di anno in anno gli strati di sughero si accumulano, raggiungendo dopo 14 anni il massimo spessore (dai 20 ai 70 mm). In determinate stagioni, il sughero può essere estirpato senza danno purché durante l’operazione di decorticamento si ponga ogni cura affinché il fellogeno non venga offeso.

Molto pazienti debbono essere i coltivatori di sugherete: la quercia sughera è, infatti. in grado di subire la prima decortica solo tra il l0° e il 20° anno di età, quando il tronco, irrobustitosi, ha ormai raggiunto la circonferenza di 30-40 cm.; il prodotto di questo primo raccolto, che viene chiamato “sugherone, sughero primario o maschio” (la prima decortica si chiama “demaschiatura”), essendo assai ruvido e nodoso, non può essere usato per la fabbricazione dei turaccioli, ma viene impiegato per la preparazione degli agglomerati. Dalle decortiche “scorzature” successive, che avvengono a distanza di 7-14 anni l'una dall'altra, si ricava il sughero migliore, chiamato “sughero secondario o femmina”, che la quercia continuerà a produrre con uniforme intensità sino a che non abbia raggiunto i 60/70 anni; oltre questo termine, l'albero, giunto alla sua maturità, diminuisce gradatamente la produzione di corteccia sino a che, giunto all'età di 200 anni, non la cesserà del tutto.

La corteccia grezza, ancor prima di essere avviata ai centri di raccolta, viene lasciata generalmente per qualche tempo in foresta, affinché al contatto dell'aria e del sole si prosciughi parzialmente e si purifichi sommariamente delle sostanze organiche che potrebbero essere imprigionate nelle sue cellule; esse, infatti, oltre che deteriorare il sughero, putrefacendosi, potrebbero generare odori ed acidi molto sgradevoli e nocivi.

Nei centri di raccolta, il sughero grezzo subisce varie operazioni prima di poter essere finalmente considerato mercantile; dapprima le plance vengono bollite in apposite caldaie di rame affinché il sughero si liberi del tannino e aumenti di volume e di flessibilità; poi, dopo essere state lasciate nuovamente all'aria aperta, passano sotto le mani dei raspatori che ne raschiano le parti lignificate; infine, vengono tagliate in strisce, selezionate secondo le dimensioni della striscia, la qualità e lo spessore del sughero.

Circa il 90 per cento del sughero secondario viene usato per la fabbricazione dei turaccioli: questo materiale, dal XVII sec. è diventato infatti il preferito per la chiusura dei recipienti (è isolante del caldo e del freddo, inerte e pressoché inodore, elastico ed impermeabile). Il diametro del turacciolo è preso comunemente nello spessore della striscia di sughero (da 3 a 4 cm).

Il sughero primario e quello di scarto servono per la produzione degli agglomerati: una categoria importantissima in questo ramo dell'industria per le sue molteplici applicazioni. L'agglomerato asfaltato (sughero macinato composto con pece, bitume ed altre sostanze), l'agglomerato bianco (un composto di granulato di sughero e collanti) che trova impiego nell'edilizia. Il tipo più fine di agglomerato è la suberina (granulato finissimo composto con collanti), è impiegato nell'industria meccanica, nonché in prodotti svariati legati all'arredamento e all'abbigliamento e per preparare, mediante carbonizzazione, il “nero di sughero o di Spagna”.

Oltre alla carta di sughero si ricordi infine il linoleum (polvere di sughero mescolata a caldo con resine ed olio di lino, pressata sopra tessuti di juta interamente verniciati) che è utilizzato in edilizia e nell'arredamento.

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Lo sciacallo dorato nella bassa trevigiana?

Lo sciacallo dorato è presente in alcune zone dell'Asia e del sud ed est Europa. In Europa l'areale dello sciacallo dorato appare in espansione, individui provenienti dalla ex Jugoslavia sono stati segnalati nelle regioni orientali italiane (Carnia) ed in Slovenia, zone in cui pochi anni fa la specie risultava assente.

La comparsa dello sciacallo in Friuli Venezia Giulia è attribuibile con certezza ai metà anni Ottanta, quando alcuni animali, scambiati per volpi, furono abbattuti in vicinanza di Udine e di San Vito di Cadore (Bl). Il suo areale più sud occidentale è stato raggiunto nel 1992 a Preganziol (TV), dove un animale è stato investito. Dopo la rapida espansione, durata fino all’inizio degli anni Novanta, la presenza era sembrata ridursi fino agli inizi del 2000, probabilmente a causa del bracconaggio, per poi nuovamente apparentemente riprendersi a metà degli anni Duemila. Nel 2009, un subadulto di 2 anni è stato ritrovato investito presso l’abitato di Sistiana (Ts) e un individuo è stato ritrovato vivo presso l’abitato di San Donà di Piave (Ve), a testimoniare che questa specie si può adattare anche agli ambienti antropizzati.

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Il luppolo (bruscandoli)

Il luppolo è una pianta perenne, con rizoma ramificato dal quale si estendono esili fusti rampicanti che possono raggiungere i 7 metri d'altezza.
Le foglie sono cuoriformi, picciolate, opposte, munite di 3-5 lobi seghettati. La parte superiore si presenta ruvida al tatto, la parte inferiore è invece resinosa.
Essendo una specie dioica, i fiori, unisessuali e di colore verdognolo, sono presenti su individui separati. I fiori maschili (o staminiferi) sono riuniti in pannocchie pendule e ciascuno presenta 5 petali fusi alla base e 5 stami; i fiori femminili (o pistilliferi) presentano un cono membranoso che circonda u ovario munito di 2 lunghi stimmi pelosi. Si trovano raggruppati alle ascelle di brattee fogliacee, costituendo un’infiorescenza dalla caratteristica ed inconfondibile forma a cono.
La fioritura avviene in estate. L’impollinazione è anemofila (trasporto per mezzo del vento) e in settembre-ottobre, con la maturazione dei semi, le brattee assumono una consistenza cartacea che aumenta la dimensione del cono. I frutti sono degli acheni di colore grigio-cenere.
Le infiorescenze femminili sono ricche di ghiandole resinose secernenti una sostanza giallastra e dal sapore amaro utilizzata per aromatizzare e conferire alla birra il suo gusto caratteristico.
Il luppolo predilige ambienti freschi e terreni fertili e ben lavorati. Cresce spontaneamente sulle rive dei corsi d'acqua, lungo le siepi, ai margini dei boschi, dalla pianura e fino a 1200 metri se il clima non è troppo ventoso ed umido. La sua presenza è molto comune nell'Italia settentrionale. La coltivazione del luppolo in Italia fu introdotta, a partire dal 1847, dall'agronomo Gaetano Pasqui di Forlì, che promosse anche una fabbrica di birra in attività già dagli anni '60 dell'Ottocento.
Prima del luppolo venivano utilizzate altre piante e spezie per bilanciare il dolce del malto. L'uso del luppolo funge anche da conservante naturale della birra in quanto possiede proprietà antibatteriche, per questo motivo certi tipi di birra venivano abbondantemente luppolati per migliorarne la conservazione. L'uso del luppolo infine aiuta a coagulare le proteine in sospensione nella birra rendendola più limpida (chiarificazione), inoltre aiuta nella tenuta della schiuma
In cucina i getti apicali della pianta di luppolo selvatico, vengono raccolti in primavera (marzo-maggio) e utilizzati come il più comune asparago (a volte erroneamente chiamati "asparago selvatico"). Da notare come, a differenza della maggior parte dei germogli utilizzati per uso culinario, i getti di luppolo selvatico siano più gustosi quanto più sono grossi. Si possono anche raccogliere gli ultimi 20 cm di pianta e far lessare per 5-10 minuti, condire con olio, sale e limone; oppure farli saltare qualche minuto con cipolla e servirli con riso integrale. Gustosi anche in risotti, frittate e minestre.
Nomi dialettali: aspargina in Lombardia, luartis o loertis a Mantova, Cremona, Brescia, luvertìn in Piemonte, lavertìn in Monferrato, luperi in Umbria, bruscandolo o vidisone in Veneto e Trieste, vartìs in Emilia, Urtizon in Friuli, bertüçi nella Val di vara, viticedda nel Cilento, tavarini nella valle Caudina.

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Silene (sciopeti)

La silene è una piantina appartenente alla famiglia delle cariofillacee, viene volgarmente chiamata verzùlì o scioperi o bubbolino, è facilmente riconoscibile per i fiorellini dal calice rigonfio. Esistono moltissime specie di Silene, alcune delle quali molto diffuse, come la Silene inflata e la Silene alba.
Erba perenne con fusto eretto
o leggermente decumbente, ramificato, alto fino a mezzo metro. Le foglie sono lanceolate o ovali, quasi prive di picciolo, di color verde cinerine, opposte. I fiori sono apicali, bianchi, con calice molto largo. Il frutto è una cassula ovoide. E' una piantina molto frequente, predilige i prati grassi e i pascoli della montagna, le arene, i dirupi, gli incolti. Fiorisce da aprile a tutta l'estate. Si raccolgono le cimette tenere e le foglie poco coriacee.
Non usata in erboristeria, è una delle piantine spontanee più buone. Conosciuta al pari del luppolo, usata per gustose minestre nutrienti, vera leccornia. Può essere mangiata anche cruda, da sola o con altre verdure, oppure come base per frittate.
Periodo di raccolta: primavera.
Il nome del genere (silene) si riferisce alla forma del palloncino del fiore. Si racconta che Bacco avesse un compagno di nome Sileno con una gran pancia rotonda. Ma probabilmente questo nome è anche connesso con la parola greca “sialon” (= saliva); un riferimento alla sostanza bianca attaccaticcia secreta dal fusto di molte specie del genere.
In francese il nostro genere si chiama “Silène” o “Sormillet”, in tedesco si chiama “Leimkraut” e in inglese “Catchfly”.

Perché in lingua veneta si chiamano sciopeti? per un semplice motivo: mettendo il fiore tra le dita e battendo le mani si produce un piccolo scoppio.

Risotto con gli sciopeti

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Che cos'è la rabbia silvestre

La malattia della rabbia è ripartita principalmente al nord delle Alpi ed è causata da un virus.

Il ciclo infettivo della malattia è sostenuto dalle volpi che possono contagiare altri animali selvatici o domestici. Il contagio può avvenire anche fra animali di specie diverse dalla volpe (tutti i mammiferi) mentre il contagio all'uomo avviene attraverso il morso o la contaminazione di ferite superficiali con la saliva d’animali infetti. Il virus è presente nella saliva degli animali infetti già alcuni giorni prima della manifestazione dei sintomi.

Il periodo d’incubazione della malattia può durare da alcune settimane fino ad oltre un anno. I sintomi sono a carico dei sistema nervoso centrale, con forma prevalentemente paralitica oppure eccitativa: la forma paralitica provoca apatia, inattività e difficoltà di movimenti; la forma eccitativa provoca aggressività, ipereccitabilità, spasmi e convulsioni. Nell'uomo la malattia provoca ansia, cefalea, ipertonia muscolare, spasmi alla laringe (idrofobia) convulsioni e infine la morte.

La diagnosi della malattia deve avere la conferma da analisi da laboratorio e deve essere fatta quando c'è un sospetto clinico in base ai sintomi osservabili e alle circostanze (zona di diffusione della rabbia, possibilità di contatti con animali rabidi, ecc.).

Le misure di prevenzione possono essere diverse e toccare i seguenti punti: intensificazione della pressione venatoria sulle volpi; vaccinazione antirabbica delle volpi con esche contenenti vaccino; obbligo della vaccinazione dei cani almeno ogni 24 mesi; obbligo, per i cani utilizzati per la caccia, della vaccinazione risalente a non oltre 12 mesi e ripetuta almeno una volta (due vaccinazioni all'età di 5/6 mesi e successivo richiamo annuale); ev. vaccinazione di altre specie animali (bovini, capre, pecore, gatti); vaccinazione delle persone a rischio (veterinari, guardacaccia, ecc.) o ancora evitando il contatto con animali sospetti.

La vaccinazione delle volpi viene effettuata mediante esche che sono distribuite sui territori abitualmente frequentati da esse. Le esche contengono vaccino mescolato a farina di pesce, grasso e tetracicline. Le componenti alimentari rendono il boccone appetibile per la volpe, le tetracicline macchiano indelebilmente i denti e le ossa del canide in modo da renderlo identificabile ai successivi controlli. Il vaccino contenuto in una fiala viene ingerito ed in questo modo si crea un cordone di volpi immuni attorno al focolaio infettivo. Il metodo della vaccinazione delle volpi da maggiori risultati per contrastare la rabbia, che non l'abbattimento in massa di questi animali portatori, poiché è stato dimostrato, che un territorio lasciato libero da una volpe, viene presto occupato da un nuovo animale a sua volta recettivo nei confronti della rabbia.

Una volpe stranamente diurna o che non mostra paura nei confronti dell'uomo e si lascia avvicinare, fa immediatamente scattare il sospetto che sia affetta da rabbia. Qualunque strano comportamento da parte dei mammiferi selvatici va considerato con attenzione come motivo di sospetto di rabbia.

Le misure di lotta sono la delimitazione di zone; obbligo dell'annuncio dei casi sospetti; obbligo di tenere i cani al guinzaglio; obbligo di vaccinare i cani di oltre 5 mesi contro la rabbia; uccisione, rispettivamente osservazione degli animali sospetti; isolamento e osservazione degli animali morsicatori sospetti durante 10 giorni; se entro tale termine l'animale non desta sintomi sospetti, il contagio non ha avuto luogo; uccisione degli animali che non possono essere catturati.

La lotta al randagismo si attua con procedimenti coercitivi (cattura ed eventuale abbattimento, artt. 83/87 del Regolamento di Polizia Veterinaria).

Nel caso di contatto con l'uomo, la terapia è la seguente: dopo il morso da un'animale rabbioso si deve fare un trattamento vaccinale secondo lo schema OMS (buone possibilità di successo) altrimenti dopo l'inizio dei sintomi ogni intervento curativo è vano.

La rabbia urbana si trova nei paesi in via di sviluppo, è veicolata da cani, gatti o topi che si trovano a contatto col le persone nelle città con scarse condizioni igieniche. Provoca la morte di circa 52000 persone all'anno (95% della mortalità mondiale).
La rabbia si manifesta in due modi:

La forma furiosa (75%) è caratterizzata da vagabondaggio, perdita dell'orientamento, perversione del gusto, scatti d'ira ingiustificati, alterazione della fonesi, perdita di saliva, segni progressivi di paralisi della muscolatura, coma e morte che sopraggiunge dopo 2/10 giorni dai primi sintomi.
La forma paralitica (25%) compare senza le manifestazioni dell'aggressività che caratterizzano la forma furiosa, la morte sopraggiunge dopo 2/4 giorni dall'inizio della paralisi.

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Energia nucleare

Produrre energia, inquinare poco e ridurre i costi sono le promesse del nucleare. La prevista fine delle scorte petrolifere sembra non lasciare dubbi sulla necessità i intraprendere la strada del nucleare. L'Italia, dopo che un referendum nel 1987 ha bloccato lo sviluppo delle centrali nucleari, oggi punta di nuovo su questa energia come alternativa valida al petrolio. Nel 2020 dovrebbe aprire la prima centrale, con ogni probabilità a Chioggia, in provincia di Venezia. Un primo passo verso le quattro programmate in Italia, con una potenza ognuna di 1.600 megawatt, sufficienti a illuminare 3 milioni di abitazioni e coprire il 25 per cento del fabbisogno energetico nazionale (nel mondo ci sono 436 centrali, di cui 27 ai nostri confini).

Il progetto riparte, ma i problemi rimangono quelli di sempre. Il nuovo Piano energetico nazionale è stato accolto da mobilitazioni contro il nucleare: dubbi sulla sicurezza degli impianti e il problema dello smaltimento dei rifiuti radioattivi alimentano lo scetticismo di molti tra scienziati e ambientalisti. Ma nella scacchiera tra i due fronti, favorevoli e contrari, le posizioni non sono scontate: a favore del nucleare ci sono Stephen Tindale, ex direttore di Greenpeace britannica, e Chicco Testa, il manager che ha fondato Legambiente in Italia. Anche gli ecologisti americani e francesi hanno da tempo dato il via libera all'energia nucleare. Perché gli altri sì e noi no? Le centrali nel mondo sono 436 (attive), distribuite in 31 Paesi, che producono circa il 15 per cento dell'energia elettrica del pianeta. Solo in un raggio di 200 chilometri dai confini italiani, ci sono in funzione 27 reattori nucleari, spiega Livio Vido, direttore della Divisione ingegneria e innovazione dell'Enel, il colosso elettrico che presiederà lo sviluppo del nucleare in Italia. Gli impianti più vicini a casa nostra sono quelli Francesi di Phenix, Tricast, Cruas, Saint-Alban, Bugey e Fessenheim; gli svizzeri di Muenleberg, Goesgen, Beznau e Leibstadt; i tedeschi di Grundemmingen e Isar e quello sloveno di Krsko. In caso di catastrofe nucleare in una di queste centrali, l'area di rischio coprirebbe buona parte dell'Italia del Nord. Le province di Cuneo, Torino, Aosta, Varese, Sondrio, Bolzano, Udine e Trieste dovrebbero, con ogni probabilità, essere evacuate. Così un Paese senza nucleare si assume i rischi degli altri ma non i benefici derivati da quella produzione energetica», puntualizza Vido. «L'Italia importa il 78 per cento dell'energia elettrica, della quale il 66 per cento deriva dal gas naturale. E una scelta di acquisto sbilanciata verso le fonti energetiche più care. Quella nucleare, al contrario, costerebbe il 20 per cento in meno perché la produrremmo noi senza comprarla dall'estero». E va detto che le riserve di uranio, la materia prima da cui si ricava l'energia nucleare, sono sparse nel mondo mentre i giacimenti di gas naturale sono in pochi Paesi.

Dalla Francia importiamo energia nucleare sotto forma di elettricità: 50 miliardi di chilowattora all'anno. Producendola in proprio avremmo bollette della luce meno care, nonostante il costo per realizzare le nuove centrali, stimato in 4,8 miliardi di euro per ogni 1.000 megawatt di energia equivalente. E si inquinerebbe di meno. Al nucleare, rispetto alle tecnologie tradizionali, provoca emissioni trascurabili di anidride carbonica», aggiunge Vido, «secondo l'Agenzia internazionale per l'energia atomica producendo dal nucleare 100 miliardi di kilowattora (100 terawattora), cioè un quarto dell'energia elettrica che consumeremo nel 2020, si potrebbero risparmiare 35 milioni di tonnellate di anidride carbonica». Ma c'è il problema delle scorie nucleari, gli scarti della lavorazione dell'uranio che nessuno sa dove collocare. Anche perché, secondo uno studio in corso (dati ufficiali non ce ne sono ancora) dell'endocrinologo dell'Università La Sapienza di Roma, Piero Maceroni, la vicinanza a una centrale nucleare o a un deposito di scorie farebbe aumentare, a distanza di 15-20 anni, l'insorgenza di tumori. I rifiuti prodotti da una centrale nucleare sono di diversi tipi», chiarisce Francesco De Falco, amministratore delegato di Sviluppo nucleare Italia, società nata dalla jóint-venture tra Enel ed Edf (il big dell'energia Francese), che progetterà le centrali italiane, «Gli scarti derivati dalla fabbricazione del combustibile si smaltiscono in 30 anni, quelli delle singole parti dell'Impianto si eliminano dopo 300 anni, mentre i rifiuti solidi e liquidi del combustibile esaurito durano fino a migliaia di anni». Quanti ne produce una centrale nucleare? «Un impianto da 1.600 megawatt, come quelli in progetto in Italia, impiega 7 anni per produrre un container di scorie radioattive, lungo 12 metri con una capienza di 3.620 chili», prosegue De Falco. «Per i rifiuti a bassa e media attività, quelli da 30 a 300 anni, la media è di un container e mezzo di rifiuti ogni anno». Il problema è dove depositare le scorie in attesa di poterle smaltire. In Europa esistono depositi in Germania, Svezia, Francia e Spagna. In Finlandia, a Olkiluoto, è in cantiere una cassaforte geologica a centinaia di metri di profondità. A partire dal 2050, dovrebbe ospitare tutte le scorie radioattive finlandesi.

«La dose di radioattività subita dalla popolazione durante il funzionamento di una centrale nucleare è minore a 0,001 millisievert (mSv), pari ai raggi cosmici che colpiscono i passeggeri in un volo intercontinentale. Una quantità minore rispetto a quella di una radiografia, tra 0,01 e 0,1 mSv», spiega De Falco. Persino la terra è più radioattiva: si chiama fondo naturale ed è l'insieme delle radiazioni che arrivano dallo spazio e quelle generate dalla crosta terrestre. Può arrivare fino a di 2,5 mSv all'anno, ma dipende dalla zona: le aree dove la radioattività naturale è più forte sono Napoli (2,13 mSv), Roma (1,78 mSv) e Reggio Calabria (1,20 mSv) . I datti di Enel sono reali ma descrivono una realtà artificiale», ribatte Vanda Bonardo, presidente di Legambiente Piemonte, la regione dove a Saluggia (Vercelli) sono custodite l'80 per cento delle scorie italiane. «Dal 1987 a oggi le 4 centrali chiuse dal referendum (Caorso, Trino Vercellese, Garigliano e Montalto di Castro) hanno creato problemi per le perdite di materiale radioattivo, che hanno contaminato acquedotti e inquinato i terreni circostanti ai depositi nucleari. Se non si riescono ad azzerare i rischi delle centrali inattive, è impossibile garantire la sicurezza di quelle nuove in funzione».

Umberto Veronesi, oncologo di fama internazionale, è il presidente della Fondazione per il progresso delle scienze. Ed è sostenitore dell'energia nucleare: «Gran parte delle macchine diagnostiche del cancro sono basate sulla possibilità di utilizzare la radioattività per trovare tumori nel nostro corpo. A livello terapeutico, poi, è sufficiente pensare all'utilità della radioterapia, che esiste ormai da 100 anni, per il nucleare il grande ostacolo è il rischio di incidenti, che oggi è ridotto al minimo. Il movimento anti-nucleare nato vent'anni fa per la paura dei disastri ambientali oggi non avrebbe più ragione di esistere perché il rischio di incidente nelle nuove centrali si è abbassato grazie alle nuove tecnologie». «Le scorie nucleari oggi sono molto ridotte. L’esperienza francese ha dimostrato che processandoli in modo adeguato si riesce a ridurne le quantità. Tuttavia devono essere messi in zone geologiche sicure e protette e poiché producono calore hanno bisogno di essere refrigerati».

Vincenzo Balzani, docente di chimica all'Università di Bologna, con altri mille ricercatori ha firmato un appello per chiedere al governo italiano di rinunciare al nucleare. «Questa tecnologia non sarà realizzata in Italia perché costa troppo in termini economici e di tempo. E poi, una decisione così impegnativa non può essere presa senza l'accordo di quasi tutti». Difatti, una decina di regioni hanno già fatto ricorso alla Corte costituzionale contro la costruzione delle nuove centrali nucleari nel loro territorio, che secondo i piani di Palazzo Chigi dovrebbero produrre in futuro il 25 per cento dell'energia italiana. «Solo per ottenere i permessi e individuare i siti sono necessari dai 3 ai 5 anni, poi ne servono da 5 a 10 per costruire gli impianti, che hanno un ciclo di vita variabile tra i 40 e i 60 anni», spiega Balzani. Poi bisogna sbarazzarsene. «in Francia e nel Regno Unito i reattori non possono essere smantellati subito perché sono troppo radioattivi e bisogna aspettare. In Francia fino a 50 anni, nel Regno Unito fino a 100. Mentre le scorie per smaltire la loro reattività hanno bisogno di decine di migliaia di anni», l’umanità sarebbe costretta a gestire questi processi per le prossime migliaia di anni.

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Colori e disegni degli uccelli

La colorazione degli uccelli serve sia per le parate nuziali sia per la mimetizzazione. In uccelli come pappagalli, tangare e nettarinie, combinazioni audaci di rosso, blu e verde suggeriscono che questi uccelli hanno una visione di colori ben sviluppata. Altre specie, tuttavia, presentano una colorazione scialba per confondersi con l'ambiente. I colori delle penne sono prodotti da pigmenti di melanina e carotene depositati nelle barbe e barbule delle penne, nonché da alterazioni strutturali sulla loro superficie. I blu e i verdi sono per lo più dovuti alla struttura, mentre gli altri colori sono determinati dai pigmenti. I colori di un uccello possono variare a seconda di sesso, età, alimentazione e stagione. In alcune specie gli adulti e i piccoli sono dello stesso colore, in altre differiscono. Nel gabbiani i colori variano di anno in anno fino al raggiungimento del piumaggio adulto, verso i quattro o cinque anni. Maschi e femmine della stessa specie possono avere colori di piumaggio diversi (il cosiddetto dimorfismo sessuale). Nelle specie in cui è la femmina a covare da sola le uova, i suoi colori sono monotoni come protezione contro i predatori; l'opposto vale per i falaropi, dove i maschi dai colori scialbi covano le uova e le femmine variopinte si occupano delle parate nuziali. Gli uccelli che mutano alla fine del periodo riproduttivo possono perdere il piumaggio variopinto e ricoprirsi per l'inverno di penne dal colori scialbi, che verranno a loro volta sostituite da un piumaggio brillante in primavera. Alcune penne che rivestono un ruolo preciso nel corteggiamento, come quelle della Garzetta, vengono perse alla fine della stagione riproduttiva.

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Organi di senso degli uccelli

Gli uccelli sono dotati di vista e udito ottimi, mentre l'odorato è poco sviluppato. Gli occhi larghi e sporgenti sono fra gli organi sensoriali più sofisticati del mondo animale. Con una vista così acuta, gli uccelli sono bene equipaggiati per cercare cibo, evitare predatori, scacciare gli intrusi e intraprendere rituali di corteggiamento. Riescono a percepire dettagli minimi a grande distanza e vedono da due a tre volte più lontano rispetto agli esseri umani. Hanno la capacità d'assorbire all'istante una scena nel suo intero e il loro senso del colore è più sviluppato rispetto agli uomini. L'eccellente udito permette loro d'accorgersi di intrusi nel territorio o predatori in avvicinamento, di sentire a distanza i richiami di potenziali compagni così come i deboli richiami della prole. L'orecchio è composto di tre parti: esterno, medio e interno; le prime due sezioni incanalano le onde sonore dal mondo esterno nella sezione a chiocciola piena di liquido dell'orecchio interno (coclea). Le penne auricolari che proteggono l'orecchio dalle turbolenze dell'ala durante il volo rendono difficile distinguere la parte esterna. Le specie tuffatrici hanno robuste penne protettive per ripararsi dall'acqua; nel tuffo chiudono l'orecchio esterno, ripiegandone il margine posteriore. Gli uccelli possiedono anche il senso del gusto, anche se non è chiaro quanto riescano ad assaporare. Molti hanno meno di 100 papille gustative; un essere umano ne ha circa 10.000.
A seconda delle abitudini di vita, uccelli differenti hanno caratteri adattativi specifici per la vista e l'udito. Gli uccelli che si tuffano in cerca di pesci devono adattare il movimento alla cattura della preda: se non si tuffassero esattamente dove guizza il pesce, lo mancherebbero. Devono quindi tener conto dell'indice di rifrazione dell'acqua, poiché un oggetto sott'acqua è in realtà più vicino di quanto sembri. Esistono alcune interessanti specifiche anche per l'udito. Poiché la faccia a cuore di un Barbagianni non è perfettamente simmetrica, le orecchie non sono allineate su un piano orizzontale. L'animale si limita a muovere la testa su e giù a piccoli scatti per localizzare l'esatta posizione di un topo che si muove a terra, persino nell'oscurità più totale. L'orecchio sinistro è più alto rispetto al destro ed è più sensibile ai suoni che provengono dal basso. Alcuni uccelli, come le salangane dei sudest asiatico, usano vocalizzazioni riflesse (ecolocazione): riescono a orizzontarsi in caverne buie emettendo brevi schiocchi che durano solo un millisecondo.

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Scheletro e ossa degli uccelli

Con un numero minore di ossa rispetto a un rettile o ad un mammifero, un uccello ha una struttura unica, ideata per sopportare le fatiche del volo. Gli uccelli hanno ossa molto leggere che sono fuse e rinforzate per rendere lo scheletro allo stesso tempo delicato e potente. L'apparato scheletrico è composto di ossa, cartilagini, tendini e legamenti che insieme sostengono il corpo dell'uccello; fornisce il posto per l'attacco dei muscoli e permette la riserva di fosforo, calcio e altri elementi. Le ossa sono vive: mutano forma e composizione in risposta a stress fisici, come il volo o la corsa, e a effetti della nutrizione, vitamine e minerali. Il calcio presente oggi in un osso potrebbe in futuro trovarsi in un altro. Alcune ossa contengono cavità di midollo rosso, dove si formano i globuli rossi. Le ossa assicurano forza all'apparato scheletrico; la cartilagine è un tessuto più molle presente nelle articolazioni. Durante lo sviluppo dell'embrione, lo scheletro è formato solo da cartilagine, che in seguito si indurirà; questo indurimento della cartilagine in ossa (un processo detto ossificazione) si verifica in altri vertebrati, compresi gli umani. Le ossa possono anche formarsi direttamente in tessuti senza passare dallo stadio di cartilagine. I legamenti connettono un osso all'altro, mentre i tendini connettono i muscoli alle ossa. Uno scheletro di uccello contiene due parti: lo scheletro assiale, composto di cranio, collo, tronco e coda; e lo scheletro appendicolare, composto dal cinto scapolare, con le ossa delle ali, e il cinto pelvico, con le ossa delle zampe. L'ala è un arto anteriore modificato.

Lo scheletro degli uccelli è altamente adattato al volo, le ossa sono cave, il cranio leggero, ha un ridotto numero di ossa nella spina dorsale e nella "mano" e un becco privo di denti per ridurre il peso. La fusione delle ossa, combinata a ulteriori rinforzi nelle ossa cave, garantisce la potenza. I grandi muscoli dell'ala che potenziano il volo sono attaccati alla carena dello sterno. Negli uccelli adulti, le ossa del cranio sono perfettamente fuse e non sono visibili linee di sutura (linee di confine fra ossa). Le clavicole si uniscono fra di loro formando un unico osso detto forcella, fra lo sterno e le vertebre, che assicura forza allo scheletro. Quando un uccello vola, la forcella si comprime e si espande a ogni battito d'ala. Le ossa della mano e del polso sono ridotte di numero e fuse per sostenere le penne per il volo (remiganti primarie). Le ossa delle ali sono talmente adattate che l'ala fa poco più che sbattere durante il volo. Alcune vertebre della spina dorsale sono fuse per consentire ulteriore forza e leggerezza. La coda termina con la fusione di alcune vertebre a formare il pigostilo, che controlla il movimento delle penne della coda e garantisce capacità di manovra.

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Becco

I becchi servono alla maggior parte degli uccelli per procacciarsi e manipolare il cibo. Hanno un solo carattere comune: sono sprovvisti di denti. Per il resto, variano enormemente in forma e dimensioni, caratteri che riflettono l'alimentazione delle specie. Fra i tanti scopi, sono infatti adattati a dilaniare carne (falchi), afferrare pesci (sterne), rompere semi (pappagalli, fringuelli), sondare gli interstizi (picchi) o la sabbia (piovanelli), filtrare microrganismi (fenicotteri). Anche il colore varia: generalmente è poco appariscente, ma a volte può essere brillante, se il becco è usato durante il corteggiamento. Un becco si compone di quattro parti principali: mandibola superiore, mandibola inferiore, grandi muscoli della mascella e ranfoteca, una lamina cornea che lo ricopre interamente. La ranfoteca può essere liscia, ma presenta una punta acuminata nei falchi e nel pappagalli e un'estremità seghettata negli smerghi. La lingua è usata per catturare, manipolare, inghiottire e assaggiare il cibo; come il becco, anch'essa varia in forma e lunghezza: quella lunga e sottile dei picchi può guizzare nelle cavità degli alberi, mentre quella biforcuta permette ad alcuni colibri di succhiare il nettare dei fiori. Molti uccelli hanno ghiandole salivari per inumidire il cibo.

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Galaverna: brumestega (trevisano e veneto), ziibria (basso Piave), brosema (Mestre e padovano).

Una crosta di spuntoni di ghiaccio che ricoprono ogni cosa: rami degli alberi, fili, i parapetti delle strade. Questa è la galaverna (o "calaverna"), uno dei fenomeni meteorologici più spettacolari.

Ma come si forma? Perché si verifichi sono necessarie alcune condizioni. In primo luogo, la temperatura dev’essere sotto lo zero. In secondo luogo deve esserci almeno una bava di vento. In terzo luogo deve esserci una nube o della nebbia formata da una miriade di goccioline d’acqua allo stato sopraffuso.
Molto spesso, infatti, le nubi sono formate da minuscole goccioline d’acqua anche quando la temperatura si trova anche di molto al di sotto dello zero e questo succede perché l’acqua pura, a meno che non esistano delle sostanze cristalline che fungano da nuclei di cristallizzazione, tende a restare allo stato liquido fino a temperature dell’ordine dei – 40°C. Se, però, la gocciolina d’acqua urta contro un ostacolo, subito essa congela al di sopra di quest’ultimo. È questo il motivo, ad esempio, per cui sugli aerei che attraversano dei banchi di nubi in quota tendono a formarsi dei depositi di ghiaccio che, in alcuni casi, possono risultare assai pericolosi.
Detto questo, siamo in grado di capire il meccanismo per cui si forma la galaverna. Le minuscole goccioline d’acqua della nube o della nebbia, che restano allo stato sopraffuso nonostante la temperatura sia inferiore allo zero, vengono spinte dal vento ed urtano contro una serie di ostacoli come rami degli alberi, fili, erba e via dicendo. Immediatamente dopo l’urto, la goccia congela. Si forma così una sorta di crosta di ghiaccio che si allunga verso la direzione contraria da cui proviene il vento. Tale crosta sarà tanto più spessa e tanto più allungata quanto più a lungo permarranno le tre condizioni di cui si è detto sopra e, in genere, sarà più spessa quanto più l’aria sarà carica di umidità. In genere, i cristalli di galaverna di allungano da 1 a 3 cm al giorno, per cui, se noi troviamo dei cristalli lunghi 6 cm, è chiaro che le condizioni di freddo con nebbia permarranno da almeno due giorni.
In generale, le zone in cui la galaverna si verifica più frequentemente sono le zone appenniniche ed alpine, in cui le nubi basse fungono da serbatoio di umidità, e la Pianura Padana, in cui molto spesso si possono trovare giornate nebbiose con temperatura inferiore allo zero.
Per farsi la galaverna "in casa", è necessaria solo un po’ d’acqua distillata dentro uno spruzzatore (bisogna regolarlo in modo che polverizzi molto finemente l’acqua). Se, in una mattina fredda, con temperatura inferiore allo zero, noi cominciamo a spruzzare l’acqua contro, ad esempio, i rami dell’albero di Natale appena rimesso sul terrazzo, in pochi minuti vedremo crescere (specialmente se c’è un po’ di vento) una crosta bianca di ghiaccio su ogni ago.

Traduzioni linguistiche di Claudio Cesaro.

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I giorni della merla

Sono chiamati "giorni della merla" gli ultimi tre giorni di gennaio, ovvero il 29, 30 e 31, che, secondo la tradizione popolare, sono considerati i giorni più freddi dell'inverno
Il nome deriverebbe da una leggenda secondo la quale, per ripararsi dal gran freddo, una merla e i suoi pulcini, in origine bianchi, si rifugiarono dentro un comignolo, dal quale emersero il 1º febbraio, tutti neri a causa della fuliggine. Da quel giorno tutti i merli furono neri.
Secondo una versione più elaborata della leggenda una merla, con uno splendido candido piumaggio, era regolarmente strapazzata da Gennaio, mese freddo e ombroso, che si divertiva ad aspettare che la merla uscisse dal nido in cerca di cibo, per gettare sulla terra freddo e gelo. Stanca delle continue persecuzioni la merla un anno decise di fare provviste sufficienti per un mese, e si rinchiuse nella sua tana, al riparo, per tutto il mese di Gennaio, che allora aveva solo 28 giorni. L'ultimo giorno del mese, la merla pensando di aver ingannato il cattivo Gennaio, uscì dal nascondiglio e si mise a cantare per sbeffeggiarlo. Gennaio si risentì talmente tanto che chiese in prestito tre giorni a Febbraio e si scatenò con bufere di neve, vento, gelo, pioggia. La merla si rifugiò alla chetichella in un camino, e lì restò al riparo per tre giorni. Quando la merla uscì, era sì, salva, ma il suo bel piumaggio si era annerito a causa del fumo e così rimase per sempre con le piume nere.
Come in tutte le leggende si nasconde un fondo di verità, anche in questa versione possiamo trovarne un po', infatti nel calendario romano il mese di gennaio aveva solo 29 giorni, che probabilmente con il passare degli anni e del tramandarsi oralmente si tramutarono in 31. Sempre secondo la leggenda, se i Giorni della Merla sono freddi, la Primavera sarà bella, se sono caldi la Primavera arriverà in ritardo.
Per quanto la leggenda parli di una merla, nella realtà questi uccelli presentano un forte dimorfismo sessuale nella livrea, che è bruna - becco incluso - nelle femmine, mentre è nera brillante - con becco giallo-arancione - nel maschio.

A cura di Mauro Vian.

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Energia pulita prodotta nel padovano

 A Bagnoli di Sopra, in provincia di Padova, è stato inaugurato il più grande impianto fotovoltaico e per il biogas del Veneto. I pannelli fotovoltaici, grazie ad un computer, seguono il sole perpendicolarmente ai raggi, per ottimizzare la raccolta della luce e catturare il massimo dell'energia. L’impianto di Bagnoli è stato realizzato con un investimento di 9 milioni di euro (nonostante la recessione planetaria) e riesce a produrre energia elettrica pulita e quindi alternativa, che è poi venduta all'Enel, allo stesso modo di come avviene per l'energia prodotta con i gas ricavati dal mais. La realizzazione di quest’impianto diventa l’occasione per riflettere su quante possano essere le alternative al nucleare, se si pensa ai problemi energetici italiani, e su quante possano essere le alternative alla semplice coltivazione dei campi, se si pensa ai problemi dell'agricoltura.

 I pannelli fotovoltaici sono al silicio e sono il frutto della ricerca spaziale di qualche decennio fa. Nel podere di Bagnoli ne sono stati installati fino a coprire una superficie di 40 mila metri quadrati, di cui 7.500 metri di superficie a specchio. In un anno ci sono circa 8 mila ore, quattromila con la luce. In media in una località come Bagnoli, le ore di sole in un anno sono 1.100. In Puglia si arriva a 1.500, in Sicilia a 1.700, in Israele perfino a 2 mila ore. In quest’angolo di padovano, si produce un megawatt d’energia, che viene pagata dall'Enel 46 centesimi di euro al Kw, con la previsione di un fatturato annuo che si dovrebbe aggirare attorno ai 3 milioni di euro.

 L’impianto per la produzione del biogas trae l'energia dal mais, coltivato su 250 ettari e, a dispetto di quello che sostengono gli ambientalisti, non comporta spreco d'acqua. L'energia del biogas è pagata dall'Enel 28 centesimi per Kw. Viene da chiedersi quanto sia competitivo un impianto di quest’entità se confrontato con una centrale elettrica, tipo Polesine Camerini, o nucleare, come si prevede di costruire in Italia. L'ingegner Leopoldo Franceschini, amministratore di Ecoware, la società per azioni padovana produttrice dei pannelli, sa bene che la centrale sul Po può produrre fino a 500 volte l'energia che è prodotta in quest’azienda padovana, mentre una centrale nucleare può arrivare a 1.200 volte, ma c'è qualche dato aggiuntivo che fa sembrare molto bella l'energia prodotta con il sole o con il mais: l'impianto ecologico di Bagnoli si ripaga in dieci anni, per una centrale nucleare ci vogliono 60 anni e il danno ambientale, reale o potenziale, è vicino allo zero. Per quanto riguarda il nucleare, nessuno discute sulla sua utilità, ma ci sono luoghi sensibili come il Veneto dove l'installazione di una centrale nucleare causerebbe contraccolpi su settori strategici come il turismo o la fragile economia rurale legata ai prodotti tipici. Le agroenergie, al contrario, indicano una via di sviluppo per l'agricoltura in crisi, ne è convinto Antonio Da Porto, presidente di Confagricoltura di Padova che all'inaugurazione dell'impianto di Bagnoli ha dichiarato: "... rappresentano un'opportunità sia sul piano ambientale che sotto il profilo economico, numerose aziende agricole venete stanno progettando e realizzando impianti solari, impianti per la produzione di biogas o per la combustione di biomasse agroforestali. Di anno in anno aumentano le superfici coltivate a colza, girasole, mais, per i biocarburanti".

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Lucciole

 Oggi, grazie al graduale abbandono d’alcune pratiche agricole distruttive e alla diffusione degli incolti nelle campagne, le lucciole si stanno riprendendo un po' di spazio vitale, tornano a “illuminare” le calde serate estive. Si tratta certamente d’un buon segnale per questi simpatici, famosi animaletti che, pochi lo sanno, conducono una vita molto complessa. In Italia vivono diverse specie di lucciole, ma le più comuni sono Lampyris noctiluca e Luciola italica. Sono coleotteri che appartengono ad una particolare famiglia, i Lampiridi, presenti in Europa, Asia e tropici. Tutti noi abbiamo visto questi “lumini evanescenti” svolazzare nelle notti estive, ma pochi sanno che sono tutti maschi, infatti solo questi hanno la capacità di volare, anche se non velocemente, tanto è vero che riusciamo a rincorrerle ed a catturarle facilmente. I maschi raramente superano il centimetro e, a dire il vero, sono anche un po’ bruttini: sono scuri con un torace più chiaro e lunghe elitre nere. La vera sorpresa sono le femmine: mentre in Luciola è piuttosto simile al maschio, in Lampyris il dimorfismo sessuale è molto marcato. La femmina è inetta al volo e lunga circa 2 cm. Le sue ali sono ridotte a minuscole squame inutilizzabili appoggiate su un corpo grigio bruno ben segmentato, molto simile a quello delle larve. In entrambi i sessi, cosi come nelle larve, nella parte finale del corpo e situata una fonte luminosa ad altissima efficienza. Le lampadine a incandescenza che utilizziamo noi (e che stanno per andare in pensione) convertono in luce solo il 10% dell'energia utilizzata, con i Led si arriva al 30%, ma il resto dell’energia va sprecato in calore e dispersioni. Le lucciole riescono ad trasformare in luminosità un impressionante 90% dell’energia utilizzata e ciò spiega il grande interesse da parte dei ricercatori nei confronti di questo animaletto.

Il segnale intermittente è utilizzato dai maschi come richiamo sessuale ed è emesso in volo a circa un metro di altezza. Le femmine, in attesa al suolo, rispondono con un debole lampeggio che indica al maschio dove atterrare, ma la competizione è spietata e solo i maschi più rapidi e luminosi riescono ad accoppiarsi. La copula avviene in modo sbrigativo ed il maschio muore dopo qualche giorno. Le lucciole adulte, quindi vivono molto poco e durante la loro breve vita non consumano neanche un pasto. Le uova, circa un centinaio, sono deposte nel terreno umido e poche settimane dopo, nascono le larve, che hanno una vita completamente diversa da quella degli adulti: sono predatori tenaci, specializzati nell'aggressione alle chiocciole. La loro unica preoccupazione sin dal momento della nascita (fine estate) è andare a caccia, soprattutto nelle umide serate autunnali, quando anche le chiocciole entrano in attività. La larva sembra simile alla femmina adulta, può emettere luce ed a un lungo addome segmentato di colore bruno scuro. E’ cieca e ricerca la preda con l'olfatto facendosi guidare dalla scia di bava dei gasteropodi. Una volta raggiunta la preda, la larva s’arrampica sulla conchiglia, sfruttando oltre alle sei zampe cursorie, anche una particolare appendice alla fine dell'addome dotata di un organo adesivo, morde ripetutamente la vittima al capo e vi inietta un veleno paralizzante che immobilizza e pre-digerisce la parte colpita (un buon pasto può bastare per diverse settimane). Serviranno un paio di anni ed un inverno di latenza perché la larva completi lo sviluppo e la metamorfosi dando vita, ai primi di giugno, alla forma adulta. Da quel momento in poi la loro unica preoccupazione sarà la riproduzione. Il segreto della luminosità di questo insetto, sta nella reazione chimica di ossidazione di una proteina, la luciferina, da parte di un enzima specifico, la luciferasi, che si trovano nel suo addome. Da questo processo è generata energia luminosa di natura chimica, non potente ma molto efficiente. Un processo simile è utilizzato nelle barrette gialle fosforescenti in grado di generare luce chimica (i pescatori le conoscono). Le lucciole non sono le uniche che utilizzano la bioluminescenza e, in particolar modo tra gli insetti, vi sono alcuni Coleotteri Elateridi (Pyrophorus, luminosissimi), le larve d’alcune mosche che attirano le prede con la luce, ed altri ancora. Le lucciole sono presenti alle quote medio-basse, con frequenze molto diverse e si possono vederle nelle notti di giugno e luglio senza luna, evitando zone intensamente coltivate o troppo illuminate, dove gli insetti hanno difficoltà a comunicare con le luci.

Fonte: Piemonte Parchi

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Vischio

 Il vischio per secoli è stato appeso all'ingresso delle abitazioni, come simbolo di pace e prosperità, sopra le culle dei bambini e anche al collo dei capi di bestiame. In alcune regioni africane la pianta è considerata sacra. In Europa, i contadini credevano che la pianta fosse capace di domare gli incendi, per questo ne appendevano sui tetti delle case. Bisognava raccogliere quello sulle querce, non prima della mezzanotte della vigilia del Natale e colpendolo con un bastone, si afferrava il cespo al volo prima che toccasse terra. Si tratta di una pianta semiparassita, in grado di svolgere autonomamente la fotosintesi, ma che vive sui rami di alcune piante “ospiti" per poter trarre acqua e sali minerali grazie a speciali radici, gli austori, che si inoltrano nel loro tronco. Appartiene alla famiglia delle Lorantbaceae, presente in Italia con tre specie: l’Arceuthobium oxicedri con foglie a squame e bacche bluastre che cresce sul ginepro, il Lorantbus europaeus o vischio quercino dalle foglie caduche e bacche giallastre che cresce sulle querce e il Viscum album o vischio comune, più conosciuto per la tradizione natalizia, e che cresce anche su alcune conifere, ma a differenza del vischio quercino ha foglie sempreverdi e bacche biancastre. Ha un portamento arbustivo, con rami e fusto di colore verde-grigiastro, foglie opposte e prive di picciolo, coriacee e carnose, di forma oblungo-lanceolata e con 3-5 nervature. Le piante sono dioiche, ovvero alcuni esemplari portano solo fiori maschili, altri solo femminili, e fiorisce da marzo a maggio. I suoi frutti maturano proprio durante l'inverno, sotto forma di bacche sferiche simili a bianche perle. Pianta magica per i Celti, secondo la leggenda nasceva dove il fulmine aveva colpito un albero e quindi sembrava piovere direttamente dal Cielo. Considerata lo sperma della sacra quercia, in particolare del rovere, perché si credeva che le bacche del vischio fossero gocce del liquido seminale del dio del Cielo. Per la simbologia era importante che le sue bacche si sviluppassero in nove mesi, proprio come il feto umano e si raggruppassero in numero di tre, altro numero da sempre sacro per molte culture. inoltre era sempre diretto a nord, verso la stella polare, con una forma semisferica che per gli antichi rappresentava il pianeta Terra e la volta celeste. La riproduzione di questa pianta avviene in modo particolare: se il seme cade a terra non germoglia ma è necessario che un uccello ne mangi le bacche e che le evacui su un ramo che diventerà poi il suo supporto vitale. Ecco perché quest'insolita pianta era legata simbolicamente al mondo degli uccelli e dell'aria, sfera misteriosa e divina, lontano per sua natura dall'attrazione della terra minerale a cui sono sottoposte tutte le altre piante. Secondo il rito celtico, perché il vischio non perdesse il suo potere magico, doveva essere staccato dall'albero sul quale cresceva, con un falcetto d'oro, e lasciato cadere su di un bianco lenzuolo di lino. Sotto l'albero di quercia vi erano legati due buoi bianchi che dopo la raccolta, venivano sacrificati alla divinità. Questa raccolta, secondo alcuni, avveniva in due momenti particolari dell'anno: a Samhain, il 1 novembre, vero e proprio capodanno celtico, e in estate durante la famosa festa di San Giovanni, durante l'ultimo quarto di luna. Veniva poi lavato in acqua corrente di un torrente, per simboleggiare il battesimo. Secondo la simbologia della signatura delle piante, il liquido appiccicoso che fuoriusciva dalle sue bacche schiacciate era paragonabile al seme maschile, per cui si riteneva donasse la fertilità a ogni animale sterile e si riteneva avesse doti ringiovanenti e persino che conferisse l'immortalità. Plinio, famoso naturalista romano lo chiamava il "risanatore di tutti i mali” e nella sua Historia naturalis così annota: «Occorre non dimenticare l'ammirazione dei galli per il vischio. I druidi lo colgono sulla quercia all'inizio della luna, senza usare arnesi di ferro e senza che tocchi terra; credono che guarisca l'epilessia, faccia concepire le donne che ne portano addosso e che, masticato e applicato sulle ulcere, le guarisca completamente». Accertate invece le proprietà ipotensive, diuretiche, lassative, antispasmodiche, immunostimolanti delle foglie, anche se vanno usate con prudenza per via di una certa tossicità. La medicina antroposofica lo impiega come antitumorale, ma i meccanismi d’azione di questa importantissima attività farmacologica sono ancora da verificare. Le bacche sono tossiche. Una curiosità: il succo delle bacche veniva usato per preparare colle usate nell'uccellagione, oggi vietata, ma che ancora si usano per catturare i topolini. A questo uso fanno riferimento alcuni modi di dire: può essere "vischiosa" una sostanza attaccaticcia o una persona particolarmente tediosa, mentre non è gradevole rimanere "invischiati" in certe situazioni.

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L'inanellamento

Lo studio scientifico delle migrazioni, utilizzando anelli posti alle zampe degli uccelli, ebbe inizio grazie all'ornitologo danese Mortensen, che a partire dal 1889 iniziò ad inanellare alcuni storni con anelli metallici applicati alle zampe. Su tali anelli vi era inciso il nome della località (Viborg Danimarca) e l'anno dell'inanellamento. Il sistema di contrassegnare ogni singolo individuo per studiarne i movimenti migratori, si dimostrò subito efficace, trovò larga diffusione nel mondo e rimane ancora oggi il metodo di ricerca più diffuso. Gli anelli comunemente usati sono realizzati in alloy, una lega leggera di magnesio ed alluminio. Su tali anelli, vi è impresso il nome del centro d'inanellamento che ha proceduto alla marcatura, una lettera dell'alfabeto ed un numero d'ordine progressivo. Per gli uccelli che vivono in mare sono invece utilizzati anelli in acciaio o incoloy, che sono in grado di resistere all'azione abrasiva della sabbia e alla salsedine. Il diametro dell'anello è proporzionale alla grandezza del tarso dell'uccello, in modo che una volta applicato non possa impacciare l'articolazione o sfilarsi. Gli uccelli da contrassegnare sono catturati nelle innumerevoli stazioni di inanellamento distribuite in tutto il mondo. L'attività di marcatura è coordinata a livello internazionale da organizzazioni scientifiche in grado di impartire le necessarie direttive generali. La prima di tali organizzazioni sorse nei primi anni del 1900 sulle rive del mar Baltico, in una regione di grande importanza per il notevole passo durante le stagioni della migrazione. Seguirono poi altre stazioni nel volgere di pochi anni in quasi tutti gli Stati europei. In Italia il prof. A. Ghigi, nel 1929, istituì l'Osservatorio ornitologico del Garda. Attualmente l'attività d'inanellamento è organizzata a livello europeo dall'Unione europea per l'inanellamento (Euring) che, tra l'altro, ha il compito di organizzare e standardizzare l'inanellamento a scopo scientifico in Europa. In Italia, fin dalle origini, il Centro nazionale ebbe sede nel Laboratorio di zoologia applicata alla caccia. Dagli anelli si ottengono informazioni su due momenti precisi della vita di un uccello: quello in cui è inanellato e quello in cui viene ripreso. Dall'accumulo e dallo studio dei dati raccolti se ne ricavano le seguenti informazioni:
- la definizione delle aree di nidificazione e di svernamento;
- l'individuazione delle direttrici seguite durante la migrazione;

- la definizione delle aree di sosta;
- il calendario del passo di ciascuna specie;
- la durata dei viaggi e l'influenza delle condizioni atmosferiche;
- la dispersione dei giovani e la loro colonizzazione di nuove aree;
- la durata media della vita di ogni specie e l'inizio e la fine dell'età riproduttiva;
- le problematiche legate alla conservazione degli uccelli.

- notizie di carattere biologico, etologico ed ecologico d'interesse scientifico.

Fonte dati: Il Cacciatore italiano, organo ufficiale della Federcaccia.

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Il petrolio italiano

Nell’estate del 2008 il prezzo del greggio sfiorava i 150 dollari al barile e sembrava destinato a raggiungere i 200. La crisi economica mondiale ha spinto il prezzo giù e ancora giù, fino a poco sopra i 30. Una cosa poco nota è che in Italia, in Basilicata, esiste un giacimento dal quale ci si aspettano 50 mila barili al giorno a partire dal 2011. Fino ad oggi sono stati investiti 250 milioni di euro, altri 800/900 fino al 2012. Ma l’Italia è un Paese unico al mondo, e la strada per arrivare allo sfruttamento si è rivelata un impervio sentiero pieno di ostacoli come la burocrazia, la politica, la trattativa con i governi locali, ecc. Ovviamente c’è anche un’indagine della magistratura proprio sulle presunte “scorciatoie” per aggirare questi ostacoli: accuse di trucchi e mazzette negli appalti per realizzare a Corleto Perticara, l'impianto di primo trattamento del greggio di Tempa Rossa. I fatti di cronaca giudiziaria hanno portato alla nostra attenzione la realtà e abbiamo scoperto che anche il nostro è un Paese dove si cerca e si trivella un sottosuolo un tempo monopolizzato dall'Eni (e dove le compagnie di tutto il mondo “bucano”  terra e mare). Solo nel 2007 sono stati scoperti 11 nuovi pozzi, l'anno prima erano stati nove. E le richieste di permessi di ricerca si sono decuplicate in dieci anni: dalla padania al Canale di Sicilia, dalle colline abruzzesi alla Val di Noto, alla ricerca di un “bottino” che secondo Assomineraria vale più di 100 miliardi di euro. Si tratta di uno strato tesoro che spesso non piace agli abitanti del soprasuolo.

La puzza classica dell'uovo marcio, arriva dalla desolforizzazione del petrolio che si fa a Viggiano, piccolo paese della Basilicata che, con i suoi tremila abitanti, è da dieci anni la capitale europea del greggio: quello della Val d'Agri, 90 mila barili al giorno, il 75% della produzione italiana e circa il 5% del nostro fabbisogno energetico.

Il miracolo economico non si vede girando per le strade vuote dei paesi della Val d'Agri. Parlando sia con i pastori che cercano di tener le pecore lontane dalle aree recintate dei pozzi e sia con i contadini che si lamentano perché c'è meno acqua, sembra lontano l'ottimismo iniziale dei “contadini di montagna”, attaccati alla terra.

La regione ha perso 6 mila residenti negli ultimi cinque anni, la popolazione invecchia e l'emigrazione intellettuale dei giovani laureati è aumentata. Nei lontani anni cinquanta di Enrico Mattei un povero paese aggrappato alle colline pelate dell'Appennino meridionale poteva essere scosso da una notizia strabiliante: "L'Agippe ha trovato il petrolio! … diventiamo tutti ricchi!". Le voci, ampliate dai partiti al governo, i cortei capitanati da sindaci e vescovi, le bandiere ed i gonfaloni, radunarono nelle piazze un’Italia che sognava lo sviluppo e la grande industria: il petrolchimico e tutto il suo indotto. Decine di migliaia di posti di lavoro, dei quali adesso resta lo strascico di veleni e le cattedrali nel deserto: Gela, Melilli, Priolo, Pisticci (in Basilicata polo chimico ormai defunto) e su per la penisola fino al “petrolkiller” di Marghera. Adesso nessuno chiede più all'”Agippe” di fare la fabbrica accanto ai pozzi. Prima gli enti locali chiedevano impianti e lavoro, adesso chiedono soldi (a volte, sospettano i giudici di Potenza, sottobanco).

Il fatto è che il petrolio non porta lavoro. Per il Centro Oli di Corleto Perticara prima della bufera giudiziaria, Total prevedeva di assumere in tutto 150 persone. Numeri analoghi a quelli di altri centri. Nel periodo di costruzione degli impianti di trattamento e dell'oleodotto, si sono occupare 1.900/2.000 persone. Adesso, il Centro Oli ha 130 dipendenti Eni. Piccoli numeri dovuti alla natura dell'industria petrolifera, che ha alta tecnologia e basso contenuto di occupazione.

Il miracolo non c'è stato e non poteva esserci, sono un migliaio i lavoratori del petrolio in Val d'Agri, tra occupati diretti e indotto. L'entrata in funzione dell'oleodotto che porta il greggio a Taranto ha dimezzato il business ai padroncini dell'autotrasporto, che prima portavano il petrolio su gomma. Vanno bene invece i lavori edili e i servizi: bar, ristoranti, alberghi.

Le royalties, fissate finora al 7% del prezzo al barile, hanno portato nelle casse di Regione e comuni 90 milioni di euro nel 2007. Non è poco, per un territorio grande quanto un quartiere di Napoli. E l'accordo con Total le farebbe salire ancora: la multinazionale francese ha aggiunto alle royalties fissate per legge altri 50 cent al barile, più varie spese di “promozione” per la Regione. Questa rendita finora è stata utilizzata soprattutto per finanziare infrastrutture e costruzioni: strade, marciapiedi, centri polisportivi, strutture alberghiere, piscine, chiese, centri per anziani, ludoteche, box per cavalli (?), ecc. Dei 73 milioni di spesa programmata, a oggi ne sono stati usati 11. A Viggiano, su 2,7 milioni, solo 80 mila. Oltre alle vicissitudini giudiziarie, è in corso uno scontro tra le regioni petrolifere e il governo, che rivendica una parte delle royalties e i poteri in materia di autorizzazioni e concessioni. Si fa strada tra i politici lucani la richiesta di una moratoria a tutte le nuove trivellazioni, con soddisfazione degli ambientalisti che però sperano non si tratti solo di una reazione all'inchiesta.

Il Parco naturale della Val d'Agri, progettato ancor prima che si scoprisse il petrolio e malvisto anche dalle popolazioni, nato solo qualche mese fa, ha un perimetro strano perché i suoi confini girano  attorno agli impianti della multinazionale francese. Il paradosso ulteriore è che il Parco potrebbe finire per essere finanziato dai soldi del petrolio.

Il governo ha di recente sbloccato la corsa all'oro nero. Tutto ruota attorno a un progetto dell'Eni, che dopo aver scoperto nel 2001 un tesoretto (Miglianico 1 e 2) di 7 mila barili al giorno tra le colline del Montepulciano, ora vuole aprire un altro Centro Oli a Ortona: a due passi dai pozzi e dal porto, ma anche dai centri abitati e dai vigneti. Insorgono gli ambientalisti, si dividono gli amministratori: chi si schiera per il Centro, allettato dai posti di lavoro e dalle royalties, chi contro.

La Provincia di Chieti ha affidato all'istituto scientifico Mario Negri Sud una valutazione rapida dell'impatto sull'ambiente, la salute e l'economia. Risultato: l'Eni aveva sottostimato, in alcuni casi di 5 e persino 20 volte, le ricadute al suolo delle sostanze emesse. La multinazionale invece sostiene che le emissioni rispettano i limiti di legge e ha chiesto studi più approfonditi sui venti, una valutazione di impatto sanitario sull'esposizione prolungata a queste sostanze, e soprattutto dell'impatto sugli ecosistemi. L'istruttoria tecnica è conclusa: adesso la decisione è politica.

La Regione Abruzzo, prima di essere travolta dallo scandalo della sanità che ha portato in carcere il suo ex presidente Del Turco, aveva messo una moratoria all'impianto di Ortona. E in campagna elettorale anche il neoeletto presidente Gianni Chiodi, del centrodestra, si era schierato contro la costruzione del Centro Oli. Ma pochi giorni dopo la chiusura delle urne, il colpo di scena: il consiglio dei ministri ha impugnato la legge abruzzese, avocando al governo ogni decisione in nome dell'interesse nazionale. E se lo stato allunga le mani sul petrolio che è sottoterra, era già suo tutto quello che è nel mare: come il giacimento che si è aggiudicata l'inglese Medoil proprio di fronte a Ortona (20 milioni di barili).

Dalla Pianura Padana vengono su mille barili al giorno, da 3.200 metri di profondità. Pozzo San Giacomo 1, attivo da tre anni, è l'ultimo del giacimento Cavone, scoperto nel '73 ed entrato in produzione nell'80. La memoria va al più grande incidente petrolifero italiano, quello di Trecate, nella Bassa novarese, dove durante la perforazione di un pozzo qualcosa andò storto e un geyser di petrolio innaffiò per 36 ore campi, risaie e paesi circostanti. Quattordici anni dopo, si cerca ancora. Gli irlandesi di Petroceltie e i nord-irlandesi di North Petroleum scavano intorno a Trecate. Sui presunti giacimenti di Ossola, in Piemonte, si stanno facendo guerra Edison e l'australiana Pve. Intanto, i vecchi giacimenti di Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna chiudono o stanno per farlo, prima ancora di compiere venti anni.

L'inchiesta della Procura di Potenza, che ha portato il 17 dicembre all'arresto dell'amministratore delegato di Total Italia Lionel Levha e dell'imprenditore Francesco Ferrara, e alla richiesta di arresti domiciliari per il deputato del Pd Salvatore Margiotta, riguarda presunte irregolarità negli appalti per la realizzazione del Centro Oli di Tempo Rosso, nel Comune di Corieto Perticara. I giudici contestano al costruttore e ai vertici Total un patto corruttivo da 15 milioni di euro. La Camera dei Deputati non ha dato l'autorizzazione all'arresto di Margiotta. Nell'ambito dell'inchiesta è indagato anche, per favoreggiamento e rivelazione di segreto d'ufficio, il presidente della Regione Vita De Filippo.

Articolo tratto da notizie internet, Vanity Fair e altri periodici. P. E.

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Le guerre sconosciute per il cotone

 Di recente è uscito un libro di Pietra Rivoli (esperta di finanza e questioni sociali della Georgetown University), “I Viaggi di una T-Shirt nell'economia globale”, Apogeo Editore, dove sono raccontati gli interessi che ruotano attorno al cotone nell'economia globale. La storia di una t-shirt diventa lo spunto per parlare di globalizzazione, d’intrecci e interessi dei mercati e delle politiche commerciali e industriali internazionali.

 Fin dalla fine del 1600 il governo britannico adottò misure per proteggere gli interessi legati al mercato della lana, minacciato dalla morbidezza e dal basso costo del cotone proveniente dalle colonie. Si cercò d’impedire l'accesso al mercato dei vestiti di cotone indiani. A distanza di tre secoli si lotta ancora: in Texas per continuare a produrlo, con sussidi e investimenti; in vari paesi si lotta per filare i fiocchi di cotone; nei Paesi Caraibici si lotta per tesserlo; in Cina si lotta per confezionare magliette; negli USA si lotta per le quote d’esportazione; in Africa si lotta per accaparrarsi i vestiti da rivendere.

 Tra il 1815 e il 1860 il cotone costituiva la metà delle merci che lasciavano gli Stati Uniti, e gran parte era diretto in Inghilterra, dove la domanda di fibre tessili a basso costo era cresciuta notevolmente. Proprio il divieto alle importazioni di tessuti di cotone indiani aveva spronato lo sviluppo industriale (nato con le macchine a vapore) per tessere e filare il cotone grezzo.

 In America, il problema dei coltivatori di cotone era costituito dalla necessità di mano d'opera in gran quantità ma solo in alcuni momenti precisi. Il cotone va raccolto da asciutto e in breve tempo, aspettare di più significa rischiare che il vento strappi il cotone dalle piante e lo sporchi, quindi bisogna agire in tutta fretta. In un’economia di libero mercato, in un momento di alta domanda, i lavoratori avrebbero potuto chiedere di farsi pagare molto e i braccianti avrebbero avuto la possibilità di contrattare con i proprietari. Questo meccanismo fu disinnescato dai latifondisti, che si avvalevano di schiavi per il lavoro nei campi. Gli schiavi sono sempre disponibili, non contrattano e non fanno alzare i prezzi secondo le leggi di mercato. Con lo schiavismo, il settore del cotone americano si è messo al riparo dai rischi e dai costi della concorrenza.

 Finito lo schiavismo, per mandare avanti il lavoro nei campi, si provò a addestrare delle scimmie, che non mostrarono grande interesse per il lavoro, poi si tentò di usare la lotta biologica (le oche) per diserbare, ma questi animali calpestavano le preziose piantine. Alla fine, in Texas, si usarono più macchine e meno uomini e, a partire dal 1941, il governo s‘impegnò per fornire mano d'opera a prezzo fisso, disponibile a richiesta e accuratamente selezionata ai coltivatori di cotone: i messicani del Programma Bracero, docili e disperati che, a differenza degli schiavi, non necessitavano nemmeno di mantenimento nei momenti in cui non c'era lavoro perché se ne tornavano a casa propria. Il Programma Bracero era nato per sopperire alla mancanza di mano d'opera maschile in tempo di guerra, ma era talmente comodo che i coltivatori riuscirono a farlo rinnovare fino al 1964.

 Anche nella filatura e nel confezionamento vi era una gran ricerca di forze lavoro docili e disponibili, che fu soddisfatta da generazioni di ragazze in fuga dalle campagne. Le più richieste erano le giovani madri di famiglia, disposte a maggiori sacrifici pur di sfamare i figli. Nelle filande e nelle fabbriche di tutto il mondo (Italia compresa),  furono loro a realizzare l'industrializzazione. Il lavoro in fabbrica era talmente ambito, che lo si vietò espressamente ad alcune classi sociali. Agli irlandesi era vietato lavorare nelle fabbriche del New England e agli afroamericani fu possibile lavorare nel settore tessile degli Stati Uniti del Sud solo a partire dagli anni '60.

 Gli industriali del cotone sono riusciti a fare pressioni sul governo statunitense per mantenere sia i sussidi e sia una politica estera protezionistica. Questa politica protezionistica ha salvato qualche posto di lavoro, ma è stata pagata sia in tasse, necessarie per i sussidi, sia in maggiori prezzi al consumo negli USA.

 Oggi che le barriere protezionistiche del tessile stanno lentamente cadendo, guardando all'Africa, si scopre che lì si attua il commercio dei mitumba, vale a dire degli abiti di seconda mano e questo mercato è l'unico passaggio del cotone in cui s’incontra un vero libero mercato. Qui non ci sono interessi di grandi gruppi economici e, quindi, non vi sono misure politiche a distorcere il mercato internazionale e locale. Finalmente si contratta sul prezzo, si compete con la concorrenza, si corrono i rischi d'impresa e si cerca di soddisfare la domanda, invece di crearla con la pubblicità.

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Sai distinguere un grillo da una cavalletta?

 l’ordine ORTOTTERI raggruppa grilli (ENSIFERI) e cavallette (CELIFERI), insetti che si cibano di vegetali (litofagi), anche se alcune specie sono carnivore, con apparato boccale di tipo masticatore. Sono cattivi volatori (ad eccezione delle locuste), e il volo si riduce a salti prolungati. Hanno ali anteriori leggermente sclerificate che proteggono quelle posteriori piuttosto robuste e zampe posteriori con femore e tibia allungate e adattate al salto, ad eccezione del “grillotalpa”, Gryllotalpa gryllotalpa, che ha zampe anteriori adatte a scavare perché vive sotto terra. Possiedono organi uditivi, costituiti da sottili membrane situate alla base dell’addome o sulle zampe anteriori.

 Si riconoscono per il canto, che è un attributo esclusivo dei maschi nei grilli, mentre tra le cavallette in numerose specie cantano anche le femmine. La stridulazione viene prodotta sfregando il bordo delle tegmini nei grilli oppure il bordo dell’ala sulle zampe posteriori nelle cavallette. I grilli possiedono antenne lunghe e sottili e le femmine hanno un lungo ovopositore (depongono le uova nel suolo o in fessure), mentre le cavallette hanno antenne corte, appendici all’estremità dell’addome corte e l’ovopositore non è visibile.

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Gambero di fiume

 AUSTROPOTAMOBIUS PALLIPES è il nome latino del nostrano gambero di fiume, dalla colorazione chiara del ventre in contrasto col resto del corpo che si presenta bruno-rossiccio fino al verde scuro a volte con tinte più chiare vicine al giallastro. E’ tozzo, robusto e può raggiungere i 11-12 cm di lunghezza e i 90 grammi (maschi più grandi delle femmine). Vive in torrenti e ruscelli ossigenati, con letti ghiaiosi o sabbiosi ma dotati di rive con anfratti e luoghi sicuri per nascondersi. E’ un organismo stenotermo freddo, predilige le acque fresche sopportando al massimo la temperatura di 23°C, è tipicamente notturno, si nutre di qualunque cosa: dalle alghe alle piante acquatiche, dai vermi, ai molluschi, alle larve di insetti.

 E’ aggressivo nella difesa del territorio e nelle lotte sessuali. Si accoppia soprattutto nella stagione fredda, la femmina porta sull'addome per 5-6 mesi le uova fecondate (circa un centinaio), prendendosene cura, ventilandole e pulendole continuamente. In Primavera esse schiudono ma le piccole larve rimangono ancora per qualche tempo aggrappate al corpo materno.

 I gamberi di fiume devono continuamente sfuggire a numerosi predatori che in particolare le larve sono predate da altre larve come quelle dei coleotteri idroadefaghi (che si nutrono in acqua) come i ditiscidi, o delle libellule che allo stadio larvale possono predare persino i piccoli gamberetti. Tra i pesci predatori vanno ricordati la trota, il persico sole, il persico trota, l'anguilla ed il cavedano, tra gli uccelli: i corvi ed i trampolieri.

 La specie è diffusa in Europa ed i fattori che più ne minacciano la sopravvivenza nelle nostre acque sono: la presenza di crostacei esotici (vale a dire non autoctoni) introdotti dalle attività umane (sfuggiti da allevamenti) ed in particolare il orconectes limosus d’origine americana che ha una lunghezza totale tra i sei ed i nove cm con punte massime di undici. Questo gambero alloctono è d’origine americana (costa est degli Stati Uniti), si è diffuso rapidamente nei corsi d'acqua nord europei ed in Italia è stato utilizzato nei fiumi (Po e zona ferrarese) al fine di regolare la riproduzione di siluri e altri pesci predatori. Questo gambero “americano o californiano che dir si voglia” si nutre, infatti, di tutto quello che trova sui fondali acquatici tra cui anche le uova dai pesci, ha una riproduzione piuttosto veloce e non richiede d’ambienti particolari, è facile trovarlo nelle zone paludose o con acqua a lento scorrimento.

 Entrambe i gamberi sono in  competizione per le risorse ed il gambero americano ha introdotto malattie per il gambero nostrano (fungo Aphanomyces astaci che ha causato un'elevata moria nell'Austropotamobius pallipes). Anche l'inquinamento organico diminuisce il tenore di ossigeno nelle acque, rendendo impossibile la presenza del gambero nostrano che risente anche dell’inquinamento inorganico dovuto principalmente ai metalli pesanti contenuti negli anticrittogamici.

 La sottospecie italiana Austropotamobius pallipes italicus è a forte rischio di estinzione ed in molte zone non è più stata rintracciata. Ai fattori sopra elencati, si aggiunge quindi un pericoloso frazionamento dell'areale e delle popolazioni che potrebbe portare ad un indebolimento genetico e ad una rapida estinzione sul nostro territorio.

 Fino agli anni 70 il gambero nei nostri corsi d’acqua era diffuso a tal punto che lo stesso ha contribuito non poco a diversificare l’alimentazione dei nostri nonni. Ve n’erano talmente tanti che la loro cattura era affidata ai ragazzi e non succedeva mai che il secchio non ritornasse colmo! Il nostro amico gambero appartiene alla specie dei crostacei assieme alla mazzancolle, alle aragoste, agli scampi e ne fanno parte anche ragni, zecche, acari, scorpioni, millepiedi e a molti altri animali.

 Un aspetto curioso da ricordare è la sua capacità, in caso di bisogno, d’autoamputare una delle sue chele che in un secondo tempo l’animale sarà in grado di rigenerare nuovamente.

 Cosa possiamo fare per fermare le cause della sua rarefazione? Più attenzione all’ambiente che ci circonda, limitare gli inquinanti chimici in agricoltura (fosfati e nitrati sono micidiali), dotare tutti gli insediamenti urbani di depuratori degli scarichi fognari e, possibilmente, dare vita ad un serio programma di ripopolamento con materiale assolutamente autoctono.

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Anodonti, le nostre conchiglie di fiume.

 Le Anodonti sono molluschi (conchiglie) che vivono nei nostri fiumi e canali, riconoscibili durante i periodi d’asciutta per il guscio scuro e la scia di fango smosso che lasciano dietro di se. I pescatori le conoscono bene e sanno che sono in diminuzione, ma cerchiamo di capirne qualcosa in più di questi abitanti dei nostri corsi d’acqua.

 Queste strane conchiglie, dalla forma di un sasso appiattito, in alcuni casi anche di dimensioni interessanti (10-20 cm), sono un elemento importante dell'ecosistema fluviale poiché servono da alimento a numerosi animali e svolgono un lavoro di filtrazione dell’acqua.

 BIVALVI, distinguiamo 4 sottordini:

1) Schizodonti;

2) Eterodonti ffleterodonta;

3) Adapedonti;

4) Anomalodesmoidei.

Un totale di circa 17.000 specie.

Tra gli Schizodonti d'acqua dolce troviamo la superfamiglia degli UNIONOIDEI (Unionoidea), che presenta delle caratteristiche molto particolari specialmente per quanto riguarda la riproduzione. E’ interessante in questi Molluschi anche la formazione di perle, che un tempo avevano importanza economica e culturale.    

 Purtroppo lo sfruttamento delle acque dei fiumi, l'inquinamento e la diffusione di alcune specie ittiofaghe (aironi), hanno reso le conchiglie rare o del tutto introvabili.

 Esse popolano le acque europee, ed è possibile trovare l'Unio pictorum in fiumi, ruscelli e laghi, e l'Unio crassus, che invece vive solo nelle acque correnti. Ognuna di tali specie abita in regioni distinte e in ambienti diversi dando origine a varie sottospecie locali, che testimoniano della gran capacità d’adattamento e di trasformazione di questi Bivalvi.

 Molto simile all'Unio crassus è l'Anodonta cygnaea, che predilige acque più tranquille, e ha quindi il cardine privo di denti (da cui il nome: senza denti). Le minuscole particelle in sospensione di cui si ciba non le vengono di solito dall'acqua; muovendosi e agitandosi il Bivalve smuove il fondo e fa alzare nuvolette di fango che risucchia nella cavità del mantello ricavandone poi per filtraggio il cibo, costituito anche da piccoli organismi contenuti nel terreno. Setacciando in tal modo i fondali lascia dietro di sé solchi lunghi sino ad un metro.

 Ancor più dell'Unio pictorum l'Anodonta cygnaea tende a sviluppare sottospecie locali, conformi alle condizioni ambientali in cui si trova a vivere; infatti, un tempo nella sola Europa centrale vivevano 88 forme diverse, che però risultarono appartenere senza alcun dubbio a 2 sole specie ben distinte. E’ interessante notare che sia l'Anodonta cygnaea sia la Pseudoanodonta complanata sono in grado di percepire i movimenti, o meglio le ombre che scivolano sopra di se, quanto più l'ombra è intensa, tanto più evidente è la reazione. Ciò rappresenta un vantaggio non indifferente per il Mollusco, giacché un'ombra preannuncia spesso l'avvicinarsi di un nemico.

 Per i Bivalvi d'acqua dolce, la metamorfosi da uovo fino ad animale adulto presenta notevoli differenze rispetto ai Bivalvi marini. Le larve degli Unionoidei vivono da parassiti sui Pesci, e nella struttura corporea hanno ben poco in comune con le forme larvali dei Bivalvi marini. Le larve liberamente natanti sarebbero facilmente trascinate dall'acqua corrente e distrutte; pertanto i Bivalvi d'acqua dolce non depongono uova né larve nell'acqua. D'estate le uova non ancora fecondate sono accumulate nelle fessure tra le branchie materne, che si gonfiano notevolmente. Gli spermatozoi penetrano attraverso l'apertura inalante, e la fecondazione ha luogo nelle branchie. Qui si sviluppano le larve (circa 300.000 per ogni animale), che sono liberate nella primavera successiva. Ad un primo sguardo esse somigliano a piccoli Bivalvi, e solo un esame più attento rivela che la loro struttura è totalmente differente da quella dell'adulto.  

 Dopo che le larve sono state espulse attraverso l'apertura esalante dal corpo della madre, in un primo tempo formano sulla superficie fangosa del fondo dei piccoli ammassi; non appena s'avvicina un Pesce, le valve munite d’uncino si aprono e si chiudono come una tenaglia, e in tal modo la larva si fissa sull'ospite. La piccola ferita provocata dalla larva nel corpo del Pesce guarisce rapidamente; il glochidio è addirittura incapsulato dai tessuti dell'ospite. Ora la larva inizia la sua metamorfosi, e sì formano anche le valve della vera conchiglia. Dopo 2-10 settimane la capsula scoppia, il Pesce, forse spinto da una sensazione di prurito, si strofina contro piante acquatiche o sassi ruvidi e si libera del Mollusco che cade al suolo e inizia una nuova vita.

 I Bivalvi d'acqua dolce hanno una grande importanza per i nostri corsi d'acqua. L'azione depurante della loro attività di filtraggio è troppo spesso, sottovalutata, se pensiamo che ogni individuo filtra attraverso gli appositi organi oltre 40 litri d’acqua l’ora. Sterminare i molluschi di uno specchio d'acqua significa comprometterne l'equilibrio biologico e, indirettamente, le stesse condizioni vitali per noi uomini ne sono pregiudicate, se è vero che la nostra salute dipende pur sempre dalla purezza e dalla bontà dell'acqua potabile.

 Foto Ermete Pastorio: Anodonte trovata in un canale a Fossalta di Piave (VE).

 Si ringrazia per la cortese collaborazione il personale della biblioteca di San Donà di Piave.

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Addestramento cani

Per l'addestramento dei cani da caccia nella regione Veneto vale la L. R. 50/93, art. 18 che autorizza l'allenamento e l'addestramento dei cani dalla terza domenica d'agosto fino alla seconda di settembre, di mercoledì, sabato e domenica, dalle 6 alle 11 e dalle 16 alle 20, solo su terreni incolti, boschivi di vecchio impianto, stoppie, prati naturali e di leguminose non oltre 10 giorni dall'ultimo sfalcio (la legge non dice nulla sul numero dei cani in addestramento). Alcune limitazioni sono previste per i siti Natura 2000 (zone Z. p. s., contrassegnate da tabelle marroni) e sono pubblicate come allegato D al Bollettino Ufficiale della Regione Veneto, n. 4 del 9 gennaio 2007. Le limitazioni riguardano principalmente l'orario della caccia vagante col cane ed i campi addestramento cani.

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Garzetta schistacea

L’avvistamento di garzette dal piumaggio scuro (in Italia sono stati segnalate almeno 50 osservazioni) è dovuta al fatto che delle dodici specie di piccoli aironi del genere Egretta (garzette), almeno cinque hanno piumaggio chiaro e scuro all’interno della stessa popolazione.

Delle varie specie solamente due possono interessare marginalmente l’Europa ma nel periodo giugno/luglio i giovani di nitticora possono essere confusi con esse:

-                Garzetta schistacea occidentale [Egretta (gularis) gularis]: diffusa lungo le coste atlantiche dell’Africa, dal Gabon al Banc d’Arguin in Mauritania.

-                Garzetta schistacea orientale [Egretta (gularis) schistacea]: nidificante lungo le coste del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano, dalla Penisola Arabica ed Africa orient. all’India occ.

La Garzetta (Egretta garzetta) è uno degli aironi più diffusi d’Europa, comune specialmente tutto attorno al bacino del Mediterraneo; essa, inoltre, viene osservata con sempre maggior frequenza a nord fino alle Isole Britanniche e Scandinavia meridionale.
L’esistenza di un "morfismo" scuro nella Garzetta, per lungo tempo ritenuta verosimile sulla base di osservazioni poco circostanziate, sembra attualmente da escludersi con certezza.

Oltre il 95% delle segnalazioni europee di "garzette scure" sono state compiute nel bacino Mediterraneo occidentale. La Garzetta schistacea occidentale (gularis) è la garzetta esotica osservata con maggior frequenza e regolarità nel bacino del Mediterraneo. La Garzetta schistacea orientale (schistacea) è irregolarmente osservata nell’Europa sud-occidentale.

La Garzetta schistacea occidentale (gularis) è piuttosto variabile dal punto di vista delle dimensioni; alcuni esemplari, infatti, sono chiaramente più piccoli della maggior parte di garzetta, mentre altri individui, al contrario, sono nettamente più grandi e massicci. Anche dal punto di vista strutturale, questa forma presenta una certa variabilità: in effetti, la letteratura ornitologica attribuisce alla tipica gularis una struttura leggermente più massiccia della cugina europea, con becco più spesso alla base e a forma di "coltello" (con margine inferiore più o meno rettilineo e margine superiore arcuato verso la punta) e zampe mediamente più corte o robuste (specialmente il tarso).

La Garzetta schistacea orientale (schistacea) risulta, invece, mediamente più grande di garzetta e della maggior parte di gularis. Essa, inoltre, appare ben differenziata strutturalmente, essendo più massiccia e goffa delle altre forme.

L’adulto della Garzetta schistacea occidentale (gularis) è uniformemente grigio-ardesia scuro, tanto da sembrare nerastro in luce radente, ma con tinte metalliche blu o verdastre su testa e parti superiori, e bruno-violacee sulle parti inferiori. Il giovane, invece, è grigio-brunastro, con sfumature violacee più o meno intense, generalmente più smorto, opaco e chiaro dell’adulto. E’ sempre presente una chiazza bianca su mento, gola ed estrema parte superiore del collo.

L’adulto di Garzetta schistacea orientale (schistacea) si presenta uniformemente grigio-lavanda, con un’evidente componente cerulea o bluastra, colorazione solitamente più chiara e vivace che in gularis; raramente, alcuni individui si presentano più scuri, specialmente in luce radente, ma sempre fortemente sfumati di blu ultramarino. Il piumaggio del giovane in morfismo scuro è, rispetto a quello dell’adulto, più chiaro. La macchia bianca sulla gola è mediamente più estesa che in gularis, soprattutto lungo la parte anteriore del collo, e può presentare i bordi sfumati ed irregolari nel piumaggio giovanile.

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I veleni nei nostri giardini

Nei nostri orti o giardini vi sono piante estremamente pericolose per le persone e per i nostri amici animali. I cuccioli hanno l'abitudine di correre, saltare e morsicare un po’ tutto, scarpe, giochi, piante e foglie. Alcune di queste piante sono estremamente velenose, ma, fatto ancora più grave, anche i bambini piccoli hanno l'abitudine di mettere in bocca cose o oggetti vari che si trovano a portata di mano.

Impariamo a conoscere questi veleni domestici.

Pianta

Componente velenosa

Conseguenze

Giacinto Bulbo Nausea, vomito. Può essere mortale.
Narciso Bulbo Nausea, vomito. Può essere mortale.
Oleandro Foglie, rami Molto velenoso, mortale anche per l'uomo
Digitale Foglie Può essere mortale se ingerita in grandi quantità
Rabarbaro Foglie Mortale
Alloro Bacche Mortale, per uccidere un cucciolo bastano poche bacche
Azalea e rododendro Tutte le componenti Mortale
Gelsomino Bacche Mortale
Tasso Bacche e fronde Mortale, il verde è più velenoso delle bacche; causa morte improvvisa senza evidenti sintomi.
Pomodoro Foglie Disturbi vari, mortale senza consulto medico immediato
Ginestra Fiori Bruciore di bocca e budella. Vomito.
Edera Foglie e bacche Mortale
Elledoro Intera pianta Molto tossica
Ficus Foglie e fusto Tossica in particolare per gli animali
Filodendro Foglie e fusto Tossica: edema, stomatite, vesciche sulla cute e reni
Giglio Foglie e bulbo Negli animali: apatia, vomito
Glicine Semi Causa vomito, diarrea e dolori addominali
Iris Bulbi Sintomatologia gastroenterica
Mimosa giapponese Semi Vomito, diarrea, convulsioni
Monstera Foglie e steli Dermatiti, gengiviti, ipersalivazione, vomito
Mugheto Tutto Molto velenosa
Ornitogalo Bulbo Vomito, apatia, insufficienza renale
Stella di Natale Foglie A contatto con gli occhi causa lacrimazione. Se ingerite causano diarrea, vomito.
Solano Bacche Gastoenterite emorragica
Spatifillo Foglie Emorragie e disturbi respiratori
Tulipano Bulbi Gastroenterite leggera (animali)
Vischio Bacche Tossiche, vomito, disturbi neurologici, morte (animali).

Un discorso a parte merita lo Stramonio, conosciuto come erba del diavolo o erba delle streghe. Aprendo il giornale il 5 novembre scorso m'è capitato di leggere che a Treviso, due 15enni, sono finiti all'ospedale per aver "fumato" alcuni semi di stramonio. Sappiamo bene quanto possano essere ingenui i giovani nelle loro "attività ludiche", ma arrivare a fumare semi di stramonio ha dell'assurdo. La Datura stramonium non è l'hashish e nemmeno la marjuana, si tratta di una pianta velenosissima, i cui effetti sono amplificati dall'assunzione di alcool. I due ragazzi trevisani sono stati ricoverati in preda a convulsioni ed in effetti, la potente combinazione degli agenti tossici presente nei semi della pianta di stramonio, può portare alla paralisi della muscolatura respiratoria, al coma e alla morte (niente male per uno spinello). Ad oggi lo stramonio, nonostante la sua evidente tossicità, incredibilmente non è ancora inserito nella tabella degli stupefacenti. Si tratta di una pianta presente un po' ovunque: negli incolti, vicino ai margini delle strade e presso i ruderi. In passato le sue proprietà narcotiche erano utilizzate da stregoni o sciamani per rituali magico-spirituali e nella magia nera per fare ammalare gravemente le persone a cui era destinata. L'aspetto tragi-comico della faccenda e che, secondo gli addetti ai lavori, i ragazzi conoscono gli effetti narcotici e non conoscono, o fanno finta di non conoscere, gli effetti pericolosamente tossici della pianta. La casistica riporta il decesso di tre giovani in Francia nel 1992 e di uno in Svizzera nel 1998. In tempi più recenti uno studente di giurisprudenza dell'università di Ferrara è finito in coma dopo essersi mangiato una bistecca cosparsa di semi di stramonio.

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Le tartarughe dalle orecchie rosse

Classificazione
Classe: Reptilia (Rettili)
Sottoclasse: Anapsida
Ordine: Testudines
Sottordine: Cryptodira
Superfamiglia: Testudinoidea
Famiglia: Emydidae
Sottofamiglia: Emydinae
Genere: Trachemys (7 specie)
Specie: scripta (12 sottospecie)
Sottospecie: elegans
Le tartarughe dalle orecchie rosse arrivano degli Stati Uniti (sicuramente non a nuoto). La tartaruga dalle orecchie rosse ha due macchie rosse ai lati del muso, vive principalmente negli stati sud-orientali. In cattività, se ben accudite, possono vivere anche oltre 30 anni.
Vivono in acqua dolce, hanno il carapace di forma ovale e di colore verde che si scurisce con l'età, fino a diventare quasi nero. Il piastrone sotto e' di colore giallo, con macchie nere, ed è unito al carapace lungo i margini laterali. Da adulte le femmine arrivano a misurare fino a 30 cm circa, mentre i maschi, di solito, sono più piccoli (circa 16 cm), hanno il piastrone concavo e le unghie e la coda più lunghe. La pelle e' verde con strisce gialle.
Diventano sessualmente mature attorno ai 5-7 anni per le femmine e 2-5 anni per i maschi.
Sono timide, al minimo segno di pericolo, si immergono in acqua, per nascondersi e cercare riparo, ma sono anche molto curiose. Nel corso degli anni di convivenza con l'uomo possono anche prendere confidenza con quest'ultimo fino a non fuggirne più, ma faticano ad accettare la convivenza e ciò rivela come le tartarughe non siano animali domestici.
La Trachemys scripta e' un animale diurno. Vive in acque ferme o poco mosse come stagni, laghi, paludi, fiumi tranquilli con piante acquatiche e fondali fangosi che permettano di nascondersi e riposare.
Trascorre la maggior parte della vita in acqua. Tuttavia, ha bisogno anche di posti asciutti e di molto sole, che è indispensabile per il carapace.
Le Trachemys sono attive ad una temperatura compresa tra 10° e 37°C. Sotto i 10°C vanno in letargo, sott'acqua, nascoste tra il fango.
L'alimentazione e' costituita da pesci, insetti, piante acquatiche.
L'Unione Europea con il regolamento n.338/97 vieta l'importazione di Trachemys scripta elegans, a causa dell'impatto sulle specie locali.
Non va assolutamente gettata in un fiume o in uno stagno, poiché altera l’equilibrio delle specie autoctone. Nel caso non ci si possa più occupare di lei occorre contattare le associazioni protezionistiche o gli acquari pubblici per sapere come comportarti correttamente.

Ogni anno importiamo in Italia più di 900.000 tartarughe dalle orecchie rosse neonate, lunghe solo tre centimetri.
Tutti i genitori di questi piccoli rettili sono stati catturati in natura e trasportati in stagni artificiali, dove si riproducono e muoiono dopo pochi anni.
I piccoli nati sono stipati a centinaia in piccole scatole e spediti in tutto il mondo.
La maggior parte di loro, una volta giunta nelle nostre case, finisce rinchiusa in piccole vaschette, in condizioni di luce, temperatura e alimentazione inadeguate, morendo di stress o malattie dopo pochi mesi.
Quelle poche tartarughe che invece riescono a sopravvivere crescono fino alle dimensioni di 16/30 cm, ed a questo punto molti animali diventano scomodi e sono abbandonati nei fiumi e negli stagni, con gravi conseguenze per loro stessi e per gli altri animali che popolano i nostri corsi d'acqua, infatti nutrendosi di piccoli pesci, rane o girini, possono anche distruggere il delicato equilibrio dell’ecosistema in cui vengono “gettate”.

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Capriolo o unicorno?

La notizia è che hanno avvistato un capriolo con un solo corno ed è stato detto che ciò spiegherebbe la leggenda dell'unicorno. Leggende a parte, il fatto che un cervide (caprioli, cervi e daini sono cervidi) si presenti con un solo corno è un fatto naturale dovuto ad una menomazione a livello di testicoli. Nei cervidi solo i maschi portano il palco (corni) e solo nel periodo degli amori, il palco cade alla fine del periodo e ricrescerà l'anno prossimo. Diversamente avviene per i bovidi (camoscio, stambecco, muflone, ecc,), a loro il palco cresce per tutta la vita ed, in misura minore, anche alla femmine. Il palco serve per difendere il territorio, o l'harem, e per dimostrare alle femmine la propria capacità riproduttiva. Se a causa di un incidente (per esempio saltando un reticolato) un cervide perde un testicolo, non gli ricrescerà più uno dei due corni, ed esattamente se perde il testicolo di dx non gli crescerà più il corno di sx e viceversa. Il capriolo che è stato avvistato ha un solo corno ed è giovane, quindi, l'unico corno si presenta con una sola stanga come nei fusoni. Dopo la stagione degli amori il corno cadrà e ricrescerà l'anno prossimo, ma con due (forse tre) punte e quindi perderà la somiglianza col mitico unicorno. In natura questi animali che hanno problemi riproduttivi sono emarginati dagli altri simili e diventano facilmente predabili. Questo è il motivo per cui nella caccia di selezione sono abbattuti per primi proprio i capi che si presentano con problemi o anomalie (con un solo corno, parruccati, albini, ecc.). I selecacciatori si sostituiscono ai predatori naturali (che oggi sono scomparsi) ed abbattendo i capi peggiori si ottiene, nel lungo periodo, un miglioramento della razza, come avviene già da decenni in altri paesi europei.

Il palco dei cervidi e formato da osso ed è pieno all'interno mentre i corni dei bovidi sono formati dalla stessa sostanza delle unghie e sono cavi all'interno.

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10 modi per distruggere la propria associazione

(tratto dalla rivista "Marinai d'Italia").

1) Non frequentare la sede;
2) Frequentarla ma solo per criticare e per creare problemi;
3) Rifiutarsi di assumere incarichi;
4) Offendersi per non essere stati prescelti o per non avere avuto incarichi;
5) Dopo avere ricevuto un incarico non partecipare alle riunioni;
6) Oppure partecipare senza aprire bocca se non dopo la conclusione della seduta per criticare o per dire come sarebbero dovute essere fatte le cose;
7) Non collaborare ad alcuna attività, evitare accuratamente ogni impegno, criticare i volonterosi che si danno da fare;
8) Opporsi ad ogni nuovo programma, ad ogni iniziativa con la scusa che le iniziative gravano inutilmente sul bilancio;
9) Se nessuna iniziativa è stata assunta accusare i dirigenti di scarsa iniziativa;
10) Leggere il giornale sociale e gli avvisi solo occasionalmente e poi lagnarsi di non essere tenuto al corrente sulle novità dell’associazione.

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La verità sull'innevamento artificiale delle piste da sci.

L’innevamento artificiale è iniziato negli Anni 50 in USA, circa 20 anni dopo è arrivato Europa e verso gli anni 80 ha avuto gran diffusione anche grazie alle scarse precipitazioni nevose. Serviva ad integrare la neve naturale mentre oggi è esattamente in contrario. Con la neve artificiale è cambiato il modo di sciare (gli sciatori conoscono la differenza) ed è anche cambiata la stagione sciistica. Per produrre la neve artificiale servono macchinari ed ingenti quantitativi d’energia oltre che acqua ed aria (per questioni d’immagine si chiama la neve artificiale “programmata”), servono dei nebulizzatori per spargere nell’aria le finissime gocce d’acqua, ma non solo, servono anche temperature di almeno -4 gradi, umidità inferiore all’80%, e temperatura dell’acqua non superiore ai 2 gradi. Con temperature superiori l'innevamento rischia di diventare antieconomico (per questo motivo sempre più spesso si utilizzano additivi chimici che incidono sulla temperatura alla quale l'acqua passa allo stato solido).

La neve artificiale è prodotta tramite cannoni ad aria compressa o con cannoni ad elica. Nel primo caso l'aria compressa è alimentata tramite dei tubi, nel secondo la corrente d'aria è prodotta da un'elica che necessità dì corrente elettrica. L’impiego dell'una o dell'altra tecnica è in funzione delle condizioni locali e ciò che si vede sulle piste sono solamente gli innevatori (e al limite i punti di prelievo dell'acqua); in realtà il sistema per la produzione di neve artificiale richiede anche un sistema di captazione dell'acqua, punti di prelievo, serbatoi, pompe, tubazioni (per acqua e aria compressa), compressori, impianti d’alimentazione, cavi interrati e un sistema di controllo.
L’acqua è la risorsa principale. Con 1.000 litri (1 m3) si riescono a produrre da 2 a 2,5 metri cubi dì neve. Per realizzare l'innevamento di base (30 cm) per una pista dì un ettaro di superficie occorre almeno un milione di litri d'acqua (mille metri cubi). Si calcola che per innevare un ettaro di pista per tutta la stagione occorrano 4.000 metri cubi d’acqua. Ne consegue che per innevare i quasi 24.000 ettari di piste innevabili delle Alpi se ne vanno poco meno di 100 milioni di metri cubi d’acqua a stagione. L’acqua è prelevata da torrenti, sorgenti o dalla stessa rete dell'acqua potabile in un periodo - da novembre a febbraio - tra l'altro di scarsità e di magra. Per questo motivo, oltre che per la necessità di avere ingenti quantitativi d'acqua in tempi brevi, viene sempre più spesso perseguita la via degli invasi di raccolta.
Oltre all'acqua occorrono notevoli quantità d’energia. Il consumo energetico dipende da fattori quali l'ubicazione delle piste, la tipologia d’impianto, l'approvvigionamento idrico e le condizioni climatiche. Ultimamente i modelli di cannoni da neve hanno migliorato la loro efficienza, ma è anche vero che è aumentato in modo esponenziale il numero d’impianti. Sulle Alpi francesi, e sulla base dei consumi energetici relativi alla stagione 2001-2002, si è stimato un consumo energetico pari a circa 25.000 kWh per ettaro di pista. Applicando questo valore all'intero sistema di piste innevate artificialmente di tutto l'arco alpino (circa 24.000 ettari) si avrebbero 600 milioni di kWh che è all'incirca il consumo annuo d’energia elettrica dì 130.000 famiglie. Nelle Alpi le piste innevabili artificialmente sono il 27% del totale (anche se oltre il 90% delle stazioni sciistiche più grandi ha impianti per l'innevamento artificiale); i paesi con la maggior quantità di piste innevabili sono Austria ed Italia (con circa 40% del totale). Nell'arco alpino il primato assoluto spetta alla Provincia di Bolzano che "vanta" l'80 % delle piste innevabili artificialmente.

La tendenza è per una generale crescita: tra il 1997 ed il 2002 in Francia, la superficie innevabile è aumentata dei 60%, in Svizzera è raddoppiata e in Germania è aumentata del 140%. Difficile prevedere dove si possa arrivare, tuttavia in Alto Adige o in Val d'Isére sono molti i comprensori sciistici in grado d’innevare artificialmente la totalità delle piste. A destare preoccupazione, più che l'aumento delle superfici innevabili, è l'espansione verso l'alto, ossia l'aumento di superfici innevabili a quote sensibili dal punto di vista ecologico. Già oggi vengono innevate parti d’alcuni ghiacciai.
Dal punto di vista economico la neve artificiale ha costi ingenti sia in termini d’investimento che di gestione. Si calcola che in Svizzera per un chilometro dì pista innevabile occorra un investimento di circa 650.000 euro e costi di gestione di circa 33.000 euro (con un differenza irrisoria tra un inverno normale e uno con scarsità di precipitazioni). Chi si assume questi costi? Dato che spesso i comuni sono comproprietari delle imprese che gestiscono gli impianti e che di solito gli enti locali (con modi diversi secondo i paesi) partecipano alla ripartizione dei costi, è difficile capire chi e in che misura paga. Sono tra l’altro notevoli le pressioni sulle pubbliche amministrazioni affinché aumentino il loro apporto finanziario. Tra le prime conseguenze dei costi elevati è da citare il rincaro degli skipass, che causerà la fine dell'epopea dello sci inteso come "sport popolare".
Veniamo agli effetti sull'ambiente. Innanzitutto va considerata l'elevata necessità d’infrastrutture (posa di tubazioni per acqua, aria, cavi, stazioni di pompaggio), e l'utilizzo di macchinari pesanti che possono incidere sui delicati ecosistemi montani. Questi interventi vanno a sommarsi a quelli che permettono di realizzare le piste. Non ci sono studi sul lungo periodo in merito agli effetti della neve artificiale sulla vegetazione e la flora, tuttavia, il fatto che sulle piste innevate artificialmente la neve resista più a lungo, che la pressione esercitata dalla stessa neve, sia maggiore (contiene più acqua, quindi pesa di più), che l'acqua con la quale si produce la neve contenga più minerali e sostanze nutritive, provoca alterazioni del manto vegetativo.

Capitolo a parte meriterebbero gli effetti dell'impiego d’additivi chimici o di microrganismi che consentono la formazione di neve a temperature più elevate. L’acqua prelevata da sorgenti, ruscelli, dalla falda o dalla rete idrica potabile nel periodo invernale incide per quantità e intensità di prelievo sul bilancio idrico in periodi di scarsità d’acqua. Per contro, in primavera, in occasione dello scioglimento, si può avere un eccessivo scorrimento dell'acqua sulle piste.

A tutto questo va aggiunto il rumore e l'inquinamento luminoso. Il rumore dei cannoni da neve, soprattutto di notte e nelle valli strette, è udibile a lunghe distanze; la luce ed il rumore degli impianti d’innevamento possono essere di disturbo per l'uomo e per gli animali. A corollario di quanto detto occorre infine considerare il contesto dei cambiamento climatico in atto e le sue conseguenze sulla pratica degli sport della neve.

E’ in corso un aumento delle temperature del pianeta e le Alpi sono particolarmente sensibili a questo cambiamento. AD ogni aumento di 1 gc della temperatura corrisponde un innalzamento di circa 150 metri dello zero termico. Ciò comporta un più rapido scioglimento delle nevi e dei ghiacciai, ma soprattutto si riduce il numero delle giornate di neve certa. Secondo studi attendibili, nelle Alpi meridionali francesi tra qualche tempo non esisteranno più località con neve certa, mentre nelle Alpi svizzere e austriache avranno neve certa soltanto le località al di sopra dei 1600-2000 metri. Discorso analogo per le Alpi italiane. Un futuro con ancora più neve artificiale quindi, con la conseguente scomparsa delle stazioni sciistiche a quote medio-basse.

Il destino delle località turistiche alpine non può essere legato unicamente alla pratica dello sci, e non soltanto in ragione dei cambiamenti climatici, ma anche a causa dell'invecchiamento della popolazione europea e della concorrenza da parte delle località esotiche rispetto alle classiche settimane bianche. Lo sci è minacciato da limiti finanziari, ecologici e culturali: i cannoni da neve non sembrano in grado di risolvere questi problemi, ma casomai li amplificano. Già oggi in alcune località turistiche invernali alpine la maggior parte degli ospiti non pratica lo sci di pista, ma predilige le escursioni, le passeggiate, la cultura, il relax o l'enogastronomia. Elementi questi ultimi che necessitano di un ambiente intatto, d’originalità e genuinità del paesaggio. In futuro, soprattutto per le località dove la neve naturale verrà sempre meno, sarà quindi indispensabile diversificare l'offerta turistica.
 

Fonte di questo e di altri articoli: piemonte.parchi@regione.piemonte.it

Piemonte  Parchi è un mensile molto interessante e ben fatto, pubblicato dalla Regione Piemonte. La Scuola Faunistica Veneta ha donato un abbonamento per questo mensile al Centro Trasfusionale di San Donà di Piave. La speranza è che i donatori che vi si recano per donare il sangue possano ingannare l'attesa con una lettura interessante (anziché le solite riviste vecchiotte). Loretta Nonnato, un'Avisina.

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Energie rinnovabili e ambiente

Rischio black out e siccità, stati d’emergenza, eventi eccezionali, la preoccupazione per il global warming non accenna a placarsi. Il riscaldamento del clima è fra i temi d'attualità più discussi a livello mondiale. Stampa e tivù spaziano dal catastrofismo di fenomeni fuori dell’ordinario come nubifragi e inondazioni, all'allarme per anomalie botaniche fuori stagione, assenze di nevicate e temperature da record. Le agenzie governative di paesi avanzati come gli Stati Uniti o in via di rapido sviluppo come la Cina e l'india, minimizzano le responsabilità delle centrali termoelettriche all'inquinamento atmosferico, mentre altri esperti mostrano le correlazioni tra i cambiamenti climatici e l'attuale modello di sviluppo, basato su un consumo d’energia in continua crescita.
Le fonti energetiche e il loro approvvigionamento, sembra questo il nocciolo del problema. Se in passato la vita della gente dipendeva, essenzialmente dalle produzioni agricole, le attuali società industriali e post-industriali solo con l'impiego d’energia, ricavata prevalentemente dalla combustione dei carburanti fossili come petrolio, metano e carbone. Immaginate per un momento che premendo l'interruttore non si accenda più la luce dì casa, che non arrivi più gas alla caldaia, che le pompe di carburante siano a secco. Le conseguenze sarebbero inimmaginabili perché senza energia si ferma tutto: gli ascensori, gli elettrodomestici, i treni, le auto, il rifornimento delle derrate alimentari, la refrigerazione, il riscaldamento, la distribuzione delle merci e le fabbriche.
I gas che producono l’effetto serra sono: il vapore acqueo, l’anidride carbonica, il metano, il biossido d’azoto e ozono. Questi gas sono prodotti sia da fenomeni naturali e sia dalla trasformazione dei combustibili fossili (petrolio e carbone) in energia. Sappiamo che la temperatura complessiva è aumentata (da 0,4 a 0,8 gradi) e che la maggior parte di ciò è attribuibile alle attività umane, ma le previsioni statistiche prevedono per i prossimi venti anni un incremento dell’utilizzo delle fonti rinnovabili, almeno fino ad un 20% (non molto a dire il vero). I vantaggi sull’utilizzo delle fonti rinnovabili sono enormi ed irrinunciabili: costo zero delle materie prime e nessun inquinamento atmosferico.
SOLARE. Fonte potentissima, il solare è però discontinuo. Si sfrutta con pannelli solari che producono acqua calda utile per usi domestici, m è attualmente antieconomico per la produzione d’energia elettrica. In Italia esiste una centrale solare alle falde dell’Etna, ma dopo una lunga fase sperimentale, attualmente non è utilizzata. Attualmente è in fase d’attivazione una nuova centrarle solare in Sicilia che secondo Carlo Rubbia è più economicamente interessante delle centrali e cellule fotovoltaiche. Si basa su un complesso sistema di specchi e avrà una potenza di 20 megawatt.
FOTOVOLTAICO. Di realizzazione più facile, ma più costoso ed a bassa efficienza. Si presenta come un pannello solare, è costituito da una superficie di silicio ma solo il 18% dell’energia dei raggi solari è trasformata in energia. Per sopperire al fabbisogno dell’Italia servirebbe un pannello solare grande come l’Umbria. Un pannello fotovoltaico da 1 chilowatt misura 8 mq, costa circa 7000 €, e soddisfa circa il 40% del fabbisogno di una famiglia. Considerato il risparmio sull’energia e gli incentivi statali la spesa può essere recuperata in 10/11 anni.
EOLICO. Assomigliano ben poco agli antichi mulini, sono enormi torri, alte anche 80 metri, che ricavano dalla forza del vento energia elettrica. Hanno una potenza di circa mezzo chilowatt, quindi n’occorrono 200 per produrre 1000 megawatt (pari ad una media centrale termoelettrica). Sono accusati di offendere il territorio e la sensibilità ambientale delle comunità ove sono collocati. Inquinamento acustico e problemi causati alla fauna selvatica sono i motivi fondamentali delle opposizioni. Alcune nazioni del nord Europa hanno collocato questi giganti nel mezzo del mare, ma ovviamente questa soluzione non è praticabile in Italia a causa delle profondità dei mari Ligure, Tirreno e Ionio e per la scarsa ventosità (costante) dell’Adriatico. Tra le fonti rinnovabili, l’energia eolica sembra la strada che molti paesi preferiscono prendere per motivi pratici e perché vince il rapporto costi/benefici rispetto alle altre fonti. Alcune stime danno una produzione di 300 gigawatt nel 2030 prodotto nel Mare del Nord. Una curiosità: l’energia eolica pare essere la più pulita ma è anche la più contrastata dagli ambientalisti.
IDROGENO. Abbondantissimo in natura combinato ad altri elementi, ma scarsissimo allo stato puro. Per essere utilizzabile deve prima essere separato dagli altri elementi con procedimenti che richiedono consumo d’energia a loro volta. Una volta prodotto si conserva e si trasporta in forma liquida, gassosa o ad assorbimento e quindi con difficoltà e pericolo poiché è infiammabile ed esplosivo.

 E. P. Fonte: Piemonte Parchi.

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La foca monaca: vittima del turismo e del progresso.

Forse un tempo, molto lontano, erano abbastanza frequenti gli incontri con la foca monaca che nuotava libera nel mare. Forse era proprio la sensuale, misteriosa sirena di cui parlavano i naviganti. Della quasi estinta «foca monaca", oggi esistono pochissimi esemplari nel mediterraneo e gli avvistamenti sono talmente rari che quando n’è individuata una il fatto diventa di gran portata per biologi e ricercatori. Conosciuta anche col nome di bue marino, è un mammifero molto intelligente, che a causa delle attività umane è stata condannato all’estinzione. Un tempo popolava l’intero Mediterraneo, dalle coste africane, all’Egeo ed alle isole centrali, ma l’escalation delle situazioni inquinanti, il turismo di massa ed una pesca meccanizzata ne hanno sterminato la specie. Si stima che oggi sopravvivano dai 300 ai 400 esemplari, 150-200 nell’Egeo, un paio di dozzine nel Mediterraneo occidentale, una decina nel Mar Nero e 130 in Atlantico sulle Coste della Mauritania. In Italia nelle coste tradizionalmente frequentate dalle foche oggi non si conoscono più nuclei produttivi, tanto che la specie è stata dichiarata estinta nelle acque italiane. Solo sporadici avvistamenti e molte speranze d i un ritorno nelle località storiche come il Golfo di Orosei e nelle Egadi.
L'esistenza riservata di cui hanno bisogno questi animali per vivere non concorda con la politica "turistica" sostenuta per le note esigenze economiche. Le foche monache hanno dovuto così adattarsi a divenire delle cavernicole per sopravvivere, attitudine non proprio consona ad una specie abituata alla libertà nei mari.
La foca monaca (Monachus monachus) della famiglia Focidi, è un mammifero che può arrivare ad una lunghezza di circa tre metri e a quattrocento chilogrammi di peso circa. Il suo colore dà sul marrone-grigio sul dorso, mentre è più chiaro sul ventre, chiazzato di macchie biancastre. Le punte del pelo foltissimo tendono al giallastro, soprattutto negli esemplari più anziani. La foca monaca è quasi priva di sottopelo, al contrario delle foche che vivono nei mari freddi. Si ciba esclusivamente di pesce azzurro e, per tale motivo, incappa spesso nelle reti da posta dislocate in gran quantità nel nostri mari.
Il suo habitat è ormai quasi esclusivamente quello delle acque costiere nei pressi delle coste rocciose e inaccessibili, ove esistono grotte sommerse e caverne nelle quali riesce a partorire e ad allevare i cuccioli. E’ una specie dichiarata in estinzione e perciò è protetta dalle leggi in materia di tutti i Paesi mediterranei.

 E. P. Fonte: Piemonte Parchi.

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Le Vipere in Italia

Tutti i serpenti, ed in particolare le vipere, hanno sempre creato impressione, un senso di ribrezzo o di paura e di pericolo nella persone.

Per razionalizzare la paura occorre una migliore conoscenza dei retti in generale e delle vipere in particolare. Opportuni metodi di difesa e modi comportamentali adeguati, possono sicuramente prevenire il pericolo di un contatto ravvicinato con questi animali a sangue freddo.

In Italia si possono trovare 23 specie di serpenti, ma soltanto 4 specie di vipere velenose o potenzialmente pericolose (esclusa la Sardegna dove e vipere non sono presenti):

1) Aspide (o vipera aspis) è la più diffusa e provoca il maggior numero di casi di avvelenamenti. Si può trovare in tutte le regioni (esclusa la Sardegna) e vive sia in pianura che in montagna fino ad una altitudine superiore ai 2500m.

2) La  Vipera del Corno (o vipera Ammodytes) si può trovare in Friuli (Carnia) in alcune località alpine e prealpine del Trentino e del Veneto, nelle zone aride e pietrose, con scarsa vegetazione, in genere a bassa altitudine, ma più raramente si può trovare anche sui monti fino ad un'altitudine di 2000 m. E’ riconoscibile per il cornetto sulla punta del muso. Si tratta della vipera potenzialmente più pericolosa delle italiane poiché, a differenza delle altre essa conserva i riflessi anche durante la digestione.

3) Il  Marasso Palustre (o vipera berus) è presente in tutte le regioni alpine e prealpine, fino ai 3000 m., ma anche nelle zone pianeggianti umide e paludose.

4) La Vipera dell'Orsini (o vipera Ursinii) è la più piccola ed innocua delle vipere italiane ed è diffusa nell'Appennino Abruzzese e Umbro-Marchigiano dai 1400 ai 2000 m, si nutre principalmente di cavallette.

Tutte le vipere sono riconoscibili, a colpo d’occhio, per la testa, di forma triangolare e a punta, il corpo tozzo ed una coda corta e rastremata. Un'altra caratteristica che distingue le vipere (italiane) dai serpenti sono gli occhi con le pupille verticali (come i gatti), mentre le innocue bisce hanno la pupilla rotonda.

Le vipere italiane sono "pacifiche" e sicuramente preferiscono scappare (quando possono); il morso è mortale in rarissimi casi (soggetti a rischio sono anziani, bambini o persone debilitate), bisogna evitare la somministrazione di siero (immunoglobuline di origine equina) al di fuori di un ambiente ospedaliero per il rischio di shock anafilattico, in quanto più pericoloso del morso stesso della vipera. Molto dipende dalla quantità di veleno che viene iniettata (ad es. se la vipera ha morso poco prima un topo, la sua ghiandola velenifera sarà quasi vuota, oppure se è molto piccola, la quantità di veleno contenuta nella ghiandola sarà ridotta), dalla zona del morso (molto pericolosi i morsi nella zona del collo e della testa).

Le vipere possiedono una ghiandola situata nella regione posteriore e laterale del capo che produce un veleno formato da un'alta percentuale d'acqua, diverse albumine ad alta tossicità e altre proteine enzimatiche che agiscono sui tessuti, sulla coagulazione del sangue e, a volte, sul sistema nervoso. Per inoculare questo veleno utilizzano delle lunghe zanne mobili canalicolate che, quando il serpente apre la bocca, formano un angolo di 90° con la mascella ed in caso di morso penetrano nella cute della preda e iniettano il veleno attraverso i canali; quando chiudono la bocca le zanne vengono ruotate contro il palato.

Le vipere ed i serpenti in genere si nutrono di piccoli animali che inghiottono interi, le vipere dopo averli immobilizzati e uccisi con il potente veleno di cui sono dotate, i serpenti invece li soffocano.

Le vipere sono vivipare, gli altri serpenti sono ovipari.

Le vipere raramente raggiungono i 100 cm., lunghezza agevolmente superata dagli altri serpenti.
Le vipere, al contrario dei serpenti innocui, non sono ne veloci ne scattanti e aggrediscono solo per difesa.

Le vipere, come tutti i rettili, amano il calore diretto dei raggi solari e le superfici che lo trattengono e lo rilasciano gradualmente,  nonché i luoghi dove è facile nascondersi. Posti quindi particolarmente adatti alla presenza delle vipere sono:

-  le pietraie esposte a solatio
-  i muri a secco
-  le fascine di legna
-  i tronchi d’albero tagliati e accatastati
-  le vecchie case abbandonate
-  i pagliai
-  le rive dei corsi d’acqua e degli stagni

tutti gli ambienti tranquilli e ricchi di cibo

-  dal livello del  mare fino a oltre i 1.500 metri.
Le vipere sono animali pigri e si spostano solo per mangiare (quindi raramente), preferibilmente nelle ore diurne ma anche in quelle notturne se la temperatura lo consente, normalmente stanno quasi ferme anche insieme ad altri soggetti; il loro cibo è composto essenzialmente da piccoli anfibi (rane, rospi ecc.), topi e piccoli uccelli.
La loro attività si svolge nei mesi di aprile-maggio fino a ottobre-novembre, con una punta nei mesi più caldi. Rifuggono la presenza dell’uomo  anche se, negli ultimi anni, si sono avute segnalazioni di vipere anche in luoghi frequentati dall’uomo come orti coltivati o prati adiacenti abitazioni; si presume che questo anomalo comportamento sia dovuto alla massiccia presenza di cinghiali all’interno del bosco.
Non è vero che inseguono l’uomo anche per lunghi tratti, anzi la vipera è un serpente lento.
Non è scontato che partoriscano sugli alberi per non essere morse dai loro stessi viperotti (si trovano anche occasionalmente su rami bassi e cespugli molto folti).
Non è vero che vengono lanciate dagli elicotteri per ripopolare una zona (si tratta di una leggenda metropolitana).

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Vespe, api, calabroni, zanzare, pappatoci, pulci, zecche,

vipere, meduse e pesci velenosi: precauzione e nuove

regole per il morso di vipera.

Gli esseri umani non vogliono essere punti o morsi da insetti o serpenti, e molti di questi ultimi non desiderano affatto essere disturbati dagli uomini.
Vespe, api, calabroni (aculeati), utilizzano la loro arma a volte letale per se stessi, come nel caso dell'ape che muore dopo avere punto, per difendere la vita o la propria comunità.
Diverso il caso degli insetti ematofagi, cioè quelli che si nutrono di sangue (zanzare, pappataci o flebotomi, pulci, zecche che in realtà non sono insetti, ma Araneidi).
D'estate non dobbiamo scordarci di porre la massima attenzione anche nei confronti di animali come le vipere e le meduse.

Ecco qualche suggerimento.

Innanzitutto nessun allarmismo, è necessario conoscere il mondo animale e i comportamenti di molti insetti e specie animali per evitare di mettere in atto atteggiamenti a rischio per la salute.
Insetti aculeati, ne esistono oltre 2.000 specie in Italia. Per le punture bisogna porre attenzione agli Apoidei (ape mellifera, ape comune), ad alcune specie di Vespidi e ad occasionali contatti in ambiente campagnolo e montano con Sfecidi (Sphecidae) o altre specie di aculeati.

Vespe sono sociali fanno il nido e possono essere le più pericolose, per il numero di esemplari concentrati; sostanzialmente sono 3 o 4 specie che impattano con le nostre escursioni o la vita quotidiana.
Le vespe Polistes costruiscono i nidi nelle gronde o sotto i coppi dei tetti (nidi particolari aperti, senza favo per nascondere le cellette) e accolgono al massimo un centinaio di soggetti (altri imenotteri o apidi fino a qualche migliaio). Non sono molto aggressive e si alterano solo se ci avviciniamo troppo ai nidi o le schiacciamo brutalmente (sempre meglio movimenti lenti). Alcuni imenotteri sono dotati dalla natura dei cosiddetti feromoni d'allarme: se attaccano e nei paraggi ve ne sono altri, l'ormone secreto dal primo "soldato" invita gli altri esemplari ad attaccare. Il pericolo maggiore è il contatto diretto con i nidi e quindi è assolutamente sconsigliabile il fai da te domestico per la loro eliminazione: obbligatorio chiamare personale specializzato. Attenzione alla false credenze: di notte vespe e api sono meno attive, ma possono ugualmente reagire e quindi essere pericolose. La vespa al contrario dell'Ape, non perde l'aculeo dopo avere colpito l'avversario. Lo stesso insetto dunque può pungere diversi soggetti anche due o tre volte.
Le paravespule molto più aggressive delle Polistes nidificano nelle abitazioni dove trovano ambienti che assomigliano al loro naturale habitat (in natura nell'incavo degli alberi o nel terreno) quindi cassettoni delle tapparelle, mansarda, sottotetto. I nidi non si vedono fino a quando non sono al loro massimo sviluppo che può raggiungere anche centinaia di esemplari. Se disturbate sono quindi pericolose.
Apidi. Ricordiamo che le Api mellifere (produttrici dei miele) sono insetti protetti e la rimozione degli alveari deve quindi essere operata solo da apicoltori o Vigili dei Fuoco( basta chiamare l'amico apicoltore e verrà lui a prendersi lo sciame).
Altre specie come le Dollichovespule sono presenti i montagna. Realizzano il loro nido masticando legno che, una volta seccato, assume consistenza cartacea e che in genere si trova appeso ai rami degli alberi. Escursionisti e fungaioli facciano attenzione perché i nidi sono difficili da localizzare e bisogna stare attenti a non innescare la reazione degli insetti. A parte il caso delle persone allergiche al veleno di vespidi che rischiano quindi lo shock anafilattico anche con una singola puntura, gli aculeati non portano malattie (più legato alle specie ematofoghe). 

Il calabrone (Vespa Crobro). Normalmente viene confuso con la Xylocopa violacea, imenottero nero con le ali appunto violacea, anch'esso un aculeato. Questa è una vespa pericolosa perché essendo di grandi dimensioni può con il suo pungiglione inoculare una elevata quantità di veleno. E' un imenottero sociale che costruisce i suoi robusti nidi all'interno delle canne fumarie, nelle vecchie case, sotto i coppi dei tetti, nei cassettoni delle tapparelle. Massima attenzione in questi casi e non attuare mai il fai da te per distruggerle. Se si sentono in pericolo possono diventare molto aggressive.
E poi c'è la mosca mimetica che si traveste da ape per sembrare più aggressiva ed essere lasciata in pace dai predatori.
Le zanzare sono mosche appartenenti all'ordine dei Ditteri.
Da una decina d'anni è possibile anche in Italia essere punti di giorno. Alle classiche zanzare notturne, si sono aggiunte infatti, le zanzare tigre che cacciano durante le ore di luce. Il consiglio è di trattare le zone in cui si soggiorna o si dorme con vari metodi che devono essere scelti in base a chi vive nell'ambiente domestico (bambini, anziani). Ottimi i repellenti da vaporizzare sulla pelle (chiedere consiglio al farmacista o al medico). Va bene mettere dei fili di rame nei sottovasi o nei pozzetti.
E' importante non essere punti in maniera massiccia. Una buona regola è l'eliminazione dell'acqua stagnante nelle aree abitate e trattare anche i giardini.
Il pappatacio non si trova ovunque (anche nel Veneto) e porta la Leishmaniosi.
Piccolissimo e quasi invisibile è molto deleterio sia per l'aggressività delle punture, sia per la possibile trasmissione della Leishmaniosi che può colpire sia l'uomo che il cane (con gravissimi e spesso letali danni per la salute dei nostro amico a quattro zampe). Per salvaguardare il cane, non essendo ancora disponibile il vaccino, bisogna cercare di tenerlo lontano dai micidiali insetti con i tradizionali collari repellenti a base di piretroidi. Per le abitazioni sono in commercio prodotti specifici. Il pappatacio (che è una mosca) colpisce da maggio ad ottobre, dal tramonto all'alba, soprattutto durante le estati molto torride.

Le zecche sono ematofogi (si nutrono di sangue), sono attirate da tutti i mammiferi a sangue caldo. Generalmente aspettano cu cespugli o piante i loro ospiti, i lasciano cadere su di esso e si arrampicano dalle caviglie fino, in genere, all'inguine. E' difficile accorgersi della presenza perché iniettano immediatamente uno sostanza anestetica prima di inserirlo completamente nella zona dell'inguine o perianale. Su cani e gatti, invece le zone più infestate sono quelle vicino alle orecchie. E' facile trovare le zecche nei boschi, grazie alla presenza di caprioli, cinghiali e cervi, ma è possibile trovarle anche in un parco cittadino. Il periodo in cui è più facile incontrarle è la primavera-estate e poi diminuiscono progressivamente. Quando ci si reca in ambienti boschivi è consigliabile indossare indumenti chiusi (calzoni, camicie) ed a fine escursione ispezionare il proprio corpo. Esistono diversi repellenti specifici che cosparsi sugli indumenti le tengono lontane, quando però ci si accorge di essere ospite di una zecca, si consiglia di andare dal medico e se questo non fosse possibile, cospargere sulla zecca del dentifricio, afferrare con la pinzetta la zecca alla base del collo ed estrarre con precauzione. La rapidità è essenziale perché altrimenti può rilasciare un siero che può trasmettere la cefalite o il morbo di Lyme, entrambe infezioni molto pericolose. La prima può causare meningite e la seconda una degenerazione dei sistema nervoso. Per questo dopo una puntura viene prescritto una cura antibiotica che impedisce lo svilupparsi delle patologie. In particolare il morbo di Lyme si manifesta, se non viene seguita la terapia antibiotica, dopo un paio di mesi con un eritema errante. Gli animali d'affezione dovrebbero essere trattati preventivamente con bagni appositi.
Le pulci si trovano generalmente in ambienti secchi come solai e cantine. Sono più "domestiche" delle zecche, sono anch'esse ematofaghe, ma la loro puntura è istantanea come quelle di zanzare e tafani. A differenza delle zecche non trasmettono malattie gravi o dannose, al massimo irritazioni cutanee o eritemi. I rimedi più efficaci sono i repellenti che le tengono lontane ed è necessario trattare in maniera preventiva anche le cucce e gli ambienti domestici.

Le meduse irritanti dei mari italiani causano una reazione limitata alla pelle che può essere più o meno estesa. Può essere trattata con pomate o creme a base di antistaminici o cortisonici (basta chiedere al farmacista).

Le tracine sono pesci che pungono mediante un aculeo della spina dorsale. Iniettano un veleno piuttosto potente che è termolabile (parzialmente inattivato dal calore) in caso di puntura occorre applicare sulla parte colpita qualcosa di caldo, come la stessa sabbia riscaldata dal sole.

REAZIONI NEI SOGGETTI ALLERGICI: rivolgersi immediatamente al medico.
REAZIONI E CURE NEI SOGGETTI NON ALLERGICI: chiedere consiglio al medico o al farmacista nel caso di irritazioni importanti e fare attenzione ai farmaci che si utilizzano. Le creme antistaminiche che riducono il prurito, ad esempio, non devono essere applicate prima di esporsi al sole. L'indicazione sanitaria in farmacia e dal medico di base è sempre gratuita.

Vipera. E' bene essere previdenti ma forse è opportuno sapere che il siero antivipera non si usa più! Oggi viene impiegato con molta cautela solo dal personale sanitario specializzato.

Evitare il morso di vipera è abbastanza semplice:

1) preferire i sentieri e i luoghi frequentati in quanto la vipera,timidissima, li evita spaventata dalla presenza dell'uomo.
2) Indossare calzature adatte, possibilmente alte, calzoni di stoffa robusta non aderenti e calzettoni spessi che attutiscono il morso,ricordando che il veleno può essere iniettato soltanto alla profondità massima di 3-4 mm.
3) Farsi sentire dalle vipere che sono quasi sorde ma percepiscono le vibrazioni del terreno. Battere quindi il suolo con un bastone man mano che si procede o camminare pesantemente battendo i piedi.
4) Fare attenzione ai posti freschi quando fa caldo e ai posti tiepidi quando fa fresco (ad es. una vegetazione fitta con il solleone; dei massi o una pietraia quando il cielo è coperto). È sbagliato pensare alle vipere acciambellate su un sasso sotto il sole rovente: data la loro struttura si ustionerebbero immediatamente.
5) Attenzione a dove ci si siede o ci si distende: si corre il rischio di venir morsi in punti delicati. Un morso al collo può provocare la morte per soffocamento a causa del gonfiore che si viene a formare.
6) Nel periodo estivo fare attenzione nei boschi anche ai rami degli alberi;le vipere femmine, a volte, partoriscono appese ai rami bassi ed anche in questo caso si rischia di subire un morto al capo o al collo.
7) Se si posano indumenti per terra, scuoterli con energia prima di indossarli.
8) Distruggere gli avanzi dei cibi consumati ed in particolare le confezioni di latte usate: le vipere sono ghiotte di questo alimento.
9) Non lasciare spalancate le porte delle automobili quando ci si ferma a lungo in aperta campagna o in montagna.
10) Attenzione alle rocce, ai muri di pietra, ai casolari abbandonati e ai cespugli molto ramificati (ginepri, rododendri, rovi, ecc.). Non mettere mai le mani sotto la roccia, in una fessura o nell'erba alta.
11) Evitare di schiacciare le vipere con i piedi o di colpire con pietre e bastoni: se non si colpiscono mortalmente si rivoltano cercando di mordere.
12) Se ci si trova di fronte ad una vipera è meglio restare immobili o indietreggiare lentamente: la vipera cercherà di fuggire.
L’abbigliamento dovrebbe essere tale da coprire la maggior parte del corpo allo scopo di ridurre la possibilità di penetrazione dei denti della vipera; quindi maniche lunghe, pantaloni lunghi e spessi, scarponi, calzettoni lunghi e, nei luoghi più folti, anche berretto e fazzoletto al collo. Se poi si intendono svolgere attività come la ricerca di funghi o altri prodotti del sottobosco, il taglio di erba o di cespugli ecc., sono indispensabili guanti da lavoro. Durante le passeggiate o le escursioni è bene portare un bastone che ci consenta di spostare erba cespugli ecc., per aumentare la possibilità di vedere per tempo la vipera.

Prima di piantare la tenda occorre bonificare per quanto possibile il terreno; si taglieranno quindi le erbe alte, i cespugli e si farà la massima pulizia del campo. La tenda andrà poi piantata lontano dai luoghi particolarmente a rischio e tenuta il più possibile chiusa,  per evitare che la vipera (o altri piccoli animali e insetti) possa trovarvi rifugio.
Non devono essere lasciati all’aperto cibo, bevande ecc.; i rifiuti, chiusi in sacchetti, dovranno essere appesi agli alberi (per poi essere portati ai posti di raccolta) o ad altri sostegni, o meglio depositati se possibile e al più presto in cassonetti, bidoni chiusi ecc.
Gli zaini, le giacche a vento e l’abbigliamento in genere non devono essere lasciati per terra ma all’interno della tenda o appesi in luoghi alti per evitare che le vipere vi trovino rifugio.
 Controllare sempre, con cautela, l’interno di zaini e giacche a vento prima di indossarli, soprattutto dopo una sosta   durante una escursione.

- 1 benda alta cm. 7 e lunga mt. 6 (per il  bendaggio delle braccia), 1 benda alta cm. 10 e lunga mt.10 (per il bendaggio delle gambe), 1 cerotto elastico  adesivo alto cm. 10 e lungo cm. 50 (tipo Tensoplast), 1 stecca rigida
-  un tampone disinfettante
-  una pompetta aspira veleno

La vipera è molto lenta nei movimenti, per cui è pericolosa solo se non la si vede. Inoltre bisogna tener presente che morde solo perché ha paura oppure perché provocata da un movimento da lei ritenuto pericoloso.
Esiste la possibilità di essere morsi anche da rettili diversi dalle vipere, per questo è importante saper riconoscere il morso di quest’ultima da quello, innocuo (basta disinfettare bene), di altri serpenti.
Il morso della vipera è facilmente riconoscibile perché è molto più doloroso e lascia sulla cute due buchi distanti fra loro circa 1 centimetro - un centimetro e mezzo, seguiti da una serie di forellini più piccoli. 
Molte volte si può notare solo un foro nel caso che la vipera abbia perduto in precedenza una zanna. Si possono altresì notare le impronte degli altri denti mascellari che saranno assenti in caso di morsicatura attraverso pantaloni o calzettoni.

Dall'osservazione di reazioni seguite a morsi di serpenti velenosi in diverse parti dei mondo, è stata codificata una procedura molto sicura. Tale pratica è stata adottata dai sanitari australiani, paese letteralmente infestato dai serpenti velenosi.
In genere la vipera morde sulle gambe o sulle braccia, ecco come comportarsi:
1- far sdraiare l'infortunato;
2- sfilare gli anelli, bracciali, orologi prima che compaia il gonfiore;
3- lavare la ferita con acqua (no alcool, acqua ossigenata che portano una più rapida diffusione del veleno dal momento che producono vasodilatazione);
4-utilizzare una pompetta succhia veleno nel modo indicato sulla confezione (costano poco e si trasportano facilmente nello zaino, hanno le dimensioni di un pacchetto di sigarette);

5- applicare sul morso una benda elastica non troppo stretta (va bene un fazzoletto piegato largo e mo di cravatta);
6-trasportare l'infortunato al pronto soccorso,tenendolo fermo il più possibile.
L'atteggiamento tranquillo del soccorritore è fondamentale per il buon esito dell'intervento.
E'comunque importante sapere che il morso delle vipere europee molto raramente è letale.

 E. P. Fonte: Piemonte Parchi.

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Dolomiti

La prima "guida turistica" delle Dolomiti fu il libro: The Dolomite Mountains. Excursions through Tirol, Carinthia, Carniola & Friuli in 1861, 1862 & 1863. Gli autori furono due viaggiatori inglesi: il pittore Josiah Gilbert e il botanico e geologo George Cheetham Churchili che visitarono il settore orientale delle Alpi accompagnati dalle consorti. Il libro di fatto battezza queste montagne, estendendo a una intera regione geografica il nome di una roccia, la Dolomia, presente anche altrove, ma che solo qui occupa la scena da sola.

Gilbert e Churchill erano attirati oltre che dalla "peculiarità dell'ambiente", anche dal carattere appartato rispetto alle normali correnti turistiche. Per otto settimane scrissero, coprendo una distanza di più di duecento miglia, senza incontrare un solo turista. Dopo quasi 150 anni la situazione è cambiata. Le Dolomiti sono probabilmente le montagne più visitate al mondo, attraversate da strade, imbrigliate da impianti di risalita, umiliate da residence e cannoni sparaneve, che ne hanno fatto una sorta di parco giochi.

Fortunatamente nel Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi esistono ancora zone sfuggite all'assalto dei turismo di massa, nelle quali è possibile rivivere le emozioni pionieristiche di Gilbert e Churchili; montagne silenziose, in cui vivono meno di 90 persone, danno vita a una delle aree wilderness più estese dell'arco alpino orientale: 32.000 ettari di montagne appartate, paesaggi non sfregiati dai segni dell’uomo, una flora e una fauna di straordinaria ricchezza accompagnata da peculiarità geologiche uniche al mondo e attraversate da decine di chilometri di sentieri, serviti da autentici rifugi, che consentono al visitatore di immergersi in questa magica atmosfera.

Scriveva Dino Buzzati: esistono da noi valli che non ho mai visto da nessun'altra parte. Identiche ai paesaggi di certe vecchie stampe del romanticismo che a vederle si pensava: ma è tutto falso, posti come questo non esistono. Invece esistono: con la stessa solitudine, gli stessi inverosimili dirupi mezzo nascosti da alberi e cespugli pencolanti sull'abisso, e le cascate di acqua.

Churchill, nelle sue peregrinazioni dolomitiche non fu un pioniere. Le Dolomiti sono infatti oggetto di attenzione da parte dei botanici fin dal 1400, a causa della straordinaria ricchezza della loro flora. A Londra è custodito il Codex bellunensis: un erbario figurato degli inizi dei 1400 (di recente ristampato dal Parco), che illustra e descrive caratteristiche e proprietà medicinali di oltre 250 piante. Nel Codex sono illustrate, per la prima volta nella storia, alcune tra le più note piante di montagna, come la stella alpina, l'arnica, il ginepro o la carlina.

La biodiversità vegetale di questi monti è dovuta alle vicende glaciali del Quaternario, ed al fatto che questi monti occupano la parte più meridionale e "calda" delle Dolomiti e sono stati in parte risparmiati dalle glaciazioni, offrendo rifugio a molte specie vegetali che, nel resto delle Alpi, sono invece state cancellate dall'avanzata dei ghiacciai. Oggi possiamo ammirare nel Parco molte specie endemiche (vivono in un'area geograficamente ridotta) come la Campanula morettiana, eletta a simbolo dell'area protetta, la primula tirolese, il vistoso semprevivo delle Dolomiti e la minuscola Rhizobotrya alpina. L’escursione dell’altitudine (tra i 400 metri delle valli e gli oltre 2500 delle vette), la diversità di substrati, l'orografia articolata, sono gli altri fattori che spiegano la straordinaria biodiversità vegetale nel Parco, dove vivono oltre 1700 piante diverse.

Le Dolomiti sono montagne nate dal mare e dal fuoco, nelle quali si trovano sia rocce sedimentarie che rocce vulcaniche. Nell'area del Parco sono presenti quasi esclusivamente rocce di tipo sedimentario, accumulatesi sui fondali marini in un periodo compreso tra i 235 e i 65 milioni di anni fa e successivamente, nell'Era Terziaria, sollevatesi per effetto dello scontro tra la placca europea e quella africana.

Ai margini del Parco, nell'alta Valle del Mis e in Valle Imperina, affiorano invece rocce molto più antiche, di origine metamorfica. Nel passato, in queste zone, si sviluppò un’attività mineraria per l'estrazione di mercurio e rame. Le miniere di Valle Imperina, nell'Agordino, vantano una storia lunga oltre mezzo millennio che oggi, grazie all'intervento del Parco, sono state restaurate e rese in parte visitabili e danno vita a una delle più importanti testimonianze di archeologia industriale di tutte le Alpi.

Nel Parco la ricchezza del sottosuolo non è solo mineraria: l'altopiano dei Piani Eterni (assolutamente immacolato) ospita infatti uno dei principali complessi carsici italiani, esplorato fino ad una profondità di quasi 1000 metri.

Consigli pratici per le visite: abbigliamento adeguato, cartografia adeguata, informazioni sugli orari dei rifugi, binocolo o macchina fotografica e repellente per le zecche (d’estate). Informazioni: info@dolomitipark.it

 E. P. Fonte: Piemonte Parchi.

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Galliformi alpini.

 Sono animali che assieme alla lepre variabile appartengono alla tipica fauna alpina e che rischiano di scomparire dalle nostre montagne. Il fagiano di monte, la pernice bianca, il gallo cedrone, il francolino di monte e la coturnice, sono diventati rari e in alcune zone sono già scomparsi. Essi vivono in ambienti difficili e che si stanno degradando a causa delle attività antropiche come il fuoristrada, lo sci, gli impianti di risalita, una caccia non programmata correttamente e il cambiamento degli habitat.

 Una causa della loro diminuzione è anche l’isolamento delle nostre montagne dal resto dell’Europa e quindi l’impossibilità del rimescolamento genetico che è essenziale per la sopravvivenza d’ogni specie. Questi animali vivono tra i 1300 ed i 3200 metri d’altitudine, hanno una bassa natalità ed i pulcini hanno poca sopravvivenza, al punto da garantire solo il ricambio generazionale. I galliformi alpini prediligono spazi aperti, con arbusti nani, prati e alberi radi che offrono cibo e riparo quando manca la neve, sono un utile indicatore ecologico a causa della loro sensibilità e quindi possono essere utilizzati per monitorare gli effetti dello sfruttamento delle montagne. L’abbandono delle montagne e lo sviluppo delle infrastrutture turistiche per la pratica d’attività ludico sportive come lo sci (discesa, fondo, motoslitte e fuori pista), l’alpinismo, il mountain-bike, il deltaplano ed il parapendio, crea forti disturbi a questi animali che nel periodo invernale dovrebbero risparmiare il massimo delle energie per sopravvivere.

 Le misure di tutela da attuare in tempi brevi (è utile l’esperienza della Francia), partono dalla collaborazione degli enti parco con le associazioni ambientaliste ed i cacciatori che devono coordinare tutte le iniziative. Occorre innanzi tutto capire i motivi del decremento a livello locale, poi è necessario coinvolgere i gruppi interessati alla gestione delle arre montane, mettere in atto misure di tutela e monitorare i provvedimenti attuati. Non è necessario vietare le attività ludiche in montagna, ma bisogna convincere i praticanti di questi sport che vi sono luoghi e modi che arrecano meno disturbo a questi animali. Gli impianti di risalita ed i cavi sospesi vanno studiati ed attrezzati per evitare collisioni dagli uccelli in volo.

 Il ruolo dei cacciatori “specializzati” è quello di rendere possibile censimenti regolari nel tempo di questi animali, e di permettere una dettagliata raccolta di dati sugli animali abbattuti. I parchi hanno il compito di monitorare queste specie così delicate attraverso una rete d’osservazioni e raccolta dei dati. L’integrazione di queste due fonti d’informazioni, consente un’accurata ricognizione delle specie nelle diverse zone, e permette di valutare in positivo o in negativo la conservazione a lungo termine di questi abitanti delle nostre montagne.

 E. P. Fonte: Piemonte Parchi.

 Foto in alto: Forcelli M e F. In basso: Coturnice.

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I rifiuti possono produrre energia.

 I rifiuti possono essere bruciati nelle centrali elettriche di tipo avanzato ed anche nei cementifici. Questa possibilità di smaltire riciclando i rifiuti è realizzabile ed in parte già attuata con l'effetto che diminuisce la necessità di termovalorizzatori,  si incrementano le entrate dei comuni, diminuisce la tassa che pagano i cittadini e l'ambiente ne guadagna.

 In Italia l'energia prodotta dal carbone copre il 16% del fabbisogno (13 milioni di ton annue) e le centrali più evolute, cioè quelle che potrebbero bruciare il Cdr prodotto dai rifiuti, sarebbero in grado di bruciare un milione di tonnellate di Cdr (2,5 milioni di ton di rifiuti urbani), cioè l'8% dei rifiuti prodotti in Italia. Se al calcolo si aggiunge la quota bruciata dai cementifici si arriva ad un totale del 10% dei rifiuti prodotti in Italia.

 Per realizzare quanto sopra serve un Cdr perfetto e questo esclude le ecoballe della Campania, non buone ne per i cementifici, ne per le centrali elettriche e nemmeno per i cosiddetti "termovalorizzatori". Per produrre un Cdr perfetto occorre una raccolta differenziata capillare.

 L'Enel ha firmato un accordo (primo e unico in Italia) con la regione Veneto e con la Provincia di Venezia già nel 98, per bruciare, in via sperimentale, il Cdr nella centrale di Fusina. Dal 2000 sono bruciate 32 mila ton annue di Cdr prodotto da rifiuti raccolti con un'intensa raccolta differenziata. l'Enel paga il Cdr prodotto in un impianto specializzato e la Provincia di Venezia ha potuto abbassare la tassa della raccolta di rifiuti. Il sistema è talmente efficace che la provincia ha chiesto di aumentare l'assorbimento a 70 mila ton di Cdr pari a 180 mila ton di rifiuti (la produzione annua di Venezia).  

 L'Enel ha realizzato piani per le varie centrali a combustibile solido, tra cui Brindisi che è la più grande centrale a carbone d'Italia con un consumo di 4 milioni di ton annue, ma i progetti sono rimasti lettera morta per disinteresse della classe politica.

 Oltre al Veneto l'unica voce che si leva dal coro è quella della Regione Lazio dove Piero Marrazzo ha prospettato di chiedere all'Enel la combustione di Cdr nella nuova centrale in via di ultimazione a Civitavecchia (ma la richiesta ufficiale non è ancora arrivata all'Enel).

 P. E. Fonte dei dati: l'Espresso.

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Diossine: inquinanti organici persistenti.

 La maggior parte delle diossine sono inquinanti organici persistenti.
 In genere, quando si parla di "diossina" in senso non chimicamente rigoroso, ma tossicologico, si intende l'intera classe di diossine. Le diossine ed altri inquinanti organici persistenti sono sottoposti alla convenzione di Stoccolma. Questo accordo, che entrerà pienamente in vigore, essendo stato ratificato da un numero sufficiente di paesi, prevede che gli stati prendano misure per eliminare ove possibile, o quantomeno minimizzare, tutte le fonti di diossine.
Le diossine, nel loro insieme sono molecole molto varie a cui appartengono composti cancerogeni. Ad asse vengono ascritti composti estremamente tossici per l'uomo e gli animali.
 Sono poco volatili per via del loro elevato peso molecolare, poco o nulla solubili in acqua, ma sono più solubili nei grassi, dove tendono ad accumularsi. Proprio per la loro tendenza ad accumularsi nei tessuti viventi, anche un'esposizione prolungata a livelli minimi può recare danni: sugli animali hanno effetti cancerogeni ed interferiscono con il normale sviluppo fisico; è stato inoltre dimostrato che l'esposizione alla diossina può provocare l'endometriosi.
 Mediamente il 90% dell'esposizione umana alla diossina avviene attraverso gli alimenti (grasso di animali a loro volta esposti a diossina) e non direttamente per via aerea: il fenomeno del bioaccumulo fa sì che la diossina risalga la catena alimentare umana concentrandosi sempre più, a partire dai vegetali, passando agli animali erbivori, ai carnivori ed infine all'uomo.
 Le diossine vengono prodotte quando materiale organico è bruciato in presenza di cloro, sia esso cloruro inorganico, come il comune sale da cucina, sia presente in composti organici clorurati (ad esempio, il PVC). La termodinamica dei processi di sintesi delle diossine è fortemente favorita da reazioni a più bassa temperatura, e questo è il motivo per cui gli impianti in cui la combustione può portare alla formazione delle stesse, sono costretti a funzionare a temperature elevate. Per evitarne la formazione in fase di raffreddamento, è necessario introdurre processi di spegnimento o raffreddamento rapido.
 Le diossine si generano anche in assenza di combustione, ad esempio nella sbiancatura della carta e dei tessuti fatta con cloro e nella produzione di clorofenoli, specie quando la temperatura non è ben controllata.
 Per quanto riguarda i processi di combustione, possiamo ritrovarle in: industrie chimiche, siderurgiche, metallurgiche, industrie del vetro e della ceramica, nel fumo di sigaretta, nelle combustioni di legno e carbone (potature e barbecue, camini e stufe), nella combustione (accidentale o meno) di rifiuti solidi urbani avviati in discarica o domestici, nella combustione di rifiuti speciali obbligatoriamente inceneribili (esempio rifiuti a rischio biologico, ospedalieri) in impianti inadatti, nei fumi delle cremazioni, dalle centrali termoelettriche e dagli inceneritori.
 Questi ultimi sono stati a lungo fra i maggiori produttori di diossina, ma negli ultimi anni l'evoluzione tecnologica ha permesso un notevole abbattimento delle emissioni gassose da queste fonti.
 Tuttavia, per quel che riguarda gli aspetti sanitari finali, la stragrande maggioranza degli studi epidemiologici, anche recentissimi, basati su campioni molto vasti di popolazione, rilevano una correlazione tra le patologie diossina-correlate e la presenza di inceneritori nelle aree soggette ad indagine.
 I vecchi impianti di incenerimento e la gestione dei rifiuti in generale producono quantità enormi di diossina, mentre gli impianti moderni, secondo le normative vigenti per i nuovi impianti, sono scesi a una frazione della produzione passata.  È pertanto evidente che la rilevanza dell'incenerimento sul complesso delle fonti di diossina in un Paese dipende fortemente dall'arretratezza degli impianti esistenti, nonché ovviamente dalla quantità di rifiuti bruciati.
 Si conferma che il settore siderurgico di seconda fusione (cioè di materiali di recupero, evidentemente contaminati), considerando anche gli alti valori assoluti della produzione, è insieme all'incenerimento uno dei massimi responsabili della produzione di diossine, e inoltre che la combustione non controllata di legna, rifiuti e biomasse varie – contrariamente a quanto si può pensare – è molto pericolosa.
 Le emissioni più rilevanti di diossina, tuttavia, non sono quelle in atmosfera ma quelle nel terreno. Su questo versante, i massimi responsabili sono i pesticidi, in fase di produzione ma anche di uso; seguono a una certa distanza i fuochi accidentali, nonché ancora una volta lo smaltimento dei rifiuti. Da tenere in conto è anche l'immissione di diossine nelle acque. I dati disponibili sono pochissimi, e relativi solo alla produzione di carta, all'incenerimento e allo smaltimento degli olii usati, le cui emissioni anche nella peggiore delle ipotesi sono però molto inferiori a quelle in aria e terra.
 Germania - BASF 1953. Un primo caso largamente reso pubblico avvenne il 17 Novembre 1953 negli impianti tedeschi della BASF, a Ludwigshafen, su una linea di produzione di Triclorofenolo. Su quell'episodio si fecero successivi e pionieristici studi epidemiologici.
 Vietnam - 1961-1975. Sono stati condotti studi sia sui veterani della guerra del Vietnam che sulla popolazione vietnamita per verificare quanto l'esposizione all'Agente Arancio (un defoliante che produce diossine per combustione e può contenerle se impuro) è stata responsabile di decine di migliaia di nascite di bambini malformati e di disturbi alla salute che hanno riguardato circa un milione di persone.
 Italia - Seveso 1976. Grandi quantità di diossine sono state rilasciate nell'aria di Seveso nel 1976 in seguito ad un incidente agli impianti della ICMESA di Meda. Benché non si siano avuti morti per intossicazione acuta, la zona attorno agli impianti è stata evacuata ed è stato necessario rimuovere un consistente strato di suolo dell'area contaminata. Fatto da notare, nell'Agosto 1982, gran parte dei residui contaminati prelevati dal sito e diretti alla decontaminazione alla Ciba-Geigy di Basilea scomparvero al confine di Ventimiglia con la Francia.
 Stati Uniti, Love Canal – 1978. Incidenti simili si sono verificati negli Stati Uniti nella zona delle cascate del Niagara nel 1978. Nel 1890 veniva creato nei pressi delle cascate un canale artificiale per usi idroelettrici, mai entrato in attività, da William T. Love, e chiamato appunto Love Canal. Dal 1942, il sito venne utilizzato dalla Hooker Chemicals and Plastics (adesso Occidental Chemical Corporation (OCC)) per lo stoccaggio di 21000 tonnellate di prodotti e rifiuti chimici, compresi clorurati e diossine. L'attività venne interrotta nel 1952, e dal 1953 il sito venne interrato.
La Hooker nel 1953 vendette il canale per $1 e scrisse nell'atto un diniego della responsabilità di danni futuri dovuti alla presenza dei prodotti chimici sepolti. La zona si sviluppò, venne estesamente abitata, sorsero scuole e servizi. Problemi di strani odori, anche da stillamenti dai muri degli scantinati delle case, sorsero fin dagli anni '60, aumentarono nel decennio successivo, evidenziandosi anche nell'acqua potabile, contaminata dalla falda freatica inquinata. In seguito avvennero percolazioni fino a portare gli inquinanti nel fiume Niagara, tre miglia sopra i punti di prelievo degli impianti di trattamento acque. Le diossine passarono dalla falda a pozzi e torrenti adiacenti.
 Stati Uniti, Times Beach, Missouri 1971 – 1983. Per contenere problemi di polverosità dei 38 Km di strade che la collegano i fondi agricoli, la città di Times Beach conferì al trasportatore di reflui Russell Bliss l'incarico di ungerle nel 1971. Dal 1972 al 1976, vennero spruzzate con olii di rifiuto. Russell Bliss si aggiudicò contemporaneamente un contratto con Northeastern Pharmaceutical and Chemical Company (NEPACCO), operante nella produzione di esaclorofene a Verona, Missouri per il ritiro di olii minerali di scarto. Parte dell'industria aveva contribuito alla produzione di Agent Orange durante la guerra del Vietnam. I problemi iniziarono con una moria di 62 cavalli dopo un trattamento con olio nei pressi di una scuderia. In seguito il problema si estese enormemente, con vaste contaminazioni territoriali, rilevando tassi nel terreno 100 volte superiori ai limiti. Nel 1982 un inondazione allagò l'area disperdendo i clorurati su di un vasto territorio. Nel 1985 si è arrivati ad una evacuazione pressoché totale della città, con la rimozione di oltre 250.000 tonnellate di terreno.
 Italia - Taranto, Il caso Ilva. In Italia desta preoccupazione l'emissione di diossina dell'impianto di agglomerazione dell'Ilva di Taranto, oggetto di numerose e protratte campagne di informazione dell'associazionismo locale basate sui dati del registro INES delle emissioni e delle loro sorgenti. Nel giugno 2007 sono state realizzate dall'Arpa Puglia coadiuvata dal Consorzio INCA e dal Cnr (per la controparte ILVA) delle misurazioni sul camino dell'impianto di agglomerazione che per l'occasione ha beneficiato di elettrofiltri puliti e rinnovati.

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Aree naturali protette dove la caccia è vietata.

 Parchi nazionali (L. 394/91): sono aree terrestri, fluviali, lacuali o marine che contengono uno o più ecosistemi intatti o anche parzialmente alterati da interventi antropici, una o più formazioni fisiche, geologiche o biologiche, di rilievo internazionale o nazionale per valori naturalistici, scientifici, estetici, culturali, educativi e ricreativi. Sono istituiti e delimitati con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del ministro dell'Ambiente, sentita la Regione. Attualmente sono 24 e coprono oltre un milione e mezzo di ettari, pari al 5 % circa del territorio nazionale.
 Parchi naturali regionali e interregionali (L. 394/91, art. 2): sono aree terrestri, fluviali, lacuali o tratti di mare prospicienti la costa, di valore naturalistico e ambientale, che costituiscono in una o più regioni limitrofe, un sistema omogeneo, individuato dagli assetti naturalistici dei luoghi, dai valori paesaggistici e artistici e dalle tradizioni culturali delle popolazioni locali. La loro classificazione e istituzione sono effettuate dalle Regioni. In questo tipo di parchi naturali l'attività venatoria è vietata, salvo eventuali prelievi faunistici e abbattimenti selettivi necessari per ricomporre squilibri ecologici.
 Parchi provinciali (L. 394/91): istituiti per conseguire finalità simili a quelle dei parchi regionali, sono, gesti dalle amministrazioni provinciali direttamente o tramite aziende speciali da esse costituite.
 Riserve naturali (339/94, art. 2): sono aree terrestri, fluviali, lacuali o mari che contengono una o più specie naturalisticamente rilevanti o presentano ecosistemi importanti per la diversità biologica o per la conservazione delle risorse genetiche. Possono essere statali o regionali e la loro gestione è affidata al Corpo forestale dello Stato. Possono anche essere regionali (l'attività venatoria è vietata, salvo eventuali prelievi faunistici e abbattimenti selettivi necessari per ricomporre squilibri ecologici).
 Aree contigue (art. 32 della 394/91): le regioni stabiliscono piani e programmi ed eventuali misure di disciplina della caccia, della pesca, delle attività estrattive e per la tutela dell'ambiente, relativi alle aree contigue alle aree protette. I confini delle aree contigue sono determinati dalle regioni, d'intesa con l'organismo di gestione dell'area protetta.
 Aree marine protette (L. 979/82 e L.. 394/9 1, art. 2 e 18): istituite dal ministro dell'Ambiente, sono regolamentate da leggi regionali e sono suddivise in diverse tipologie di zone. In esse sono vietate le attività che possono compromettere la tutela delle caratteristiche dell'ambiente e le opere che possono compromettere la salvaguardia del paesaggio e degli ambienti naturali tutelati e ai rispettivi habitat.
 Altre aree naturali protette: non rientrano nelle precedenti classi e sono regolamentate da leggi regionali. Si dividono in aree di gestione pubblica, istituite cioè con leggi regionali o provvedimenti equivalenti, e aree a gestione privata (le oasi delle associazioni ambientaliste, i parchi suburbani, i monumenti naturali o le Aree naturali protette di interesse locale).
 Centri pubblici e privati di riproduzione della fauna selvatica (L. 157/92, art. 10): ai fini di ricostituzione delle popolazioni autoctone.
 Foreste demaniali (art. 2 1 L,. 157/92): divieto dell'esercizio venatorio nelle foreste demaniali ad eccezione di quelle che non presentino condizioni favorevoli alla riproduzione ed alla sosta della fauna selvatica.
 Oasi di protezione (L. 157/92, art. 10): aree destinate al rifugio, alla riproduzione e alla sosta della fauna selvatica che sono contemplate nel piano faunistico venatorio e in cui è vietata la caccia.
 Zone umide di interesse internazionale: sono aree acquitrinose, paludi, torbiere oppure zone naturali o artificiali d'acqua, permanenti o transitorie che possono essere considerate di importanza internazionale soprattutto come habitat degli uccelli acquatici.
 Zone ripopolamento e cattura (L. 157/92, art. 10): sono territori interdetti alla caccia (ex art. 21), destinati alla riproduzione della fauna selvatica allo stato naturale per la successiva immissione nel restante territorio al fine di favorire il ripopolamento. Possono essere date in gestione ai comitati direttivi degli Atc, ad associazioni venatorie, di protezione ambientale o agricole.
 Siti di importanza comunitaria (Sic) - Zone speciali di conservazione (Zsc): designate ai sensi della direttiva 92/43/Cee, sono aree naturali che contengono zone terrestri o acquatiche, naturali o seminaturali e che contribuiscono in modo significativo a conservare, o ripristinare, un tipo di habitat naturale o una specie della flora e della fauna selvatiche. Tali aree vengono indicate come Siti di importanza comunitaria. La direttiva 92/43 stabilisce inoltre una rete ecologica europea denominata “Natura 2000” costituita appunto dalle Zsc designate dagli Stati membri e dalle Zps istituite dalla direttiva 79/409/Cee concernente la conservazione degli uccelli selvatici.

Fonte: Federcaccia.

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