Scuola faunistica venatoria veneta - Piazza San Lorenzo - 31048 Rovare' di San Biagio di Callalta, TV - Tel. 360.466786

 

Animali

In questa pagina sono raccolti i mammiferi d'Europa.

 

 

Indice

Cervidi (famiglia Cervidae)

Capriolo

Cervo

Daino

Cervo Sika

Cervo della Virginia

Renna

Alce

 

Bovidi (famiglia Bovidae)

Bisonte

Bue muschiato

Stambecco delle Alpi

Stambecco iberico

Muflone

Camoscio

 

Suidi (famiglia Suidae)

Cinghiale

 

Gli orsi (famiglia Ursidae)

Orso bruno

Orsetto lavatore

 

Canidi (Famiglia Canidae)

Lupo

Sciacallo dorato

Procione

Volpe polare

Volpe rossa

 

Mustelidi (famiglia Mustelidae)

Martora

Faina

Puzzola

Puzzola marmorizzata

Visone

Ermellino

Donnola

Tasso

Ghiottone

Lontra

 

Felini (famiglia Felidae)

Lince

Gatto selvatico

 

Leporidi (famiglia Leoporidae)

Lepre comune

Lepre bianca

Coniglio selvatico

 

Focidi (famiglia Phocidae)

Foca comune

Foca grigia

Foca dagli anelli

Foca monaca

 

Sciuridi (famiglia Sciuridae)

Scoiattolo rosso

Scoiattolo grigio

Burunduk

Castoro

Citello

Marmotta

 

Riccio comune (famiglia Erinaceidi)

 

Toporagni, crocidure e mustriolo (famiglia Soricidi)

Toporagno nano

Toporagno comune

Toporagno alpino

Toporagno acquaiolo

Toporagno acquaiolo di Miller

Mustiolo

Crocidura minore

Crocidura dal ventre bianco

 

Arvicole (famiglia Microtini)

Arvicola rossastra o campagnolo rssastro

Arvicola sotterranea

Arvicola di Fatio

Arvicola campestre

Arvicola agreste

Arvicola delle nevi

 

Ghiridi (famiglia Mioxidy)

Ghiro

Moscardino

Topo quercino

Driomio

 

Talpa europea o talpa comune (Famiglia Talpidi)

 

Topi e ratti (famiglia Murini)

Topo selvatico

Topo selvatico dal collo giallo

Topo delle case

Ratto nero

Ratto delle chiaviche

 

Nutria (famiglia Capromidi)

 

Pipistrelli (famiglie:  Rhinolophidae, Vespertilionidae e Molossidae).

 

Cervidi

I rappresentanti di questa famiglia (Cervidae) sono ruminanti artiodattili e, come i bovidi, sono presenti in tutto il mondo. In Europa sono presenti sette specie ma solo quattro sono effettivamente residenti nel continente da molto tempo e cioè autoctone: l'alce e il capriolo, che appartengono alla sottofamiglia dei pseudocervidi, e il cervo e la renna, che sono inclusi fra i cervidi veri e propri. Gli altri tre cervidi sono specie naturalizzate: il daino, il cervo sika e il cervo della Virginia. Il daino proviene dal Mediterraneo. Ritrovamenti di ossa documentano comunque che in epoca interglaciale si era già spinto una volta fino al Baltico. Tutti gli esemplari oggi esistenti a nord delle Alpi derivano da popolazioni introdotte da lungo tempo. Il sika, proveniente dall'Asia orientale, fu introdotto solo a cavallo tra i due secoli in alcune piccole bandite della Germania settentrionale e occidentale, ma ha un'importanza molto superiore in Gran Bretagna. Nel sud della Finlandia si è diffuso il cervo della Virginia, introdotto dal Nordamerica. Nelle specie di cervi diffuse in Europa, solo i maschi portano le corna. Queste cadono e si riformano ogni anno. Un'eccezione è costituita dalle renne, le cui femmine adulte hanno le corna.

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Capriolo

Il capriolo (Capreolus capreolus, ordine Artiodattili, famiglia Cervidi) è definito il folletto del bosco, ha forme slanciate, la testa piccola, occhi e orecchie sono grandi, la coda molto corta, arti slanciati e forti, i piedi con zoccoli lunghi e stretti. I maschi hanno i palchi caducicorni, solcate da scanalature e ornate da piccole "perle", con tre ramificazioni nell’adulto. Le corna sono annualmente rinnovate da novembre a marzo. In entrambi i sessi, il colore del mantello è rossastro in estate e grigiastro in inverno, con parti inferiori più chiare. Ha le dimensioni di una capra, 90-135 cm, altezza al garrese 65-75 cm, peso 14-16 kg, ma le dimensioni variano secondo l’alimentazione: i caprioli di stazza più massiccia sono quelli che vivono in luoghi dove trovano vegetazione in abbondanza tutto l’anno. Il capriolo è diffuso in tutta Europa, con eccezione delle zone più settentrionali e delle isole del Mediterraneo, Asia Minore, Asia settentrionale e centrale.

Frequenta boschi di latifoglie e misti con radure e incolti cespugliati, macchia mediterranea, ma anche pascoli e campi coltivati dove trova possibilità di alimentarsi (una colonia storica è quella che vive nella bassa pianura friulana). E’ un animale d’indole timida e riservata, è attivo sia di giorno, sia di notte secondo le circostanze. Agile e veloce nella corsa, è anche in grado di nuotare ma purtroppo molti muoiono annegati nei canali con le rive cementate. Ha una vista acuta e odorato ben sviluppato. Le femmine ed i giovani conducono vita gregaria in piccoli gruppi guidati da un esemplare adulto, mentre i maschi restano appartati, ma in prossimità dei branchi. I maschi sono strettamente territoriali per gran parte dell'anno. La sua dieta è essenzialmente vegetale: erba, germogli, fieno, foglie, frutti selvatici, funghi, cereali verdi, cortecce. Il periodo degli amori è compreso tra luglio e settembre. I maschi rinunciano ai loro ristretti territori d’influenza, delimitati sui confini con i secreti odorosi delle ghiandole frontali, ottenuti sfregando la base delle corna contro i tronchi degli alberi, e ricercano le femmine. L'accoppiamento è preceduto dal corteggiamento che dura 3/5 giorni, durante i quali  la femmina resta in calore e il maschio rimane in sua compagnia.

In maggio/giugno, dopo una gestazione di circa 9 mesi, la femmina partorisce 1/2 piccoli, che sono allattati per 2-3 mesi. Per un lungo periodo i piccoli sono apparentemente abbandonati nel bosco, tra l’erba alta e sono avvicinati dalla madre solo per l'allattamento. La madre inizialmente li controlla a distanza, mano a mano che il piccolo cresce il rapporto diviene del tipo "a seguito". I giovani, quando hanno raggiunto l'età di tre mesi, seguono la madre quasi costantemente e da essa si rendono completamente indipendenti tra i 9 e 12 mesi; dopo qualche mese raggiungono la maturità sessuale.

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Cervo

Il cervo (Cervus elaphus, ordine Artiodattili, famiglia Cervidi) ha una forma raccolta e robusta, la testa di media grandezza con occhi e orecchie grandi, la coda piuttosto lunga, gli arti slanciati, i piedi con zoccoli stretti e allungati. I maschi hanno palchi caducicorni molto grandi, che sono rinnovate ogni anno da marzo a giugno; esse sono formate da un'asta principale da cui si dipartono numerose ramificazioni, che durante la crescita sono ricoperti da una pelle caratteristica detta "velluto", la quale, quando i palchi sono solidificati, si secca e cade o è tolta per sfregamento su alberi o cespugli (più gli alberi sono ricchi di tannino e più le corna saranno scure).

In entrambi i sessi, il colore del mantello è bruno-rossastro con ventre più chiaro in estate, mentre assume una tonalità grigio-bruna in inverno. Fino all'età di circa due mesi i cerbiatti presentano il manto maculato di bianco. Lunghezza testa-corpo 160-250 cm, altezza al garrese 100- 150 cm, peso 100-250 kg. Il cervo è diffuso in Europa, Asia, Nord Africa (Algeria e Tunisia), Nord America. Frequenta boschi sia di conifere che di latifoglie con radure e aree aperte. In montagna si spinge fino al limite superiore della vegetazione arborea. E’ un animale generalmente sedentario, compie spostamenti anche considerevoli per esigenze alimentari oppure per abbandonare i luoghi ove è disturbato, per questo motivo la sua gestione va fatta a “più comprensori”. E’ attivo al crepuscolo e nelle ore notturne, mentre trascorre il giorno in riposo nel folto del bosco. Nonostante la mole, appare agile nel salto, veloce nella corsa e buon nuotatore. E' dotato d’udito e odorato molto fini e vista acuta. Le femmine ed i giovani conducono vita gregaria in gruppi guidati da una femmina adulta, mentre i maschi vivono isolati o si raggruppano in branchi fuorché nel periodo degli amori. Caratteristico è il richiamo amoroso ("bramito") che i maschi emettono a fine estate per richiamare l’attenzione delle femmine e avvisare gli altri maschi di tenersi lontani dal proprio harem. Il bramito ha anche lo scopo di “mostrare” la forza di un cervo, senza arrivare allo scontro fisico con altri maschi. La sua dieta è essenzialmente vegetale: erbe, fieno, foglie, cortecce, germogli, frutta, sementi, tuberi, ecc. Il periodo degli amori si protrae da settembre ad ottobre e gli accoppiamenti sono preceduti da furiosi e talvolta cruenti combattimenti tra i maschi, che sono poligami. In maggio/giugno, dopo una gestazione di 8 mesi e mezzo, la femmina partorisce 1 (raro 2) piccolo, il cui allattamento si protrae per 3/4 mesi. Il parto avviene in località solitarie e ben difese, dove la femmina s’isola temporaneamente dagli altri componenti il branco. All'età di 8/10 mesi i cerbiatti si rendono indipendenti e tra il primo e il secondo anno raggiungono la maturità sessuale.

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Daino

Il daino (Dama dama, ordine Artiodattili, famiglia Cervidi) ha forme raccolte, occhi e orecchie sono grandi, il collo è corto e massiccio, la coda è di media lunghezza, gli arti sono snelli, terminanti con zoccoli stretti. I maschi hanno corna (caducicorni) foggiate all'estremità a pala molto larga e allungata, e sono rinnovate annualmente: cadono in maggio e ricrescono in luglio-agosto. In entrambi i sessi, il mantello è di colore bruno-rossiccio con macchie bianche sul dorso e sui lati del corpo; d'inverno esso assume tonalità più grigie. Il ventre è biancastro e lo specchio anale è bianco con ai lati un contorno nero. Sono note forme con mantello molto scuro senza picchiettatura ovvero con mantello piuttosto pallido di colore variabile tra il sabbia e le tinte della porcellana. L'albinismo non è raro. Ha una lunghezza testa-corpo di 130-155 cm, altezza al garrese 80-100 cm; peso maschio 60-85 kg, femmina 30-50 kg. E’ diffuso in Europa e Asia Minore. Frequenta boschi preferibilmente di latifoglie, ricchi di sottobosco e radure, incolti cespugliati, macchia mediterranea. Ha un temperamento timido e riservato, diviene socievole e confidente in cattività, adattandosi facilmente alla presenza dell'uomo (è il più presente nei parchi). Possiede una gamma d’atteggiamenti piuttosto espressivi attraverso i quali comunica con i propri simili. Attivo di preferenza nelle ore notturne e crepuscolari. à un buon corridore, compie salti con grand’abilità e nuota bene. Di buon udito e olfatto, possiede una vista acuta, che gli consente di distinguere bene oggetti immobili relativamente distanti. Conduce vita gregaria in branchi anche molto numerosi composti di femmine e giovani; i maschi adulti preferiscono stare appartati. Durante il periodo degli amori si formano branchi misti.

La sua dieta è essenzialmente vegetale: semi, germogli, erba fresca, fieno, foglie, frutta, cereali, patate, rape, cortecce d'albero. Il periodo degli amori è compreso tra ottobre e novembre; i maschi contendenti si combattono a colpi di corna, ma ben difficilmente si procurano ferite gravi. Per manifestare il loro diritto territoriale i maschi raschiano il terreno con le corna e vi orinano sopra. Da maggio a giugno le femmine, dopo una gestazione di quasi 8 mesi, partoriscono in genere 2 piccoli, che allattano per 3/4 mesi. I giovani si rendono indipendenti all'età di 9/12 mesi e raggiungono la maturità sessuale ad un anno e mezzo.

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Cervo sika

Il cervo sika (Cervus nippon) è originario dal Sud-est asiatico, oggi è però molto diffuso in Gran Bretagna e Irlanda, ed è presente anche in Danimarca, Germania, Austria, Polonia e Repubblica Ceca. Il sika europeo è più piccolo del daino e più grande del capriolo (è considerato il "cugino piccolo" del cervo). E' stato incrociato varie volte e di conseguenza possono esserci forti variazioni nella sua struttura corporea. Il colore estivo assomiglia a quello del daino, ma presenta un tono bruno più accentuato, delle macchie non così nettamente definite e un ventre grigio chiaro. Il mantello invernale è grigio scuro e le macchie sono molto deboli o addirittura non si vedono. Nel periodo dell'accoppiamento i sika adulti portano una splendida criniera. Il periodo dell'accoppiamento dura molto a lungo, da settembre all'inizio di dicembre. Dopo 32 settimane di gestazione, le femmine partoriscono di regola un solo piccolo. Il sika è relativamente sedentario ed è d'abitudini meno diurne del daino. Il suo comportamento durante il periodo dell'accoppiamento assomiglia a quello del cervo, ma i gruppi sono in genere piccoli. Dopo l'accoppiamento si formano sia branchi di maschi sia di femmine; i maschi più anziani sono spesso solitari. Lo sviluppo delle corna si arresta per lo più al livello di "sei-punte" o di "otto-punte". I primi fusti delle corna vengono fuori già nel marzo dell'anno seguente alla nascita, ma si arriva a sfregare le corna per toglierne il "velluto" solo in agosto (talvolta addirittura a metà ottobre). Maschi di parecchi anni che perdono le corna tra la metà di aprile e la fine di maggio, le sfregano tra la metà di luglio e l'inizio di settembre.

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Cervo della Virginia
 

Il cervo della Virginia (Odocoileus virginianus), di cui si conoscono ben 39 sottospecie, arriva originariamente dal continente americano (dal nord fino al sud al confine brasiliano). E' stato introdotto in Boemia e Moravia intorno al 1853, poi in Bulgaria ed ex Jugoslavia, l'esemplare europeo ha un peso intermedio fra quello del capriolo e quello del daino. Il mantello estivo è bruno chiaro o rosso-bruno senza macchie, quello invernale varia dal grigio-bruno al bruno. Si distingue per le orecchie piuttosto grandi, la macchia bianca della gola e la coda bianca relativamente lunga. Mancano gli "occhiali" delle corna, mentre i fusti o aste al di sopra dei pugnali sono piegati in avanti ad angolo acuto; tutti i pugnali sono rivolti in alto. Nel primo anno di vita, le corna non sono ancora ramificate. La perdita delle corna avviene dalla fine di novembre alla fine di gennaio, la formazione di quelle nuove solo tra giugno e agosto. Il periodo dell'accoppiamento va da ottobre a dicembre. Dopo circa 30 settimane di gestazione, vengono partoriti in genere due piccoli, qualche volta tre. Il cervo della Virginia ha, come il capriolo, un pronunciato comportamento territoriale. Vive in gruppi di famiglie, e d'inverno anche in branchi più grandi.

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Renna

La renna (Rangifer tarandus) trova il suo habitat ideale nelle tundre dei boschi settentrionali dell'Eurasia e del Nordamerica dove si contano 20 sottospecie. In questo cervide anche le femmine hanno le corna che sono ramificate, grandi ed ampie. Le femmine perdono le corna dopo i maschi, ed in effetti in dicembre alcune femmine hanno ancora le corna, è questo il motivo per cui, secondo la leggenda, le renne di babbo Natale sono femmine. La renna si è adattata al suo ambiente freddo, è dotata di un fitto pelo protettivo, ha gli zoccoli larghi che usa per camminare sulla neve e per raschiare la coltre di neve alla ricerca dei vegetali che si trovano sotto. Passa l'estate in boschi di alberi ad alto fusto e in montagna mentre d'inverno si trasferisce in pianura.  La renna è l'unica specie di cervidi che viene addomesticata e utilizzata come cavalcatura e animale da carico, soprattutto da lapponi e tungusi che la tengono in gran considerazione. Corridore e nuotatore estremamente resistente, la renna è in grado di percorrere grandi distanze alla ricerca di cibo, superando tutti gli ostacoli naturali. I branchi, in attività soprattutto di giorno, sono guidati da un capobranco femmina. I maschi adulti possono arrivare a un peso di 150 kg, misurare 2 m di lunghezza e raggiungere l'età di 15 anni.

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Alce

L'alce (Alces alces) un tempo viveva in tutta la zona delle foreste eurasiatíche. Oggi è fortemente presente in Norvegia, Svezia, Finlandia, negli stati baltici e in Polonia, con una leggera tendenza all'espansione verso occidente e verso sud. Alci migranti penetravano continuamente in Germania, nella Repubblica Ceca, in Slovacchia e in Austria. L'alce è enorme, è il più grande dei cervidi viventi e può raggiungere le dimensioni di un cavallo a cui vanno aggiunti i palchi giganteschi, ma gli esemplari scandinavi sono più piccoli di quelli del Baltico e della Polonia. Le corna possono raggiungere un peso di 20 kg e presentare fino a 40 punte. I maschi sono dotati di un lungo sacco peloso al di sotto della gola. Il periodo dell'accoppiamento comincia alla fine di agosto e si prolunga sino a novembre. I luoghi per l'accoppiamento sono cercati dalle femmine che, dopo una gestazione di oltre 33 settimane, mettono al mondo generalmente due piccoli, a volte addirittura tre. Questo enorme cervide è attivo soprattutto al crepuscolo. Le femmine e i giovani vivono in famiglie matriarcali mentre i maschi adulti girovagano per lo più da soli. Alcuni anni or sono presso il Luonnontieteellinen che si trova a Helsinki, ebbi modo di vedere da vicino un maschio adulto di alce, ebbene vi garantisco che è enorme.

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Bovidi

Tutti i bovidi (Bovidae) sono ruminanti artiodattili, con un sistema di digestione che permette un'ingestione del cibo non selettiva. Le loro corna, come quelle delle pecore e degli altri "cavicorni", sono strutture permanenti in cui una guaina cornea riveste un nucleo osseo; questo tipo di corna non è mai ramificato e neppure caduco (crescono tutta la vita). Sono forniti di corna sia i maschi sia le femmine, con l'eccezione del muflone, in cui solo una parte delle femmine (le anziane) presenta piccoli moncherini. La famiglia dei bovidi è rappresentata in Europa da quattro specie: bisonte, stambecco, muflone e camoscio (anche capre inselvatichite).
 

 


Bisonte

Il bisonte (Bison bonasus) originariamente era diffuso in tutta l'Europa. Fu sterminato fin dal primo Medioevo in vaste regioni. Nel 1919 fu cacciato di frodo l'ultimo bisonte che viveva in una riserva di caccia non recintata. Allevando i pochi animali rimasti in cattività, nel 1952 si riuscì a crearne un piccolo branco nelle foreste vergini di Bialowieza (Polonia), e attualmente ne sono presenti circa 700 esemplari in Polonia e in Bielorussia. Si è tentato di introdurli anche in Romania, Bulgaria, Cecoslovacchia e Ungheria. Notevole nel maschio è il garrese molto alto, rimarcato dalla giogaia del collo e dalla linea della schiena in pendenza verso la parte posteriore.

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Bue muschiato

Il bue muschiato (Ovibos moschatus) durante l'era glaciale era diffuso anche oltre l'Europa centrale mentre oggi si trova solo nelle zone aride della Norvegia settentrionale, sull'isola di Spitzbergen, e nella Svezia settentrionale. Ha la lunghezza del corpo che varia fra 1230 e 1250 cm; l'altezza al garrese è di circa 150 cm. Le corna sono curvate a uncino e nei maschi adulti, saldandosi quasi completamente, formano un ampio scudo frontale. Il bue muschiato ha la pelliccia prevalentemente bruno scura e straordinariamente lunga con una lana molto folta e morbida, che produce in notevole quantità ed è chiamata qlvlut dagli inuit, per i quali rappresenta una preziosa materia prima. L'epoca dell'accoppiamento dura da luglio a settembre. Dopo una gestazione di otto mesi e mezzo, viene partorito un vitello. I buoi muschiati, da buoni bovidi quali sono, vivono prevalentemente in mandrie. Diversamente da quanto si suppone, il bue muschiato non fornisce la sostanza odorosa impiegata nella produzione di profumi, che si ottiene invece dalla secrezione delle ghiandole del muschio del cervo muschiato asiatico. Comunque, odori simili al muschio servono per denominare parecchi animali e vegetali. C'è l'aroma moscata (moscardina), la cairina moscata (anatra muta), il topo muschiato e la famiglia delle erbe muschiate. Il bue muschiato produce, durante il periodo dell'accoppiamento, un odore molto simile a quello del muschio e da ciò deriva il suo nome.

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Stambecco delle Alpi

Lo stambecco delle Alpi (Capra ibex ibex) fu quasi completamente sterminato nell'area alpina già nel XVIII secolo; solo in Italia (nel Gran Paradiso) sopravvivevano pochi esemplari (secondo la leggenda il Re era sceso a patti con i bracconieri garantendogli un posto fisso come guardie), da cui sono poi derivate tutte le colonie oggi esistenti in Francia, Svizzera, Italia, Germania, Austria e Slovenia. La reintroduzione dello stambecco è avvenuta in parte anche in biotopi non adatti (per es. in Stiria).  I maschi raggiungono un'altezza massima al garrese di circa 90 cm e possono pesare 125 kg. Le corna, piegate all'indietro e lunghe anche 100 cm, diventano imponenti con l'età e sono provviste di regolari anelli prominenti che crescono ogni anno. Le femmine pesano la metà dei maschi e hanno corna molto più piccole, al massimo di 30 cm di lunghezza. L'accoppiamento avviene d'inverno (dicembre-gennaio); dopo una gestazione di circa 24 settimane (con forti oscillazioni), la femmina mette al mondo per lo più un solo piccolo. I piccoli sono in grado di seguire la madre e il branco subito dopo la nascita, e già a 4 settimane formano delle "leghe di giovani" all'interno del branco. I maschi adulti vivono solitari per la maggior parte dell'anno; i maschi più giovani si uniscono al branco delle femmine. Le condizioni estreme del loro biotopo, costituito da dirupi in alta quota, obbligano gli animali a essere attivi di giorno.

Ho avuto occasione di vedere all'opera gli stambecchi nel Parco delle Alpi Marittime e vi garantisco che hanno un'agilità impressionante. Scattano come molle sui costoni, sembrano "volare sulle rocce".
Il Parco delle Alpi Marittime in Piemonte merita sicuramente una visita, è ben gestito e si possono vedere parecchi animali, del resto, sono molti i parchi in Italia che meritano d'essere visitati, se non altro per riconoscenza verso lo sforzo compiuto nella loro gestione, molte volte a titolo volontaristico.

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Stambecco iberico

Lo stambecco iberico (Capra pyrenaica) vive in colonie isolate sui Pirenei e nella penisola Iberica. E' più piccolo e leggero, ma simile, allo stambecco delle Alpi. Le corna del maschio sono leggermente attorcigliate. Il colore va dal grigio-bruno al bruno, il ventre è bianco, il dorso presenta una striscia nera. La povertà dell'habitat comporta un'alimentazione di erbe, muschio, licheni e gemme. La gestazione della femmina dura circa 23 settimane; il piccolo o i due piccoli sono allattati per 6 mesi e sono sessualmente maturi dopo un anno e mezzo. A causa delle sue corna, lo stambecco dei Pirenei, analogamente a quanto è successo con quello delle Alpi, in passato è stato cacciato per il trofeo. Oggi la tendenza al decremento si è invertita e, seppur lentamente, sta aumentando il numero di esemplari.

 

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Muflone

Il muflone (Ovis musimon, ordine Artiodattili, famiglia Bovidi) ha forme robuste e pesanti, la testa è grande con occhi pure grandi, le orecchie sono brevi, la coda è corta, gli arti sono snelli e robusti, terminanti con zoccoli piccoli e stretti. I maschi hanno corna robuste (bovidi), non ramificate, ricurve con l'estremità rivolta in avanti, le femmine sono senza corna oppure le hanno molto piccole. Il mantello è di colore bruno-rossastro nelle parti superiori e biancastro in quelle inferiori, con un'evidente macchia biancastra nella parte alta dei fianchi; in inverno assume tonalità più scure. Le femmine ed i giovani hanno colori più chiari tendenti al fulvo. Ha le dimensioni di una pecora, lunghezza testa-corpo 100- 130 cm, altezza al garrese 65-75 cm; peso 25-50 kg. Originariamente era diffuso in Corsica e Sardegna, è stato introdotto, a partire dalla fine dell’800, in diverse regioni del continente europeo. In Italia è presente lungo la dorsale appenninica, soprattutto dell'Appennino tosco emiliano, e nell'arco alpino, prevalentemente nei settori occidentale e nord-orientale. Frequenta boschi, boscaglie e cespugliati di montagne scoscese e rocciose, macchia mediterranea. E' in ogni modo piuttosto adattabile dal punto di vista ecologico (anche in parchi). E’ un animale d’indole diffidente quando è perseguitato, appare relativamente confidente nelle zone ove beneficia di tranquillità. Attivo tanto di giorno quanto di notte, è un agile scalatore e un buon corridore. Ha udito, olfatto e vista molto sviluppati, che gli consentono di percepire facilmente l'approssimarsi di un pericolo. Conduce vita gregaria in branchi misti più o meno numerosi guidati da un maschio o da una femmina adulta; la sua voce è simile al belato di una capra e quando rileva un pericolo fa udire un suono fischiante e sibilante. Si ciba essenzialmente di sostanze vegetali: erbe, tuberi, gemme e germogli di cespugli o di giovani alberi. Il periodo degli amori inizia in ottobre e si protrae fino a novembre e dicembre. Gli accoppiamenti sono preceduti dai corteggiamenti, mentre i duelli tra i maschi si verificano quando uno di essi, alla ricerca della compagna, s'imbatte in un avversario altrettanto forte. In primavera le femmine gravide si allontanano dal branco per condurre vita solitaria fino al parto. In marzo-aprile la femmina, dopo una gestazione di circa 5 mesi, partorisce 1 o, più raramente, 2 piccoli, il cui allattamento si protrae per quasi sei mesi. Essi raggiungono la maturità sessuale ad un anno e mezzo.

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Camoscio

Il camoscio (Rupicapra rupicapra, ordine Artiodattili, famiglia Bovidi) ha delle forme raccolte e robuste, la testa breve con muso anteriore assottigliato, gli occhi sono piuttosto grandi, le orecchie lunghe e appuntite, la coda corta e pelosa, gli arti lunghi e forti, i piedi larghi e robusti, terminanti con zoccoli appuntiti, ottimi per camminare e correre sulle rocce. Entrambi i sessi hanno corna brevi, all'estremità ripiegate indietro ad uncino. Il maschio e la femmina hanno il mantello di colore fulvo-rossiccio con linea dorsale nerastra, testa bianco-giallastra percorsa da due bande nerastre, la gola bianco-giallastra, il ventre fulvo-giallastro, gli arti brunastri scuri; in inverno le parti superiori si fanno più scure e quelle inferiori più chiare. Ha le dimensioni di un grosso capriolo 100- 130 cm, altezza al garrese 65-80 cm, peso 24-45 kg. Il camoscio è diffuso nelle alte montagne dell'Europa meridionale e dell'Asia Minore. Oggi è oggetto di reintroduzione. Frequenta zone alpestri oltre il limite superiore della vegetazione arborea e boschi sia di conifere che di latifoglie. Dotato di vista acuta e d’udito e olfatto finissimi. Corre veloce mostrando una notevole agilità nel compiere salti, balzi e scalate di luoghi impervi. E’ perfettamente adattato alla vita in alta montagna e grazie ai suoi zoccoli, ampiamente divaricabili e flessibili, e degli arti dotati di potenti muscoli, è capace di correre velocissimo sulle pareti rocciose più scoscese e risalire in pochi minuti dislivelli di mille metri. Le femmine ed i giovani conducono vita gregaria in branchi più o meno numerosi guidati da una femmina adulta, mentre i maschi adulti restano appartati in gruppi poco numerosi o vivono solitari e raggiungono le femmine nel periodo degli amori. I tassi d'incremento della popolazione sono relativamente bassi, se confrontati con quelli delle altre specie di ungulati selvatici. Le femmine divengono sessualmente mature solo al raggiungimento del secondo o del terzo anno di vita; nel frattempo restano inattivi anche animali sani nell'età migliore per la riproduzione. Dove non è cacciato, il camoscio familiarizza con l'uomo e richiama l'attenzione dei turisti per via del suo carattere socievole. Il camoscio cerca d'evitare sia le temperature troppo rigide sia quelle calde. Nei giorni caldi si sposta in luoghi freschi ombreggiati, di sera e d'inverno, invece, sceglie luoghi esposti al sole. D'estate sta sempre in quota e migra con la neve nei boschi di montagna, soprattutto nei pressi di zone abitate. Il camoscio ha un sesto senso per pericoli quali le slavine e le cadute di pietre.

Il periodo degli amori è compreso tra ottobre e dicembre. Gli accoppiamenti sono preceduti da combattimenti spesso cruenti tra i maschi. In maggio-giugno, dopo una gestazione di 25/27 settimane, le femmine partoriscono in località estremamente impervie e nascoste 1 (raro 2) piccoli, il cui allattamento si protrae per circa sei mesi. La sua dieta è composta essenzialmente di sostanze vegetali: erbe fresche, fieno, fronde d’arbusti, foglie di conifere, licheni, muschi, cortecce d’alberi. Ancora all'inizio del XX secolo, si facevano battute di caccia al camoscio nella maggior parte delle grandi riserve della nobiltà. Dopo un periodo di intenso sfruttamento, parti di tali riserve venivano risparmiate per uno o due anni. La scomparsa di questa strategia "ecologica" dipende dal cambiamento delle concezioni venatorie e dalla riduzione delle dimensioni delle riserve, ma anche e soprattutto dalla difficoltà oggettiva di riuscire a mettere "sul campo" dei guardiacaccia costantemente, assiduamente presenti sul territorio. Oggi domina la caccia di selezione praticata individualmente, dall'inizio di agosto fino alla metà o alla fine di dicembre. Ci si sforza così d'abbattere il più presto possibile i maschi più deboli, i piccoli e le femmine, mentre la caccia ai maschi più anziani ha luogo di preferenza nel periodo dell'accoppiamento. Il fattore determinante è, in questo caso, la crescita continua, fino alla fine di dicembre, di un pelo invernale particolarmente lungo nella nuca e sul dorso, dal quale il cacciatore ottiene il pennacchio di peli di camoscio (barba di camoscio).

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Suidi

I suidi (Suidae) sono artiodattili come i cervidi ed i bovidi ma, a differenza da loro, non sono ruminanti. Sono onnivori e tutto il cibo che raccolgono rufolando finisce in uno stomaco voluminoso, ad una sola camera, grazie al quale possono permettersi lunghe pause di riposo per la digestione. La loro dieta è costituita dal cibo che raccolgono dal terreno aiutandosi col muso e con la dentatura particolarmente massiccia.

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Cinghiale

Il cinghiale (Sus scrofa, ordine Artiodattili, famiglia Suidi) ha forme massicce e pesanti, la testa è grande con muso lungo, gli occhi piccoli, le orecchie diritte con all'apice un pennello di setole, gli arti sono relativamente brevi, con quelli posteriori più corti degli anteriori. I denti canini ("zanne") sono ricurvi e molto sviluppati, specie nel maschio adulto. Il mantello è di colore bruno nerastro, brizzolato sulle guance e sulla coda; i giovani sono di colore bruno chiaro con strisce longitudinali bruno scure o nerastre. Lunghezza testa-corpo 100-150 cm, altezza al garrese 60-90 cm; peso maschio 45-180 kg, femmina 30-150 kg. E’ diffuso in Europa, Asia e Africa paleartica. Frequenta boschi ricchi di sottobosco e macchia mediterranea con paludi, corsi d'acqua e laghetti, in prossimità di pascoli e zone coltivate. In montagna si spinge fino al limite superiore della vegetazione arborea. E’ un animale attivo all’imbrunire e di notte, trascorre le ore diurne tra il fitto sottobosco (rovi) nei punti più umidi e ombreggiati. Le femmine, ad eccezione del periodo della riproduzione, vivono in branchi con i più piccoli, mentre i maschi adulti conducono vita solitaria e raggiungono le femmine solo all'epoca degli amori. In condizioni di superaffollamento o per la ricerca del cibo compie spostamenti erratici anche di notevole entità. Assai elevata è la resistenza alla scarsità di cibo, specie da parte degli adulti; si calcola ad esempio che nel periodo compreso tra l'autunno e la primavera un esemplare sano possa perdere fino al 40% del proprio peso. Si ciba sia di sostanze vegetali, sia animali: ghiande, castagne, tuberi, bulbi, radici, mais, cereali, uva, frutta, piccoli animali invertebrati, anfibi, rettili, uova e nidiacei d’uccelli terragnoli, carogne.

Il periodo della riproduzione è compreso tra novembre e gennaio e gli accoppiamenti sono preceduti da furiosi combattimenti tra i maschi per il possesso delle femmine. In genere tra marzo e maggio, dopo una gestazione di 4/5 mesi, la femmina partorisce da 3/4 fino a 12 piccoli in un rozzo covo nel fitto della boscaglia. I giovani restano nel covo per alcuni giorni prima di seguire la madre, dalla quale sono allattati per 2/3 mesi; si rendono completamente indipendenti dalle cure materne all'età di 5/6 mesi, mentre tra i 10 e i 18 mesi raggiungono la maturità sessuale.

La caccia al cinghiale nel Veneto è vietata, gli abbattimenti che vengono effettuati sono attuati da personale autorizzato ed hanno lo scopo di eradicare la specie.

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Gli orsi

Gli orsi (Ursidae) sono tutti plantigradi e onnivori, anche se, nella loro nutrizione i vegetali hanno un ruolo predominante (solo l'orso polare, non presente in Europa, è prevalentemente carnivoro). Dalle pitture rupestri e dai ritrovamenti di ossa in caverne dell'età della pietra, si è potuto capire che già gli uomini preistorici dovevano confrontarsi con gli orsi, li cacciavano e si disputavano con loro le caverne. Questo contatto/scontro tra l'uomo e la bestia ha fatto nascere in molte civiltà antiche miti, culti e leggende.

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Orso bruno

L'orso bruno (Ursus arctos) in origine viveva in tutta l'Europa, con l'eccezione dell'Islanda. Oggi sopravvive in buon numero nella Scandinavia settentrionale e nell'Europa di Sud-est, ma ne esistono piccole popolazioni isolate in tutti i paesi europei, eccettuate Islanda, Gran Bretagna, Danimarca, Germania e Benelux. Gli orsi più grandi possono raggiungere un'altezza al garrese di 115 cm e un peso di 350 kg, ma solitamente sono più piccoli. Gli orsi s'accoppiano tra maggio e giugno, segue poi un periodo che dura fino a novembre in cui gli embrioni hanno uno sviluppo protratto, poi cominciano a crescere. Gli orsacchiotti, che pesano appena 400 grammi (in genere due per una figliata), sono partoriti in pieno inverno, mentre l'orsa si trova nel rifugio invernale e non assume né cibo né acqua. Benché il corpo della femmina sia prostrato dall'allattamento, essa non lascia quasi mai il rifugio prima della metà di maggio. Nell'Europa meridionale, i piccoli restano in media un anno con la madre, più a nord 2 anni, talvolta anche 3. L'orso bruno non ha praticamente nemici, ad eccezione dell'uomo e può raggiungere un'età fra i 35 ed i 60 anni. La mortalità infantile è comunque molto alta. Gli orsi bruni vivono perfettamente da soli e dispongono d'un territorio molto grande da cui ricavano le risorse alimentari. A settembre si rintanano in un luogo riparato dove cadono in un letargo durante il quale la frequenza cardiaca si riduce drasticamente. La durata del letargo dipende soprattutto dalle condizioni atmosferiche. Difficilmente gli orsi bruni rappresentano un pericolo per l'uomo poiché ne hanno timore e quasi sempre fuggono prima d'incontrarlo. Situazioni pericolose possono crearsi se una persona si trova ad una distanza inferiore ai 15 metri circa dall'animale. In situazioni di questo tipo occorre avere nervi saldi, mantenere la calma e non fuggire poiché così facendo si farebbe scattare nell'orso il riflesso dell'inseguimento. La cosa migliore è indietreggiare lentamente e lasciare all'orso lo spazio per la possibilità di una ritirata.

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Orsetto lavatore

Il procione o orsetto lavatore (Procyon lotor) appartiene ai Procyonidae, gli orsetti d'America. E' originario dall'America settentrionale e centrale, con esclusione dell'estremo Nord. Nel 1927 furono introdotti in Germania i primi esemplari a scopo venatorio, altri fuggirono dagli allevamenti di animali da pelliccia. Attualmente in Germania la maggior parte degli esemplari vive al nord, ma ne compaiono spesso a sud, nella Francia di nord-ovest, in Austria, nella Repubblica Ceca e in Polonia. Sono assai numerosi in Bielorussia. Nell'aspetto generale l'orsetto lavatore ricorda un tasso. Pesa fino a 7 kg, con un'altezza al garrese di circa 35 cm. Il suo nome deriva dal fatto che, in cattività, pulisce con molta cura il cibo. Gli orsetti lavatori s'accoppiano alla fine di gennaio, dopo il letargo invernale. I maschi vagano alla ricerca delle femmine in calore. La gestazione dura 9 settimane, e vengono partoriti in media 3 piccoli (occasionalmente fino a 7). Questi animali sono prevalentemente attivi al crepuscolo e di notte. Non pongono particolari esigenze al loro biotopo, ma preferiscono paesaggi riccamente strutturati ed evitano le località montuose dal clima rigido. Utilizzano come rifugi per i piccoli e come quartieri invernali sia le tane delle volpi e dei tassi, sia gli alberi cavi, occasionalmente anche mucchi di rami secchi e di sterpi. L'orsetto lavatore vive in società e raggiunge una densità relativamente alta. I suoi nemici naturali sono la lince, il gufo e il lupo (anche il randagismo dei cani costituisce un problema). Gli orsetti lavatori appaiono piuttosto impacciati e tozzi nel loro mantello lungo e fitto. La testa ha il muso corto e appuntito con la caratteristica maschera che ricorda il cane procione: una fascia nera che attraversa il muso come una benda sugli occhi, con le zone del muso e della fronte più chiare. Essendo onnivori, hanno imparato ad approfittare dei rifiuti prodotti dal genere umano e, nel loro girovagare alla ricerca di cibo, possono avvicinarsi agli insediamenti umani; li si trova occasionalmente in fienili, stalle e in campeggi. Di regola, comunque, non si allontanano dai loro rifugi per più di 5 km. Percorrono anche distanze molto più grandi solo per popolare nuove aree.

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Canidi

I canidi (Canidae) sono essenzialmente carnivori, ma si cibano anche di vegetali, soprattutto bacche e frutta. Tutte le specie tendono ad avere forme d'organizzazione sociale, soprattutto quando la densità di popolazione è piuttosto alta. Nella vita in comunità, le gerarchie sociali sono spesso così fortemente pronunciate che solo la femmina di rango più alto va in calore e viane fecondata. Gli altri membri del branco prendono parte alla ricerca del cibo e all'allevamento dei piccoli. Nella fase conclusiva dell'accoppiamento, tutti i canidi "restano attaccati" per un tempo più o meno lungo. I cuccioli nascono per lo più in cavità della terra scavate dalla madre o prese ad altri animali (tassi). I cuccioli sono ciechi per una o due settimane dopo la nascita.

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Lupo

Il lupo (Canis lupus) ha una brutta fama. La sua immagine è collegata fin dalla nostra infanzia con la violenza, la cattiveria, l'astuzia e il senso di un pericolo indeterminato. Ma ormai da tempo si sa che il lupo evita l'uomo e che anzi ne ha paura. Il lupo è un animale attivo prevalentemente al crepuscolo e di notte; è molto intelligente e timidissimo. Un tempo, i lupi erano diffusi in tutta l'Europa, oggi sono presenti in popolazioni isolate solo in quella meridionale, a oriente e nel nord. Questi canidi possono pesare 60 kg e sono alti fino a 50 cm. Assomigliano nella stazza ad un cane da pastore tedesco ma con le zampe particolarmente alte. La stagione della fregola è paragonabile a quella della volpe, ma spesso si estende fino a marzo. Dopo nove settimane di gestazione, la lupa partorisce da 5 a 8 cuccioli, occasionalmente anche di più. la grandezza dei branchi e il modo di cacciare sono determinati dalla disponibilità di preda; i grandi animali, come ad esempio l'alce, sono interessanti solo per branchi molto forti. Famiglie piccole e lupi solitari s'accontentano, in caso di necessità, addirittura di topi e di anfibi. I lupi abitano zone boscose e paludose, steppe, deserti, tundre e montagne. Essendo cacciatori da inseguimento, preferiscono però le vaste campagne aperte, e necessitano di un'area di caccia con un'estensione di circa 300 kmq.

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Sciacallo

Lo sciacallo dorato (Canis aureus) ha una taglia contenuta, minore di quella dei lupi, si differenzia dalla volpe per le maggiori dimensioni (può arrivare a pesare anche oltre 16 kg), la coda più corta (20-25 cm) e le zampe più lunghe (altezza alla spalla 50 cm), oltre che per il tipico mantello; E’ un canide che proviene dall’est Europa (Balcani), e la sua espansione sembra dipendere dalla recente diminuzione dei lupi. Possiede una dentatura robusta, con lunghi canini e zampe lunghe e affusolate, entrambi adattamenti utili per la caccia, specialmente ad uccelli e a piccoli mammiferi. La conformazione delle zampe, in particolare, li rende dei buoni corridori, capaci di mantenere un'andatura costante che può arrivare anche ai 16 km/h per un lungo periodo di tempo.

Gli sciacalli occupano una nicchia ecologica specifica, in quanto sono predatori di piccoli animali e, soprattutto, mangiatori di carogne. Sono animali notturni, attivi prevalentemente all'alba e al tramonto.

La struttura sociale degli sciacalli è costituita intorno ad una coppia monogama che occupa e difende un territorio ben definito. Gli sciacalli sono infatti ferocemente territoriali, ed una coppia respinge con forza le intrusioni di altri esemplari nel proprio territorio, delimitato da marchi fatti con le urine e le feci. Un territorio tipico è grande abbastanza da permettere la crescita di due o più cuccioli, che vivono con i genitori fino all'età adulta per poi abbandonarli e cercare a loro volta un proprio territorio.

In alcune rare occasioni più sciacalli si riuniscono in un branco, ad esempio per nutrirsi di una carcassa particolarmente grande, ma nella maggior parte dei casi cacciano da soli o in coppia.

Lo sciacallo dorato è presente in alcune zone dell'Asia e del sud ed est Europa. In Europa l'areale dello sciacallo dorato appare in espansione, individui provenienti dalla ex Jugoslavia sono stati segnalati nelle regioni orientali italiane (Carnia) ed in Slovenia, zone in cui pochi anni fa la specie risultava assente.

La comparsa dello sciacallo in Friuli Venezia Giulia è attribuibile con certezza ai metà anni Ottanta, quando alcuni animali, scambiati per volpi, furono abbattuti in vicinanza di Udine e di San Vito di Cadore (BL). Il suo areale più sud occidentale è stato raggiunto nel 1992 a Preganziol (TV), dove un animale è stato investito. Dopo la rapida espansione, durata fino all’inizio degli anni Novanta, la presenza era sembrata ridursi fino agli inizi del 2000, probabilmente a causa del bracconaggio, per poi nuovamente, apparentemente riprendersi verso la metà della prima decade del Duemila. Nel 2009, un sub-adulto di 2 anni è stato ritrovato investito presso l’abitato di Sistiana (TS) e un individuo è stato ritrovato vivo presso l’abitato di San Donà di Piave (VE), a testimoniare che questa specie si può adattare anche agli ambienti antropizzati.

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Cane procione

Il cane procione (Nyctereutes procyonoides) è originario dalla zona di confine tra l'ex Unione Sovietica e la Cina, in particolare il bacino idrografico dell'Amur e dell'Ussuri, da dove, nella prima metà di questo secolo, fu introdotto in molte zone della Russia come animale da pelliccia. Nel 1935 è stato segnalato per la prima volta in Finlandia, nel 1955 in Polonia, mentre nel 1964 alcuni esemplari furono visti presso Monaco e Augusta. Oggi i cani procioni sono presenti in tutta l'Europa centrale e orientale, in Svezia e in Finlandia. Il cane procione pesa fino a 10 kg ed è piuttosto tozzo con la sua scarsa altezza al garrese. Assomiglia più al tasso che alla volpe; la maschera ricorda quella dell'orsetto lavatore. Il periodo della fregola cade un po' più tardi di quello della volpe. Dopo una gestazione di 9 settimane, vengono al mondo dal 5 agli 8 cuccioli. Il cane procione ricerca il cibo rovistando ed è attivo di pomeriggio e di notte; benché sia carnivoro, occasionalmente ingerisce fino a un 80% di alimenti vegetali. Ha un letargo invernale molto breve e in funzione delle condizioni atmosferiche.

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Volpe polare

La volpe polare (Alopex lagopus) vive nei fjälls e nelle tundre della Scandinavia, in Islanda e in Russia, a nord del 60° di latitudine. La sua statura è di poco inferiore a quella della volpe rossa comune; il mantello nel semestre invernale è candido, nel semestre estivo assume un marrone grigiastro. Il periodo della fregola comincia un po' più tardi di quello della volpe rossa, a cui è peraltro molto simile nel sistema di vita. Vive a volte in piccoli gruppi ed è molto attiva di giorno.

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La volpe rossa

La volpe è un canide di medie dimensioni (lunga da 65 a75 cm). Ha il muso lungo e affusolato, le orecchie dritte, appuntite e nere nella parte posteriore e le zampe corte. La coda è lunga (da 35 a 45 cm ) e molto folta solitamente con la punta bianca. Presenta una gran variabilità sia individuale sia geografica. Il manto, per esempio, è generalmente di un ricco rosso scuro anche se varia da un individuo all'altro, sia da una zona all'altra. Generalmente il dorso va dal bruno rossiccio al grigio con i fianchi più chiari. La regione ventrale è bianco-grigia. Di norma in inverno è di colore più scuro che in estate. Il mantello è formato da peli lunghi, come ad esempio quelli della coda che arrivano a 87 cm. E' diffusa in tutto l'emisfero nord. E' assente nelle zone desertiche degli Stati Uniti e del Messico e nel Sahara. E' presente in tutta l'Italia. E' il carnivoro selvatico più diffuso e con più vasta zona di distribuzione. Può prosperare negli habitat più svariati (dal livello del mare fino a 3200 m): vive principalmente nei boschi, ma si può rinvenire anche in brughiere aperte, in montagna e nelle campagne coltivate. E' diffusa nelle città che presentano vaste zone a giardino come in Inghilterra. E' un animale notturno, ma dove vive indisturbata è attiva anche di giorno. Durante il giorno si ripara sotto i cespugli, in piccoli fossi, nelle tane scavate da lei stessa o in tane di tasso e d’istrice abbandonate, in città può nascondersi nei giardini o tra il materiale di scarto. Si nutre di lepri, conigli, roditori, ricci, ma tende ad escludere i toporagni e le talpe, si nutre anche d'insetti, uccelli, uova, lombrichi, carogne e rifiuti in genere. In estate e in autunno integra la sua dieta con frutta (uva e more) e bacche (rosa canina). Le sue esigenze alimentari sono di circa 500 gr. di cibo il  giorno. Normalmente forma gruppi familiari composti da un maschio e varie femmine (fino a 6) con i loro piccoli. Tra le femmine esiste un sistema gerarchico che limita la capacità riproduttiva a quelle più potenti nella scala gerarchica. Quando in un gruppo partorisce più di una femmina, l'allattamento avviene in forma comunitaria. Questi gruppi occupano un territorio molto variabile, che va da 20 ai 40 ha nelle zone urbane, 200/600 ha nelle zone coltivate fino a 4000 ha nelle zone montuose. I giovani di solito 4 o 5, nascono nella tarda primavera. Sono attivi e svezzati dopo circa sei settimane, ma stanno con la madre sino all'autunno. Il principale nemico della volpe è l’essere umano, sia direttamente attraverso la caccia e sia indirettamente con le coltivazioni agricole e il traffico veicolare. La volpe è considerata un animale dannoso per l'economia rurale e portatore di malattie, ma in realtà fa anch'essa parte della catena alimentare come qualsiasi altro essere vivente. La volpe è nota, fin dai tempi più antichi, soprattutto per la sua fraudolenta e subdola scaltrezza.

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Mustelidi
 

I mustelidi (Mustelidae) sono per la maggiorana semiplantigradi snelli e con le zampe corte. Un'eccezione è rappresentata dal tasso, che cammina poggiando a terra con tutta la pianta e che è difficile definire snello. Sia le dita dei piedi anteriori sia quelle dei piedi posteriori di tutti i mustelidi sono fornite di unghie taglienti e retrattili, strumenti perfetti per arrampicarsi; anche in questo caso il tasso costituisce di nuovo l'eccezione, perché utilizza le sue lunghe unghie non retrattili come arnesi per scavare. I mustelidi dispongono di ghiandole puzzolenti nella zona anale, le cui secrezioni hanno molteplici funzioni. Benché carnivori, la maggior parte delle specie ingeriscono temporaneamente anche cibo vegetale, soprattutto frutta e bacche. Tipico dei mustelidi è il morso alla nuca con cui il maschio trattiene la femmina durante la copula. I piccoli nascono inetti. Le vibrisse sono gli importanti strumenti del tatto che danno ai mustelidi la possibilità di cacciare al buio (tassi, martore) o in acqua torbida (lontra). Per marcare il territorio i mustelidi lasciano tracce di urina o feci soprattutto nei posti elevati. Una pratica tipica di questi animali è anche il "sigillo", che consiste nello stampare la secrezione delle ghiandole anali su rami, pietre o semplicemente sul terreno.

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Martora
 

La martora (Martes martes) vive in quasi tutta l'Europa, con l'eccezione dell'Islanda, di tutta la Spagna (tranne il nord), e di gran parte dei Balcani. Evita la vicinanza immediata con le persone e preferisce le grandi zone boscose. Ha una vistosa macchia giallo ocra sulla gola e sul petto (mentre nella faina è bianca) e piante dei piedi pelose. I maschi possono arrivare a 2 kg di peso e a 75 cm di lunghezza. Luglio e agosto sono i mesi dell'accoppiamento, a cui segue un periodo di sviluppo protratto degli embrioni, che dura fino all'inverno. Di regola vengono partoriti da 2 a 4 cuccioli, che aprono gli occhi a 34/38 giorni d'età. La martora si muove prevalentemente sul terreno, ma durante il giorno si rintana in alberi cavi o in nidi di corvidi. Si arrampica e salta con un'agilità estrema e riesce a catturare perfino gli scoiattoli. In passato le martore venivano cacciate con le trappole per la loro pelliccia morbida come la seta.

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Faina

La faina (Martes foina) si trova in tutta l'Europa, fino alle coste del mare del Nord e del Baltico; è assente nella maggior parte delle isole del Mediterraneo, in Islanda, Irlanda, Gran Bretagna e Scandinavia. La faina risulta alla vista un po' più esile della martora, ma dà, nel complesso, l'impressione di una maggiore agilità. Le piante dei piedi sono senza peli. La macchia della gola è bianca (nella martora è giallo ocra) e quasi sempre biforcata. La procreazione avviene in modo identico a quella della martora, il nido con i cuccioli però si trova quasi esclusivamente sul suolo o in tane scavate nella terra. Le faine, a differenza delle martore, cercano la vicinanza dell'uomo e si insediano addirittura nelle zone urbane dove riescono, ovviamente, a trovare più cibo che non in campagna. Hanno la brutta fama d'essere "sanguinarie" e tale nomea gli deriva dagli occasionali massacri nei pollai da esse compiuti. Un altro danno che occasionalmente causano le faine è la morsicatura dei i cavi d'accensione e dei tubi flessibili nei motori delle automobili o sulle macchine agricole. Questi mustelidi hanno un sistema di vita notturno.

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Puzzola

La puzzola (Mustela putoris) si trova in tutta l'Europa, fino alle coste del mare del Nord, del Baltico e il sud della Svezia; è assente nella maggior parte delle isole del Mediterraneo, in Islanda, Irlanda, Scandinavia e sporadicamente in Gran Bretagna. I maschi pesano al massimo 1,5 kg e hanno una lunghezza di 46 cm, quindi sono chiaramente più piccoli delle faine. L'accoppiamento avviene tra marzo e luglio; dopo 6 settimane di gestazione, la puzzola partorisce da 3 a 7 cuccioli. Fortemente legata allo stesso biotopo della volpe, passa l'inverno nelle tenute agricole. Se viene incalzata da nemici, impiega come sostanza difensiva la secrezione puzzolente delle sue ghiandole anali. Nel semestre invernale porta spesso nel suo rifugio dei piccoli animali, specialmente anfibi ma, diversamente dalle credenze popolari, non è lei a paralizzarli: in quest'epoca dell'anno, le rane e i rospi si trovano in stato di rigidità anche indipendentemente dall'intervento della puzzola.

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Puzzola marmorizzata
 

La puzzola marmorizzata (Vormela peregusna) è leggermente più piccola della puzzola comune. Il dorso e i fianchi bruni dell'animale sono ornati da macchie e strisce gialle irregolari; la testa nera è attraversata da una striscia frontale bianca e bianchi sono anche il naso e il mento. Le orecchie relativamente grandi sono bordate di lunghi peli bianchi. Questo disegno vivace della faccia conferisce alla puzzola marmorizzata un aspetto esotico, sgargiante. In passato, la magnifica pelliccia della puzzola marmorizzata era molto ambita nei Paesi dell'Est ed aveva un notevole valore. Le sue pelli venivano donate dai signori a ospiti altolocati e a cittadini benemeriti. In Europa si trova unicamente in Bulgaria, nella Romania orientale e sporadicamente nei territori dell'ex Jugoslavia, nel nord della Grecia e nelle steppe della Russia meridionale. Attiva al crepuscolo e di notte. E' un mustelide non molto frequente ed addirittura raro nella maggior parte delle zone in cui è stata segnalata. Questo suo rarità, sommata al carattere riservato e schivo, spiega perché questa specie di puzzola sia rimasta finora un rappresentante poco conosciuto e studiato dei mammiferi europei.

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Visone europeo

Il visone europeo (Mustela lutreola) era originariamente diffuso in quasi tutta Europa, ma in moltissimi luoghi è stato scacciato dal visoni provenienti dall'America (Mustella lutreola vison), in parte fuggiti dagli allevamenti, ma anche lasciati liberi per facilitarne la moltiplicazione, o peggio, liberati per una contorta e ignorante forma d'ambientalismo. Entrambi i visoni sono antagonisti e vivono nelle zone umide. Hanno all'incirca la grandezza della puzzola; il visone europeo è marrone scuro, il visone americano si presenta in numerose variazioni, ma in libertà è anch'esso prevalentemente marrone scuro; gli mancano però la macchia bianca sulla gola e i bordi bianchi intorno alle labbra che ha il visone europeo. Alcuni visoni si sono stabilmente ambientati sull'asse del Piave dove, se non altro, riescono a contrastare la diffusine delle nutrie. Un curioso fatto capitato ad un pescatore nella zona di Ponte di Piave (TV): mentre pescava gettava i pesci sulla riva con l'intenzione di riporli in seguito nel carniere, però, quando decise di raccogliere i pesci s'accorse che non cerano più, perché un visone, approfittando del fatto che era girato di spalle, glieli portava via mentre li pescava.

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Ermellino

L'ermellino (Mustela erminea) non è presente nei paesi mediterranei, salvo la Spagna settentrionale e la Croazia. Abita in tutte le regioni, dalle coste fino alle località di montagna. Gli ermellini arrivano a un peso di 450 g. e quelli che vivono al sud delle alpi tendono ad essere di meno. In Inverno diventano completamente bianchi. Le femmine dell'ermellino possono essere fecondate dal maschio quando hanno ancora solo 3 settimane di vita. Uno sviluppo protratto degli embrioni fa sì che esse restino realmente incinte solo da "adulte". La gravidanza può così oscillare fra i 223 e i 392 giorni. Sia gli ermellini sia le donnole sono veloci corridori e buono nuotatori. Abitano nei buchi delle piante o cavità del terreno. L'ermellino emette, per difendersi, una secrezione puzzolente delle ghiandole anali. Sono carnivori. Prima dell'introduzione del gatto domestico, l'ermellino era apprezzato come acchiappatopi. Caccia soprattutto piccoli mammiferi come il criceto e lo scoiattolo, ma insidia anche uccelli, anfibi e pesci.

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Donnola

La donnola (Mustela nivalis) si trova in tutta l'Europa ed è molto più presente di quanto non si creda. Le donnole, a nord delle Alpi, sono più leggere e quelle che vivono a grandi altitudini diventano bianche in inverno. Sia gli ermellini sia le donnole sono veloci corridori e buoni nuotatori. Abitano nei buchi delle piante o cavità del terreno. Sono carnivori. I nostri nonni sapevano bene che una donnola è in grado di passare attraverso le maglie della rete dei pollai e delle gabbie dei conigli per sfamarsi razziando gli animali da cortile. Mi è capitato di vedere una scena incredibile alcuni anni fa a Fossalta di Piave: una donnola inseguiva un topo in mezzo ad una strada asfaltata. Molto probabilmente il topo, vistosi perso, si giocò l'ultima carta buttandosi in mezzo alla strada, ma la donnola continuò ad inseguirlo e ... nessun scampo per il topo.

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Tasso

Il tasso (Meles meles) è molto più comune di quanto non si possa pensare, si trova in tutta L'Europa (durante una cena estiva con amici me ne sono trovato uno nel cortile di casa), eccetto che in Islanda, in alcune isole del Mediterraneo e nel nord della Scandinavia. Prescindendo da alcune steppe agricole, abita quasi tutte le regioni. Il tasso raggiunge il peso di un capriolo e arriva a 100 cm di lunghezza, ma ha una fisionomia tozza ed è corto sulle zampe. Ha un inconfondibile muso bianco attraversato da due lunghe strisce nere. Il periodo della fregola può cadere fra gennaio e ottobre, con o senza uno sviluppo protratto degli embrioni. Le femmine non sono fertili ogni anno. I tassi sono monogami e la coppia dura per tutta la vita. Sono animali molto socievoli e vivono normalmente in grandi e ramificate tane, da cui i giovani tassi devono però allontanarsi man mano che crescono. Nelle immediate vicinanze delle tane si trovano ampie fosse per gli escrementi (pozzi neri dei tassi). Tali pozzi neri si trovano però anche alla periferia del territorio per marcarlo. I tassi non cacciano, ma sono soprattutto raccoglitori. Sono onnivori e consumano tutto quello che trovano, dalle bacche al piccoli di capriolo, passando per gli insetti. In passato venivano cacciati in molti modi, sia per la carne sia per la pelliccia: scavando le loro tane, facendo loro la posta accanto alle uscite delle tane, abbattendoli sui campi alla luce della luna, inseguendoli con i cani e infine catturandoli per mezzo di trappole. Avendo a che fare con un tasso ferito (a esempio investito da un'automobile) occorre fare molta attenzione perché si tratta d'animali dall'aspetto bonario ma che in realtà hanno un morso in grado di spezzare un braccio.

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Ghiottone

Il ghiottone (Gulo gulo) si trova in Norvegia, Svezia e Finlandia; occasionalmente si spinge nei paesi baltici. Ha le zampe più alte del tasso, ed è anche più pesante. Quando gli inverni sono particolarmente rigidi, s'arrampica sugli alberi e fa la posta alle renne. Il nome "ghiottone" corrisponde al tedesco Vielfraß (mangione, ghiottone), che si basa a sua volta su una interpretazione sbagliata dell'originario nome norvegese fJeldfross, che propriamente significa "gatto delle rocce". Abile arrampicatore, saltatore e nuotatore, il ghiottone è attivo sia di giorno sia di notte. Solitario e vivace, abita nelle fenditure delle rocce e nelle cavità degli alberi e si nutre di roditori e d'uccelli, ma anche di rettili e pesci. Il periodo della fregola cade in marzo-aprile, la femmina partorisce dopo 8 o 9 mesi di gestazione da 2 a 7 piccoli, che dopo 6 o 9 mesi sono autonomi. I ghiottoni possono raggiungere un'età di 18 anni.

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Lontra

La lontra (Lutra lutra) in passato era presente in tutta l'Europa, eccetto che in Islanda. Oggi ne troviamo solo pochi esemplari superstiti nella maggior parte dei paesi. Tende a estinguersi localmente. La lontra, i cui piedi sono palmati, nuota e si immerge con eccezionale abilità e si muove con la stessa rapidità della foca. La pelle è coperta di peli incredibilmente fitti sia d'estate sia d'inverno, le orecchie e il naso si possono chiudere ermeticamente durante l'immersione. I maschi arrivano a un peso di 15 kg e a 140 cm di lunghezza. L'accoppiamento avviene in tutte le stagioni; alla fine della gestazione, che dura circa 9 settimane, vengono al mondo 2 o 3 piccoli. La lontra preferisce acque relativamente poco profonde, e percorre distanze anche considerevoli in campagna (addirittura sul passi delle Alpi). Vive come animale solitario in un territorio relativamente grande. E' attiva soprattutto di notte, predando vicino alla riva pesci, anfibi, topi muschiati e uccelli acquatici. Consuma in acqua le prede più piccole, le più grosse a terra. Abita in cavità lungo la riva, con le entrate al di sotto del livello dell'acqua. In passato la lontra subiva una caccia molto intensa a causa della sua pelliccia. Alcuni pescatori hanno detto di recente d'avere visto le lontre sul Piave, in realtà si tratta sicuramente di nutrie (o visoni?). Io personalmente non ho ancora visto le fatte tipiche che la lontra lascia su luoghi elevati per delimitare il territorio.

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Felini

I felini (Felidae) sono in grado di procurarsi da soli il cibo di cui hanno bisogno e non sono mendicanti alla tavola d'altri né mangiatori di carogne. La famiglia dei felini conta una cinquantina specie, in Europa ne sono rappresentate solo due specie non domestiche: la lince e il gatto selvatico. Tutti i felini hanno cranio rotondo con occhi collocati frontalmente e zanne particolarmente appuntite, che servono per uccidere la preda. Si nutrono esclusivamente di carne. Sono eleganti digitigradi con artigli retrattili nelle cinque dita delle zampe anteriori e nelle quattro di quelle posteriori. Tutti i felini hanno un udito molto fine; lunghi peli sensibili sul labbro superiore facilitano l'orientamento nell'oscurità. Diversamente da quanto si crede l'olfatto non è particolarmente sviluppato. Tutti i rappresentanti viventi in Europa sono solitari e vivono in territori fissi, che difendono contro i loro simili dello stesso sesso. I piccoli sono nidicoli e nascono ciechi e pelosi. Benché i felini siano stati probabilmente addomesticati già nel terzo millennio a. C., è rimasta loro, a differenza dei cani, un'aura di estraneità, di inadattabilità e di mistero.

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Lince

La lince (Lynx lynx) in origine era diffusa in tutta l'Europa, con l'eccezione dell'Islanda, dell'Irlanda e della Gran Bretagna. Oggi gli esemplari sopravvissuti si trovano solo in Scandinavia, Europa orientale e meridionale. Si sono verificati sporadici avvistamenti dovuti alle reintroduzioni in Spagna, Italia, Austria, Svizzera, Francia e Germania. In Europa sono presenti 4 sottospecie. I maschi pesano fino a 30 kg e raggiungono un'altezza al garrese di 70 cm. Dopo una gestazione di ben 10 settimane, nascono 4 o 6 piccoli che restano dipendenti dalla madre per circa un anno. Le linci sono animali cacciatori vaganti che cercano di sorprendere e gettare a terra la loro preda, ma di rado la inseguono per più di 20 metri. Per tenere il più possibile tranquille le loro prede potenziali, esercitano una specie di caccia a intervalli all'interno dei loro territori, che possono arrivare ad avere un'estensione di 30.000 ettari.

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Gatto selvatico

Il gatto selvatico (Felis silvestris) è un animale "invisibile", il che significa che chi crede di aver scoperto nel bosco un gatto selvatico, sicuramente ha visto un gatto domestico rinselvatichito. Originariamente il Felis silvestris era diffuso in tutta l'Europa, con l'eccezione di Islanda, Irlanda e Scandinavia. Oggi è difficile dire con precisione quale sia la sua presenza sul territorio, ma gli studiosi concordano nel dire che la consistenza numerica sia in regresso. Si tratta di un felide molto più forte del gatto domestico, con una coda vistosa, spessa e cilindrica, che non s'assottiglia neanche all'estremità. Altri segni di riconoscimento sono gli anelli e le strisce trasversali. Il ciclo riproduttivo è identico a quello della lince, ma la gestazione dura solo 9 settimane. Se una gatta viene sorpresa presso i cuccioli, fugge abbandonandoli definitivamente. I gatti selvatici preferiscono luoghi che si mantengano caldi durante l'inverno (pendici di rocce esposte al sole) ed evitano le alture fredde. Evitano anche le grandi foreste di conifere per la scarsa presenza di topi. Gli inverni rigidi provocano grandi perdite tra i gatti selvatici, che allora, non di rado, si rifugiano negli edifici per sopravvivere. Definito "tigre degli agnelli" o "brigante dei boschi", il gatto selvatico fu cacciato spietatamente nei secoli scorsi.

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Leporidi

I leporidi (Leoporidae) sono immediatamente riconoscibili per via delle orecchie molto lunghe. Questa particolarità non è casuale (nulla in Natura è casuale), le orecchie hanno una buona irrorazione sanguigna e sono utilizzate come "refrigeratori" per regolare la temperatura corporea. Gli occhi collocati lateralmente danno la possibilità di avere un campo visivo molto ampio, ma una visione poco stereoscopica. I denti incisivi sono privi di radici e continuano a crescere per tutta la vita; dietro ogni incisivo è situato un dente perno. Nel grande intestino cieco si forma una poltiglia nutritiva ricca di vitamine, che viene eliminata e ingerita di nuovo subito dopo. Nelle guance sono ubicate ghiandole la cui secrezione è utilizzata come mezzo di comunicazione all'interno del gruppo e nel confronti degli estranei.

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Lepre comune (europea)

La lepre, già presso gli antichi Romani,  era l'animale preferito della dea Venere, un riconoscimento, per così dire, alla sua proverbiale fertilità. La lepre adulta pesa 4/5 kg, è lunga 47/87 cm (di cui 7/11 cm di coda), ha  forma slanciata con testa piccola ovale, è provvista d’occhi grandi sporgenti e orecchie molto lunghe e mobili (12/14 cm), ha zampe posteriori decisamente più robuste e più sviluppate di quelle anteriori, la pelliccia è fulvo-grigiastra con sfumature oscure sul dorso, petto e fianchi più rossastri, ventre e parte interna delle zampe biancastri. A differenza dei conigli, le lepri hanno sempre le punte delle orecchie nere. I giovani leprotti alla nascita hanno gli occhi aperti, la pelliccia è completamente formata e sono subito in grado di correre (a differenza dei conigli che nascono con occhi chiusi e sprovvisti di pelo). La lepre è un animale solitario, è diffusa nei terreni scoperti più o meno coltivati (prati, pascoli, erbai, vigne, campi a cereali ecc.) intercalati con siepi o boschetti; è attiva al crepuscolo e durante la notte. Le popolazioni italiane di lepri, un tempo differenziate, sono ormai geneticamente inquinate per l'introduzione, attraverso i ripopolamenti venatori, di coppie importate dall'Europa centro-orientale e persino dall'Argentina. La lepre è attiva tutto l'anno, si sposta a balzi ma quando fugge corre molto rapidamente e può raggiungere, in corsa, punte di velocità di 60 - 70 km/h; durante il giorno rimane nascosta in un piccolo avvallamento che scava nel terreno scoperto fra l'erba alta (covo), lungo un argine o sotto un cespuglio; in inverno talvolta può rifugiarsi sotto la neve. Si nutre di moltissime specie vegetali piante erbacee e arbustive, cereali, bacche, e frutti. Le lepri subiscono una diminuzione strutturale in campagne suddivise in grandi lotti con un sistema rapido di raccolto. Lo stress e la difficoltà di alimentazione, sia durante il raccolto sia in inverno, limitano il loro numero. Quanto più l'agricoltura è condotta in un variegato disordine su piccoli appezzamenti, tanto più i territori di cui hanno bisogno le lepri sono piccoli e tanto più alta la loro densità.

Effettua la ciecotrofia: produce cioè due tipi di deiezioni: le feci vere (feci dure) ed il ciecotrofo (feci molli) ricco di vitamine del gruppo B. che la lepre reingerisce ed è indispensabile per la sopravvivenza dell'animale durante l'inverno. Durante la stagione riproduttiva si possono osservare dei combattimenti rituali fra i maschi che si sollevano sulle zampe posteriori e si colpiscono con le anteriori. Gli accoppiamenti avvengono da dicembre a luglio/agosto, i parti da febbraio ad ottobre. La gestazione dura 42 giorni. La lepre effettua da 1 a 4 parti l'anno con 1 - 2 leprotti per parto (raramente in natura si verificano parti di 3-4 leprotti) la produttività annua è di 1 - 6 leprotti. L'ovulazione è provocata dall'accoppiamento e la lepre può essere fecondata una seconda volta 4-10 giorni prima del parto in virtù del fatto che l'utero è bipartito (fenomeno della superfetazione). I sessi possono essere distinti solo tramite l'esame diretto dell'apparato genitale. La produzione di due tipi di feci (cuoriformi e appuntite) viene, infatti, effettuata da entrambe i sessi in funzione dello stato funzionale del colon-retto e non sono differenziate nei due sessi come da credenza popolare (solo in un caso le feci della femmina sono decisamente più grandi delle feci dei maschi e ciò si verifica una settimana prima del parto).

I leprotti sono allattati di notte, per 2 - 3 settimane e sono completamente svezzati a 4-5 settimane. Il latte della lepre è molto ricco e denso e l'allattamento avviene molto rapidamente. La lepre raggiunge la maturità sessuale ad un anno, può vivere fino a 12 anni ma in natura raramente supera i due o tre anni. L'allevamento della lepre è generalmente effettuato in coppia fissa in gabbie sopraelevate all'aperto di differente forma e dimensione (raramente sono utilizzate gabbie harem con un maschio e 4-5 femmine). Le gabbie presentano sempre una zona di display ed una di rifugio, quest'ultima è separata per il maschio, la femmina ed i leprotti. I riproduttori sono scelti fra i primi nati dell'anno precedente e sono mantenuti in produzione per 4-5 anni. I leprotti sono trasferiti in gabbie singole (o bicellulari) all'età di 25-30 giorni. Le giovani lepri prima della liberazione devono trascorrere un periodo di 28-35 giorni di preambientamento in recinti a terra per l'allenamento alla corsa e l'adattamento all'alimentazione naturale, pena l'inutilità della liberazione. Il sistema che da maggiori risultati per il ripopolamento è l'allevamento in natura nelle aree sottratte alla caccia (rifugi) e sottoposte a vigilanza e controllo dei nocivi (corvidi, randagismo). Generalmente questo tipo d’allevamento è praticato dalle province o dagli Atc, che si fanno anche carico di rifondere i danni causati dalle lepri agli agricoltori (giovani impianti forestali, coltivazioni di cereali, barbabietola, girasole, ecc.). Le lepri sono poi catturate con reti e liberate nelle zone da ripopolare.

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Lepre bianca

La lepre bianca (Lepus timidus, ordine Lagomorfi, famiglia Leporidi) ha forme slanciate, la testa è rotondeggiante, gli occhi grandi, le orecchie lunghe, gli arti posteriori sono più robusti e più lunghi degli anteriori. Non esiste dimorfismo sessuale, mentre è ben noto il dimorfismo di stagione: d'estate il mantello è di colore bruno-grigiastro brizzolato con parti inferiori del capo e della coda bianche; d'inverno è integralmente bianco, ad eccezione di una bordatura nera all'estremità delle orecchie. La lunghezza testa-corpo è di 45-60 cm, il peso 2-3 kg. E’ diffusa sulle Alpi, in Irlanda, Scozia, Penisola Scandinava, Finlandia, parte della Polonia, Russia settentrionale, Siberia, Mongolia, Manciuria, Nord America. Frequenta boschi di latifoglie e di conifere, praterie ed alti pascoli oltre il limite superiore della vegetazione arborea, brughiere. E’ d’indole meno elusiva e meno astuta rispetto alla lepre comune, non di rado si mostra più audace. Corre abbastanza velocemente con un'andatura a balzi assai alti, compiendo scarti e curve brusche; nuota con perizia. Durante le ore diurne si rifugia in un covo che predispone tra i cespugli di rododendro, mirtillo, pino mugo oppure tra i grandi massi e in cavità naturali. Conduce vita solitaria ed è attiva all’imbrunire e durante la notte. All'approssimarsi di un pericolo o resta acquattata e immobile, dandosi alla fuga solo se si sente scoperta, oppure si allontana furtivamente per tempo sfruttando la vegetazione e i ripari naturali. Quando il terreno è ricoperto da abbondante coltre nevosa, scava cunicoli nella neve sia per rifugiarvisi sia per ricercare il cibo; durante le nevicate rimane sovente nel proprio rifugio, lasciandosi ricoprire dalla neve. E’ meno sedentaria della Lepre comune. Si ciba essenzialmente di sostanze vegetali: piante erbacee, fieno, bacche, funghi, radici, germogli d’arbusti, cortecce. Il periodo della riproduzione è compreso tra aprile e agosto. I maschi sono poligami e si combattono per il possesso della femmina. La gestazione è di 50/51 giorni e la figliata è composta da 2 a 5 piccoli, che sono partoriti negli abituali covi frequentati dalla madre. In genere una femmina partorisce due volte l’anno. L'allattamento si protrae per circa tre settimane e poco dopo lo svezzamento, i leprotti si rendono indipendenti. La maturità sessuale è raggiunta a circa un anno d’età.

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Coniglio selvatico

Il coniglio (Oryctolagus cuniculus) originariamente si poteva trovare solo in Spagna e in Nordafrica. Oggi vive in tutte le zone con inverni miti e terreni facili a scavarsi, dalle coste dell'Atlantico fino a una linea immaginaria che va da Danzica all'Istria, comprese Irlanda e Gran Bretagna. E' più piccolo della lepre comune e della lepre delle Alpi, ha le zampe più corte e le sue orecchie sono più corte e quindi più rotonde. Il coniglio selvatico è minacciato nel suo spazio vitale dalla maggior parte dei carnivori, ma ha un tasso di riproduzione più alto di quello delle lepri comuni: perfino 5 figliate e 12 piccoli per figliata all'anno! I conigli selvatici abitano in cavità del terreno (tane), i loro piccoli vengono al mondo ciechi e nudi, diversamente da quanto accade in entrambi i tipi di lepri che si accontentano di covi e i piccoli nascono quasi già autosufficienti. I conigli vivono in regolari comunità formate da coppie, ma il maschio dominante del gruppo si accoppia con quasi tutte le femmine. Questi gruppi abitano in tane che loro stessi scavano nella terra (colonie), hanno piccoli territori fissi e zone residenziali più ristrette e protette. Preferiscono i piccoli boschi, le boscaglie e i campi, e si possono trovare con una certa frequenza anche in parchi urbani, giardini e ... cimiteri. Secondo la tradizione mediterranea il coniglio veniva cacciato con l'uso del furetto. Nel nel nord Italia i conigli sono stati erroneamente introdotti per scopi venatori, creando gravi problemi all'agricoltura e divenendo inutili anche per la caccia poiché si comportano in modo diverso dalle lepri e scoraggiano i cani scomparendo nel profondo delle loro tane (cosa che le lepri non fanno). L'esempio dell'errata introduzione dei conigli selvatici dimostra quanti danni possa fare una gestione faunistica non professionale.

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Sciuridi

Gli sciuridi (Sciuridae) appartengono all'ordine dei roditori. In Europa sono presenti, oltre al castoro, tre rappresentanti della famiglia degli sciuridi: scoiattolo, citello e marmotta. I rappresentanti di questa famiglia hanno sempre denti incisivi privi di radici e ad accrescimento continuo, con i quali possono attaccare le parti legnose delle piante (rami, radici, semi). Essi costruiscono nidi in cui cercano protezione, vi passano il letargo o il sonno invernale e vi mettono al mondo i loro piccoli che nascono ciechi e nudi e sono nidicoli. Gli sciuridi hanno 4 dita generalmente lunghe nelle zampe anteriori e 5 in quelle posteriori, che impiegano per scavare e arrampicarsi.

 

Scoiattolo

Lo scoiattolo rosso (Sciurus vulgaris) è presente dalle estreme regioni settentrionali (Scandinavia e Siberia) fino a quelle mediterranee e dalla Spagna fino alla Cina nord-orientale e al Giappone. All'interno di questo vastissimo areale vivono numerose sottospecie. Quella presente sulle Alpi è la sottospecie Sciurus vulgaris fuscoater. Lo scoiattolo è un animaletto della foresta noto e popolare, ciò è dovuto alle sue abitudini di vita diurne che ci consentono di vederlo mentre si esibisce in acrobatiche corse tra i rami degli alberi. La colorazione della pelliccia di questo animale sul ventre è biancastra, mentre sul dorso è estremamente variabile, e può presentare tonalità dal grigio brunastro al rossiccio al nero.

Sulle orecchie in inverno sono presenti dei caratteristici lunghi ciuffi di peli, ma è la coda probabilmente la maggior caratteristica distintiva, tant'è che il nome scientifico del genere "Sciurus" deriva dai termini greci "Skia" che significa ombra, e "Oura" che significa coda. "Sciurus" sta quindi a significare: animale che siede all'ombra della propria coda. Infatti in atteggiamento di riposo lo scoiattolo tiene la folta coda ripiegata al di sopra del corpo, e in questa posizione essa assume un'importante funzione per la termoregolazione dell'animale: può essere orientata in modo da intercettare le radiazioni solari e favorire l'accumulo d'energia, o essere ripiegata sopra il corpo per ombreggiare l'animale ed essere eventualmente sventolata come un ventaglio. La coda è invece distesa durante le corse e i salti, e funziona come bilanciere durante le spericolate acrobazie di questo roditore. Lo scoiattolo utilizza la coda anche come strumento di comunicazione, soprattutto durante le schermaglie amorose tra maschi e femmine, o per trasmettere ai suoi consimili uno stato di nervosismo o d'allarme.
Lo scoiattolo è un animale tipicamente arboricolo con artigli ben sviluppati e possenti zampe posteriori che gli consentono d'arrampicarsi agilmente lungo il tronco degli alberi. Lo scoiattolo scende a terra solo raramente ed in questi casi è esposto ai pericoli. E' comune nei boschi di conifere come in quelli di latifoglie, purché offrano cibo a sufficienza, ma sono le foreste miste, in grado di garantire una produzione alimentare più diversificata, ad ospitare le popolazioni più numerose.
L'alimento principale degli scoiattoli è rappresentato dai semi degli alberi, in particolare faggiole, semi d'abete, ghiande, noci e nocciole, la cui disponibilità influenza pesantemente la dinamica delle popolazioni. Gli scoiattoli sono più abbondanti in corrispondenza delle annate in cui le piante hanno una fruttificazione particolarmente elevata. Tuttavia gli scoiattoli si nutrono anche di frutti, germogli e funghi. In particolare questi ultimi sono consumati in quantità elevate e sembra possano soddisfare fino al 50% del fabbisogno energetico giornaliero. A differenza degli uomini, gli scoiattoli raccolgono non solo i corpi fruttiferi che crescono sul terreno, ma anche le micorrize sotterranee, che individuano grazie all'ottimo olfatto. Alimenti di origine animale come invertebrati, uova di uccelli e nidiacei, rientrano solo occasionalmente nella dieta degli scoiattoli. In situazioni di scarsa disponibilità alimentare gli scoiattoli possono strappare le gemme e rodere la corteccia degli alberi per consumarne libro e linfa.
Lo scoiattolo è attivo esclusivamente di giorno: inizia poco prima dell'alba e presenta normalmente un picco d'intensità nel corso della mattinata e uno poco prima del tramonto. D'inverno l'attività è estremamente ridotta e si concentra nelle ore più calde. Quando non è attivo, lo scoiattolo si rifugia nel nido che costruisce sugli alberi, in corrispondenza delle biforcazioni dei rami, ammassando ramoscelli e foglie fino a formare un grosso ammasso sferico che è tappezzato internamente di muschio e altri materiali morbidi. Più raramente lo scoiattolo utilizza i buchi naturali degli alberi e quelli scavati dai picchi.
Il periodo riproduttivo ha inizio nella seconda metà dell'inverno. Dopo una gestazione di circa 38 giorni, la femmina partorisce da 2 a 5 piccoli, il cui peso alla nascita è di circa 8-10 g. I cuccioli, che nascono nudi, ciechi e con le orecchie chiuse, dopo una quarantina di giorni sono in grado di lasciare il nido. Generalmente le femmine portano a termine due cucciolate all'anno, anche se il tasso riproduttivo è fortemente influenzato dalle disponibilità alimentari. Lo scoiattolo raggiunge la maturità sessuale ad un anno e, allo stato selvatico, può vivere circa 5 anni.
Lo scoiattolo rosso è un animale solitario e all'interno di una foresta gli esemplari vivono distanziati gli uni dagli altri. L'estensione degli home ranges varia tra i 2 e i 4 ha e nei maschi adulti essi sono di dimensioni maggiori che nelle femmine o negli esemplari giovani. Ciò è dovuto al fatto che durante la stagione riproduttiva i maschi estendono l'area d'attività muovendosi alla ricerca di femmine in estro. Le sovrapposizioni di home range tra individui dello stesso sesso sono piuttosto rare. Le femmine allattanti, in particolare, difendono il proprio territorio per prevenire interferenze con i cuccioli e per assicurarsi una riserva di cibo in prossimità del nido.
L'organizzazione territoriale delle popolazioni di scoiattolo rosso è dunque uno dei motivi per cui questo roditore non risulta mai molto numeroso. Per marcare i propri territori gli scoiattoli rilasciano l'urina o il secreto di ghiandole presenti sul corpo alle biforcazioni dei rami. Questi segnali olfattivi sono generalmente associati a piccoli scorteccia menti. La trasmissione di segnali olfattivi è uno dei principali sistemi di comunicazione in questa specie, mentre le vocalizzazioni sono utilizzate principalmente nelle interazioni tra madre e cuccioli e per segnalare situazioni di pericolo.
In Italia lo scoiattolo rosso è l'unica specie di scoiattolo autoctona, cioè naturalmente presente allo stato selvatico sul territorio. In seguito a introduzioni, su alcune aree della penisola sono oggi presenti altre due specie di scoiattolo: lo scoiattolo grigio (Sciurus carolinensis) di origine nord-americana, e il burunduk (Tamias sibiricus) di origine centro-asiatica. La prima è stata introdotta alla fine degli anni 40 in Piemonte e in Liguria. Il burunduk, uno scoiattolo nocciola con il dorso striato, viene comunemente commercializzato: popolazioni generatesi da esemplari sfuggiti alla cattività si sono insediate all'interno di parchi pubblici e privati in diverse zone d'Italia e in boschi naturali in alcune zone del Friuli e del Bellunese.
L'introduzione dello scoiattolo grigio in Gran Bretagna tra fine dell'800 e l'inizio del '900 e la successiva espansione di questa specie in Inghilterra, Galles e Scozia, ha coinciso col declino dello scoiattolo rosso. La competizione tra le due specie, che hanno abitudini di vita e gusti alimentari analoghi, ha sfavorito la specie originaria, che rischia di scomparire da alcune zone. Sembra che il motivo del successo dello scoiattolo grigio sia legato ad una maggior capacità di insediarsi in parchi, giardini e altre aree verdi, anche di modeste dimensioni e inserite in contesti urbani.

Quanto verificatosi in Gran Bretagna fa riflettere sulle conseguenze che l'introduzione di specie esotiche può avere sulla fauna locale e dimostra l'inopportunità di certe azioni, quale il rilascio nei giardini privati a scopo ricreativo e ornamentale di specie più facilmente contattabili di quelle selvatiche già naturalmente presenti sul territorio.
 

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Castoro

Il castoro (Castor fiber) era presente in tutta l'Europa centrale, settentrionale e orientale; oggi è ancora abbastanza diffuso solo in Scandinavia e nell'Europa dell'Est. Se ne trovano esemplari isolati nella Francia del Sud, mentre in Germania è stato reintrodotto con successo. I castori europei raggiungono il peso di un capriolo adulto, ma la figura tozza li fa sembrare più leggeri. Il periodo dell'accoppiamento comincia a gennaio, la gestazione dura circa 15 settimane, e in genere vengono partoriti da 2 a 4 piccoli. I castori si creano da soli il proprio ambiente di vita, facendo ristagnare le acque. Scavano sulle scarpate delle rive le loro abitazioni fortificate, con accesso sotto il livello dell'acqua, o costruiscono nell'acqua ampi castelli di tronchi d'albero. I castelli sono abitati da grandi famiglie. In caso di pericolo, ma anche solo a scopo di comunicazione, battono l'acqua con la coda piatta. I castori si sono adattati in modo così completo alla vita nell'acqua che vi si muovono con maggiore agilità che sulla terra.

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Citello

Il citello (Citellus) è un genere della famiglia degli sciuridi con molte specie in Europa, Asia e Nordamerica. Lungo circa 20 cm, vive per lo più in grandi collettività. Nell'est della Germania c'è un'altra specie, il Citellus citellus, il citello semplice.
 

 

Marmotta

La marmotta (Marmota marmota) è un roditore particolarmente timido, vive sui Pirenei, sulle Alpi e sui Carpazi, ma è distribuita in modo non uniforme. Abita sopra i 1500 metri di altitudine. La marmotta arriva a pesare 7 kg ed è piuttosto tozza. Durante il letargo invernale perde fino a un terzo del suo peso. L'accoppiamento ha luogo dopo il letargo. Dopo una breve gestazione di 5 settimane (la breve estate di montagna), nascono da due a cinque piccoli. Nelle femmine ci può essere una pausa di circa 4 anni tra due gestazioni. Attive di giorno, le marmotte vivono in gruppi familiari. Quando lasciano la tana, mettono delle sentinelle che avvertono del pericolo (l'aquila reale) con acuti fischi che spaventano i turisti troppo curiosi. Nella tarda estate, "falciano", seccano e portano nelle tane l'erba di montagna per utilizzarla come materiale Isolante e come imbottitura. Durante il letargo di sei mesi, che viene interrotto ogni tre o quattro settimane per eliminare escrementi e orina, tengono chiuse le entrate con tappi, di erba e pietre, lunghi fino a due metri. La caccia alla marmotta, dove è praticata, rappresenta per molti proprietari di terreni una fonte di guadagno che permette d'incrementare il magro reddito delle realtà agricole montane.

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Focidi

I focidi (Pbocidae) sono tenaci nuotatori e tuffatori che passano in acqua la maggior parte della loro vita. Orecchie e narici si possono chiudere ermeticamente, mentre gli arti con le cinque dita sono trasformati in pinne. I focidi sono carnivori attivi solamente di giorno e si nutrono esclusivamente di animali marini (pesci, gamberetti). L'accoppiamento avviene in acqua, la nascita in terra; viene allevato sempre un solo piccolo che già poche ore dopo la nascita cerca spontaneamente l'acqua, seguito dalla madre. L'allattamento dura mediamente 6 settimane. Il tasso d'incremento della popolazione è estremamente basso, ma la durata probabile della vita è sul 40 anni. Lo spesso pannicolo adiposo fa sopportare ai pinnipedi l'acqua ghiacciata e rende anche possibili dei lunghi periodi di digiuno. Un peso variabile tra i 50 kg (foca dagli anelli) e i 290 kg (foca grigia) fornisce una grande riserva di grassi. Diversamente che nel tricheco, nel focidi i canini superiori non si sono allungati in zanne. Discendono da predatori e l'evoluzione li ha gradualmente adattati alle condizioni della vita acquatica, con la trasformazione dei piedi posteriori in pinne.

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Foca comune

La foca comune (Pboca vitulina) si trova in tutte le coste europee settentrionali, dal canale della Manica all'estremo nord, ma manca nel Baltico settentrionale. La foca comune può raggiungere un peso di 250 kg. Ha il corpo tozzo, con arti corti e coda corta. La pelliccia è formata da peli lucenti ed è prevalentemente di color grigio-giallastro. A terra è molto maldestra, il suo elemento è l'acqua in cui può muoversi con una velocità di anche 35 Km/h. Le foche sono capaci di nuotare subito dopo la nascita. La foca comune vive in società, e preferisce stare su coste piatte, banchi di sabbia e terreni alluvionali; è perciò molto esposta alle conseguenze del turismo e dell'inquinamento marino, per esempio alla marea nera. I piccoli che hanno perso la madre richiamano l'attenzione su di sé urlando. Ma anche la foca che non è rimasta orfana emette un latrato lamentoso. Se sopravvive ai vari elementi ed ai nemici, può vivere fino al 20 anni.

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Foca grigia

La foca grigia (Halichoerus grypbus) si trova intorno all'Islanda e alla Gran Bretagna, nel Baltico settentrionale, nella costa settentrionale della Norvegia oltre Trondheim. I maschi arrivano fino a 250 kg di peso e misurano da 250 a 300 cm di lunghezza. La pelliccia va dal grigio al grigio scuro, macchiato irregolarmente di nero. Si distinguono particolarmente per la testa a forma di cone e per il muso lungo.

 

Foca dagli anelli
 

La foca dagli anelli (Pboca bispida) si trova solo tra la Svezia e la Finlandia, in Russia, ed esclusivamente in insenature fuori mano e inaccessibili. E' di forma molto snella, ma per il resto assomiglia alla foca comune. Deve il suo nome alla pelliccia che nella parte superiore è scura e ornata di numerosi anelli bianchi.

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La foca monaca.

Forse un tempo, molto lontano, erano abbastanza frequenti gli incontri con la foca monaca che nuotava libera nel mare. Forse era proprio la sensuale, misteriosa sirena di cui parlavano i naviganti. Della quasi estinta «foca monaca", oggi esistono pochissimi esemplari nel mediterraneo e gli avvistamenti sono talmente rari che quando n’è individuata una il fatto diventa di gran portata per biologi e ricercatori. Conosciuta anche col nome di bue marino, è un mammifero molto intelligente, che a causa delle attività umane è stata condannato all’estinzione. Un tempo popolava l’intero Mediterraneo, dalle coste africane, all’Egeo ed alle isole centrali, ma l’escalation delle situazioni inquinanti, il turismo di massa ed una pesca meccanizzata ne hanno sterminato la specie. Si stima che oggi sopravvivano dai 300 ai 400 esemplari, 150-200 nell’Egeo, un paio di dozzine nel Mediterraneo occidentale, una decina nel Mar Nero e 130 in Atlantico sulle Coste della Mauritania. In Italia nelle coste tradizionalmente frequentate dalle foche oggi non si conoscono più nuclei produttivi, tanto che la specie è stata dichiarata estinta nelle acque italiane. Solo sporadici avvistamenti e molte speranze d i un ritorno nelle località storiche come il Golfo di Orosei e nelle Egadi.
L'esistenza riservata di cui hanno bisogno questi animali per vivere non concorda con la politica "turistica" sostenuta per le note esigenze economiche. Le foche monache hanno dovuto così adattarsi a divenire delle cavernicole per sopravvivere, attitudine non proprio consona ad una specie abituata alla libertà nei mari.
La foca monaca (Monachus monachus) della famiglia Focidi, è un mammifero che può arrivare ad una lunghezza di circa tre metri e a quattrocento chilogrammi di peso circa. Il suo colore dà sul marrone-grigio sul dorso, mentre è più chiaro sul ventre, chiazzato di macchie biancastre. Le punte del pelo foltissimo tendono al giallastro, soprattutto negli esemplari più anziani. La foca monaca è quasi priva di sottopelo, al contrario delle foche che vivono nei mari freddi. Si ciba esclusivamente di pesce azzurro e, per tale motivo, incappa spesso nelle reti da posta dislocate in gran quantità nel nostri mari.
Il suo habitat è ormai quasi esclusivamente quello delle acque costiere nei pressi delle coste rocciose e inaccessibili, ove esistono grotte sommerse e caverne nelle quali riesce a partorire e ad allevare i cuccioli. E’ una specie dichiarata in estinzione e perciò è protetta dalle leggi in materia di tutti i Paesi mediterranei.

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Il riccio comune

I riccio comune (Erinaceus europeaus) è presente nella regione paleoartica in circa 14 specie. In Italia è presente in due specie: il riccio comune, ampiamente diffuso nella penisola e in tutta l'Europa centrale e occidentale e il riccio orientale, limitato alle regioni dell'Europa orientale, ad est fino all'estrema Siberia e a sud fino all'Asia minore, sporadicamente presente in Italia (Friuli Venezia Giulia e al Trentino Alto Adige).

Il riccio comune è più diffuso: frequenta terreni aperti, coltivi e boschi fino a circa 1000 m d'altitudine. Occasionalmente può essere presente anche a quote più elevate, generalmente in prossimità d'insediamenti umani. Si nutre principalmente d'invertebrati terrestri, sfrutta abilmente anche fonti trofiche sussidiarie, quali rifiuti alimentari o cibo per cani e gatti, che rinviene nei pressi delle abitazioni. Preda le uova. Le prede naturali sono costituite principalmente da lombrichi, coleotteri, bruchi e larve d'insetti, che questo animale ricerca nei prati e lungo le siepi durante le sue lunghe peregrinazioni notturne (un paio di chilometri), perlustrando meticolosamente il terreno con l'aiuto dell'olfatto. Durante quest'operazione sbuffa, ansima e smuove il fogliame abbastanza rumorosamente. I maschi di norma compiono spostamenti maggiori delle femmine, soprattutto durante il periodo riproduttivo, in ogni caso gli spostamenti dipendono anche all'abbondanza di cibo. Il riccio non è un animale strettamente territoriale e più esemplari possono utilizzare le stesse zone. Durante il giorno rimane inattivo nel nido, che si costruisce tra la vegetazione, sotto arbusti e rovi, o tra le radici degli alberi. I nidi sono ben mimetizzati e difficilmente individuabili. Generalmente sono costituiti da foglie secche o altro materiale vegetale che il riccio ammassa in un piccolo cumulo, per ricavare poi all'interno una piccola camera per il ricovero.
I nidi invernali, utilizzati per il letargo, hanno una struttura più solida di quelli estivi e vengono isolati meglio. Non è raro scovare un riccio, in inverno, nascosto sotto una catasta di legna, mucchi di fieno o fascine.
Occasionalmente il riccio scava nel terreno una piccola tana o utilizza quelle abbandonate da altri animali. Generalmente un Riccio ritorna regolarmente al medesimo nido anche se, soprattutto nel periodo estivo, un animale può utilizzare più nidi temporanei.
Una delle attività che comportano un elevato dispendio energetico è il mantenimento della temperatura corporea. Per tale ragione durante il letargo essa scende dai normali 35°C a meno di 10°C. Inoltre altre funzioni vitali quali la frequenza respiratoria e quella del battito cardiaco, vengono rallentate.
La riproduzione si protrae da aprile a settembre. L'accoppiamento è preceduto dal corteggiamento che si sviluppa secondo un rituale caratteristico. Al l'approssimarsi del maschio la femmina reagisce aggressivamente, erigendo gli aculei e sbuffando fragorosamente. Il maschio nel tentativo di aggirare la femmina compie dei circoli intorno ad essa, mentre la femmina lo fronteggia porgendo il capo o il fianco, soffiando e sbuffando. Questo rituale può durare da alcuni minuti ad alcune ore, e spesso non è seguito dall'accoppiamento. Inoltre solo in una bassa percentuale di accoppiamenti avviene la fecondazione. La gestazione dura 5 settimane. Le cucciolate sono mediamente costituite da 4/5 piccoli, che diventano indipendenti e si allontanano dalla madre a circa 6 settimane d'età. Solo occasionalmente le femmine portano a termine due gravidanze nella stessa stagione. Ciò si verifica in genere solo se la prima ha avuto esito negativo. I parti tardivi sono solitamente destinati al fallimento perché se i piccoli non
raggiungono i 400-500 g di peso prima del letargo invernale difficilmente potranno sopravvivere.
Alla nascita i cuccioli di riccio sono nudi e apparentemente privi di aculei. In realtà circa un centinaio di spine prive di pigmentazione giacciono sotto la pelle del dorso e dopo circa un'ora dalla nascita esse iniziano ad emergere. Ad una settimana d'età i piccoli ricci acquisiscono la capacità di erigere gli aculei e dopo due settimane sono in grado di appallottolarsi. I cuccioli crescono rapidamente: dopo 40 giorni essi pesano circa 200 g. Il peso massimo, varia tra 800 - 1500 g e viene raggiunto a circa due anni; la maturità sessuale viene raggiunta dopo soli 9 mesi.
Gli aculei sono la caratteristica distintiva del riccio. Si tratta di peli trasformati, di circa 2-3 cm di lunghezza e con un diametro di 2 mm, terminanti con un'estremità molto appuntita. Alla base presentano un tratto più sottile, leggermente curvato all'indietro, la cui funzione sembra essere quella di attutire gli urti, consentendo all'aculeo di piegarsi elasticamente. I Ricci infatti non temono le cadute, che affrontano erigendo gli aculei per assorbire l'impatto. Gli aculei terminano con un bulbo emisferico inserito nel derma; ciascun aculeo è eretto da un proprio muscolo. Le spine, erette in diverse direzioni, si sovrappongono formando un intricato, impenetrabile groviglio pungente. Il numero degli aculei dipende dall'età e dalle dimensioni degli esemplari: negli adulti di riccio europeo se ne possono contare più di 5000, in alcuni casi fino a 7500. Come tutti i mammiferi, anche il riccio muta periodicamente la loro "pelliccia". Diversamente dagli altri insettivori (talpe e topiragno), il riccio non ha una muta regolare due volte all'anno. La crescita e la sostituzione degli aculei avviene continuamente ma con ritmi piuttosto lenti: un aculeo viene mantenuto per più di un anno e mezzo prima di essere sostituito. In questo modo il riccio non resta mai indifeso.
Il riccio riesce ad appallottolarsi se disturbato o minacciato. Questo animale è infatti in grado di ripiegarsi completamente su se stesso fino a diventare un'impenetrabile pallottola di spine. Cosi facendo i Ricci proteggono il proprio corpo pur mantenendo occhi e orecchie aperte. "L'appallottolamento" completo avviene generalmente solo in seguito ad un contatto fisico. In questo caso l'animale rannicchia le zampe, ripiega ventralmente capo e coda e contrae la muscolatura circolare, che funziona come la stringa di una borsa a secchiello. La contrazione della muscolatura provoca l'erezione degli aculei. In questa posizione l'animale è completamente protetto all'interno di un involucro di spine impenetrabile. Un Riccio può stare così "rinchiuso" per ore!
Il riccio a volte ha uno strano comportamento chiamato "self-annointing", termine che in italiano viene tradotto come "auto-sputo". In certe situazioni abbandona improvvisamente le normali attività e produce grandi quantità di saliva dall'aspetto schiumoso, con cui si cosparge il corpo. La lingua viene estroflessa e passata sopra gli aculei del dorso e dei fianchi, mentre il corpo si contorce nel tentativo di consentire all'animale di leccare anche le zone più distanti. Generalmente questo comportamento dura solo un paio di minuti, ma a volte può protrarsi anche per una decina di minuti e più. Una volta concluso il riccio torna all'attività precedentemente sospesa. Alcuni ritengono che il "self-annointing" possa servire per eliminare i parassiti dal corpo. Allo stato selvatico il riccio, dopo aver masticato la pelle dei rospi (che contiene sostanze alcaloidi irritanti), manifesta questo comportamento e ciò ha indotto alcuni studiosi a ipotizzare che il riccio sfrutti le caratteristiche irritanti di alcune sostanze per aumentare l'efficacia difensiva della propria corazza di spine. C'è chi pensa che cospargere il proprio corpo con la saliva sia un meccanismo per diffondere in modo più evidente il proprio odore, e abbia quindi la funzione di rivendicare la propria territorialità o di richiamare l'attenzione dei partner durante il periodo riproduttivo.

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I Toporagni, le crocidure ed il  mustiolo

Il toporagno nano (Sorex minutus), il toporagno comune (Sorex araneus), il toporagno alpino (Sorex alpinus), il toporagno acquaiolo (Neomys fodiens), il toporagno acquaiolo di Miller (Neomys anomalus), il mustiolo (Sancus etruscus), la crocidura minore (Crocidura suaveolens) e la crocidura dal ventre bianco (Crocidura leucodum) sono mammiferi simili a topi, di piccole dimensioni, con il muso lungo e appuntito e la pelliccia densa e morbida. Hanno gli occhi molto piccoli e le orecchie, spesso nascoste dal pelo, sono minute e arrotondate. Sono tutti predatori d'invertebrati ed appartengono alla famiglia dei Soricidi e all'ordine degli Insettivori. Tra tutti gli Insettivori costituiscono il gruppo che ha avuto il maggiore successo, sia per il numero di specie (circa 250), sia per la loro distribuzione geografica. Sono infatti diffusi in tutto il mondo con esclusione dell'America meridionale e dell'Australia.

Generalmente gli insettivori sono considerati dei mammiferi molto antichi, comparsi probabilmente a cavallo del tardo Eocene e l'inizio dell'Olocene, periodo in cui si estinsero i dinosauri, e sino ad oggi non sembrano aver modificato di molto il loro aspetto. I toporagni infatti presentano alcuni caratteri considerati tipici dei primi mammiferi comparsi sulla terra. Ad esempio la locomozione è di tipo plantigrado e le zampe, semplici e non specializzate, sono munite di cinque dita. Il cranio è di forma allungata, stretto e il cervello è piccolo; gli emisferi cerebrali, che nei mammiferi più evoluti occupano la maggior parte del cervello, nei toporagni sono ridotti, segno di intelligenza non molto sviluppata. Anche nella struttura dello scheletro si possono riconoscere ricordi del passato: l'arcata zigomatica, caratteristica di molti mammiferi tra i quali i roditori, è assente e inoltre la mandibola presenta una doppia articolazione.
I toporagni hanno dimensioni generalmente minuscole e tra essi si annoverano i mammiferi più piccoli al mondo. Uno di questi è il mustiolo etrusco, che vive anche nelle nostre regioni: pesa al massimo due grammi ed è lungo 5 cm coda compresa.
Proprio per le dimensioni così modeste, i toporagni hanno un elevato rapporto superficie corporea/volume che si traduce in pratica con una forte dispersione di calore corporeo. Per compensare tali perdite sono quindi costretti a mangiare in continuazione; i toporagni sono infatti noti per la loro voracità tanto che in un giorno abbisognano di una quantità di prede pari al loro peso corporeo. Sono animali molto resistenti al freddo e al caldo ma non sopportano il digiuno; alcune specie devono cibarsi ogni 2 o 3 ore. Ciò è dovuto al fatto che la loro digestione è rapida e l'intestino si svuota completamente nell'arco di un paio d'ore.
Ritmi di vita così elevati hanno come logica conseguenza un esaurimento precoce dell'intero organismo; questi piccoli predatori sono animali molto poco longevi: i Soricidi per esempio non superano in media i 15 mesi di vita, mentre le Crocidure possono raggiungere anche i 2 anni di età. Tale differenza è dovuta al diverso ritmo di attività che caratterizza le specie: le Crocidure posseggono un metabolismo per certi aspetti più rallentato dei toporagni a denti rossi e questo consente loro di risparmiare molte più energie.
Nei Toporagni a denti rossi l'inverno viene superato soltanto dagli esemplari più giovani, gli adulti difficilmente raggiungono una seconda primavera e soccombono inesorabilmente alle prime avvisaglie di freddo. Alla fine dell'inverno le popolazioni di questi animali sono quindi composte soltanto da individui nati nell'estate precedente e che hanno trascorso la stagione fredda come immaturi.
Per poter sopravvivere al rigido inverno, i Toporagni hanno sviluppato un'interessante strategia che consente loro di ridurre il proprio fabbisogno alimentare. In questo periodo non solo la crescita si arresta ma addirittura diminuiscono le dimensioni corporee. Tale fenomeno, noto come "fenomeno di Dehnel", consiste nella diminuzione del volume e del peso di alcuni organi importanti e delle dimensioni della scatola craniale. Esso è tipico delle specie che vivono in ambienti freddi, come l'Europa, l'Asia e l'America settentrionale.
Una delle peculiarità dei Toporagni è di avere sempre un forte odore di muschio, molto marcato soprattutto nelle Crocidure. Tale odore, frutto delle secrezioni di varie ghiandole sparse sul corpo, ha evidentemente una funzione sociale. Serve infatti a marcare i territori, a segnalare lo stato d'animo o la disponibilità all'accoppiamento. I toporagni comunicano inoltre attraverso numerosi suoni, alcuni dei quali molto acuti, o addirittura con gli ultrasuoni. Generalmente sono animali solitari. L'incontro tra due individui della stessa specie scatena una serie di comportamenti stereotipati costituiti da attacchi, presentazione della dentatura e tentativi di morsi, accompagnati da sonori squittii.
Il periodo riproduttivo va dalla primavera sino alla metà dell'autunno e il maggior numero delle nascite avviene tra giugno e agosto. Dopo un periodo di gestazione di 25 giorni circa, la femmina partorisce da 3 a 7 piccoli, a seconda della specie. I piccoli rimangono al nido per circa tre settimane e a 25 giorni di vita sono completamente indipendenti.

La dentatura dei Toporagni è sorprendentemente specializzata ed è costituita da un minimo di 26 a un massimo di 32 denti secondo le varie specie. I primi incisivi superiori sono molto prominenti e con due evidenti cuspidi prolungate in avanti; quelli inferiori sono molto allungati e appuntiti e, accoppiati ai superiori, funzionano come una minuscola ma precisa pinza per afferrare le prede. Gli altri denti sono minuti e ricchi di cuspidi e perfettamente costruiti per frantumare il duro, chitinoso esoscheletro dei coleotteri e degli altri artropodi che costituiscono la parte più importante della loro dieta.
I toporagni d'acqua del genere Neomys e le Blarina dell'America settentrionale producono una secrezione tossica che viene inoculata attraverso la saliva e che serve loro per immobilizzare le prede più grosse come rane e avannotti, agendo sul sistema nervoso. Il termine toporagno in effetti derivò dalla credenza che questi piccoli Insettivori avessero un morso velenoso. Aristotele nel suo Historia Animalium a proposito dell'effetto del morso di un toporagno sul cavallo scrisse: i morsi del toporagno sono pericolosi per il cavallo cosi come per altri animali da carico perché provoca lo sviluppo di vesciche. Il morso inoltre è ancora più pericoloso se il toporagno che morde è una femmina gravida. In verità il morso di questi piccoli mammiferi per l'uomo e per gli animali domestici è assolutamente innocuo, anche perché ben difficilmente riescono a scalfire la pelle con il loro piccoli denti.
La ricerca della preda avviene soprattutto utilizzando l'odorato. Grazie alla grande mobilità del loro lungo muso cartilagineo, i toporagni grufolano tra le foglie e nel terreno alla ricerca di larve e pupe di insetti e sono in grado di sentirne l'odore anche se esse sono ben nascoste sotto alcuni centimetri di terriccio. Le prede più mobili sono individuate tramite l'udito e persino attraverso l'ecolocazione. Nelle specie acquatiche il fiuto ha minore importanza e le prede sono individuate grazie alle vibrisse del muso riccamente innervate.
Ogni specie possiede un preciso regime alimentare nonché dei periodi di attività ben definiti e spesso sulle rive ricche di vegetazione è possibile trovare in perfetta sintonia anche 5 specie diverse di toporagni per le quali i torrenti e le torbiere rappresentano gli habitat esclusivi. Nelle comunità di Toporagni comunque si nota sempre la dominanza di una specie sulle altre. Labilità a sfruttare le risorse di un ambiente è alla base della colonizzazione di certe località da parte di alcune specie piuttosto che altre.

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Il ghiro, il moscardino, il topo quercino e il driomio

La famiglia dei Ghiridi, o Myoxidi, è costituita complessivamente da 20 specie, quattro delle quali vivono in Italia. Sono tutti roditori notturni dai costumi tipicamente forestali e arboricoli, caratterizzati da una coda lunga ricoperta di pelliccia più o meno fitta, che utilizzano come bilanciere per muoversi agilmente tra i rami degli alberi e compiere lunghi salti.

Delle quattro specie italiane, il ghiro è sicuramente il più noto, sia per l'aspetto simile allo scoiattolo sia per il fatto che  si spinge volentieri a frequentare le baite e le abitazioni umane. Le altre specie, più tipicamente abitatrici di siepi e foreste, sono raramente avvistabili in natura. Di queste risulta più facile rinvenirne i nidi o le tracce lasciate dopo il pasto.
Il ghiro (Myoxsus glis) e il topo quercino (Eliomys quercinus) sono le specie più grandi, con una lunghezza del corpo variabile tra i 10 e i 20 cm e un peso tra i 45 e i 180 g. La pelliccia del ghiro sul dorso è di colore grigio cenere, mentre il ventre è di colore bianco crema; la coda, lunga e folta, è di colore bruno chiaro. Attorno ai grandi occhi scuri è presente un anello nero e il muso è provvisto di numerose e lunghe vibrisse.
Il topo quercino, leggermente più piccolo e slanciato del ghiro, è facilmente riconoscibile per le grandi orecchie e per la variopinta colorazione; le parti superiori sono infatti di un bel colore bruno rossiccio e il muso appuntito è ornato da una vistosa maschera. Il ventre è bianco candido e contrasta nettamente con il resto del corpo. La coda è cilindrica, lunga quanto il corpo, ricoperta di corti peli, neri dorsalmente e bianchi ventralmente, con un vistoso e candido ciuffo apicale.
Le altre due specie, il moscardino (Muscardinus avellanarius) e il driomio (Dryomys nitedula), sono più piccole e non superando normalmente i 20 cm di lunghezza, coda compresa.

Il moscardino è facilmente riconoscibile per la colorazione arancione o bruno rossiccia del dorso e della coda. Le parti inferiori sono più chiare, a volte addirittura candide. I grandi occhi neri, che denotano le abitudini notturne, sono cerchiati di scuro. Il driomio si presenta con una colorazione simile a quella del ghiro, con il dorso grigiastro e il ventre di colore bianco giallognolo. Può essere facilmente confuso con i giovani di quest'ultima specie, ma sul muso presenta un'evidente mascherina nera e all'apice della coda un ciuffo di peli bianchi.
Il ghiro è un autentico funambolo, in grado d'arrampicarsi con agilità anche su pareti verticali e lungo i muri delle case. Possiede zampe specializzate, munite di morbidi cuscinetti che aderiscono perfettaménte alle minime asperità delle rocce e dei tronchi. Il moscardino, se spaventato, tende a salire lungo i fusti degli alberi e dei cespugli per nascondersi alla vista d'eventuali predatori immobilizzandosi prontamente dietro ai tronchi. Il ghiro è in grado di correre lungo i cavi telefonici con sorprendente agilità e sfrutta questa via per intrufolarsi nei sottotetti delle case poste al limitare dei boschi. Tutti i gliridi sono in grado di compiere salti notevoli, lanciandosi a zampe aperte verso un possibile appiglio, assumendo comportamento simile alle scimmie e agli scoiattoli volanti.

Il Ghiro è la specie più comune, preferisce colonizzare i boschi di latifoglie, soprattutto faggete montane dal fondovalle sino ai 1500 m. Durante la buona stagione però si spinge anche al limite del bosco e frequenta persino i macereti d'alta quota e le mughete sino quasi ai 2000 m. (è stato osservato sulle Pale di S. Martino). Anche le vecchie frane costituiscono per il ghiro un ambiente ideale; grazie all'abilità con cui è in grado d'arrampicarsi lungo le pareti verticali colonizza anche le falesie rocciose ricche d'anfratti e di crepe, all'interno delle quali trova dei sicuri rifugi nei quali costruire il nido, allevare la prole o semplicemente trascorrere le ore del giorno.

L'habitat più tipico del topo quercino è costituito dagli ambienti rupestri all'interno dei boschi. Meno frequente dei ghiro, è presente tra l'altro sulle Piccole Dolomiti, sul Lagorai, sulle Pale di S. Martino, sui versanti meridionali e orientali del gruppo di Brenta.
Il topo quercino può vivere in quota sino a 2000 m, colonizzando le sassaie, dove l'alternanza di cumuli di rocce e di superfici arbustate a pino mugo, ontano verde, rododendro e altre ericacee, crea un habitat idoneo. Anche le pinete di pino silvestre misto con latifoglie termofile come la roverella, il carpino nero, la lantana, il pero corvino, e con un ricco sottobosco di erica, sono ambienti frequentati dal topo quercino.
Il driomio è molto meno diffuso delle due specie precedenti ed è anche il meno conosciuto. E' legato principalmente ai boschi di conifere umidi e con un ricco sottobosco di ericacee, come il mirtillo e il rododendro, questo autentico folletto dei boschi è stato osservato sempre molto di rado. Poco diffuso, si trova sicuramente sulle montagne del Friuli Venezia-Giulia, del Veneto e dell'Alto Adige e, con una popolazione isolata, Sila, Aspromonte e Pollino e Trentino.
Delle quattro specie, il moscardino è il ghiride probabilmente più esigente nella scelta dell'habitat, poiché necessita della presenza contemporanea di molte specie arboree e arbustive. A causa della dieta specializzata a base di nettare, frutti, bacche e insetti, ha bisogno di spostarsi stagionalmente per trovare il cibo ideale. La presenza di una serie di piante che possano fiorire e fruttificare gradualmente dalla primavera sino all'autunno è quindi di grande importanza. Al risveglio dal letargo viene attratto dalle ricche fioriture del biancospino e del prugnolo, tra le quali può ricercare anche numerosi insetti; in seguito il moscardino si spinge sulle chiome degli aceri e dei tigli, sui rovi, sui lamponi e tra i cespugli del caprifoglio, dei cui fiori sembra particolarmente ghiotto. Da una dieta primaverile ed estiva basata quasi esclusivamente sui fiori, nella tarda estate e in autunno il moscardino passa ad alimentarsi di frutti e nocciole. Il periodo più difficile per questo piccolo ghiride coincide con il mese di luglio, durante il quale terminano le fioriture e iniziano le fruttificazioni. Nel pieno dell'estate diventa allora un attivo predatore di bruchi di lepidotteri e persino un
saccheggiatore di colonie di afidi. Nonostante le sue particolarissime esigenze alimentari, il moscardino è comunque diffuso in tutti gli habitat boschivi. Le siepi ai margini dei coltivi e persino le mughete, le pinete di pino silvestre e il margine delle peccete costituiscono per il piccolo ghiride degli habitat potenzialmente adatti.
Ghiro e moscardino sono essenzialmente dei vegetariani. Il ghiro si ciba prevalentemente di frutta, noci, ghiande, nocciole e faggiole. Il moscardino mangia anche fiori, nettare e polline.
Il ghiro, il topo quercino e il driomio entrano persino nelle case e si cibano di qualunque tipo di alimento, sia proteico che vegetale. Assai ghiotti di frutta, hanno l'abitudine di roderne piccole porzioni, rendendosi in questo modo assai dannosi ai frutteti. Il ghiro e il topo quercino possono talvolta arrecare seri danni anche al patrimonio forestale causando delle decorticazioni anulari sui cimali delle conifere e sui rami del faggio e di altre latifoglie provocando il disseccamento della parte colpita. Questo fenomeno si verifica soprattutto in primavera, quando gli animali si risvegliano dal letargo. il moscardino decortica a volte i salici e i noccioli.
Il ghiro e il topo quercino emettono suoni molto vari e articolati. Quando sono disturbati al nido per esempio emettono un caratteristico brusio, simile al ronzare di uno sciame di vespe, ed è possibile che lo scopo sia d'intimidire con questi suoni l'eventuale predatore. Nelle sere estive non è raro udire i brontolii, simili a colpi di tosse, emessi dai ghiri mentre il verso utilizzato dalla femmina del topo quercino per riunire i cuccioli è uno squittio rapido e ripetuto, molto simile al segnale di contatto del codibugnolo, un piccolo uccello della famiglia delle cince.
Tutte quattro le specie costruiscono dei nidi di forma sferica nel fitto dei cespugli o nella chioma degli alberi. Il nido del moscardino è sicuramente il più noto, ben visibile durante l'inverno, dopo la caduta delle foglie. Viene preparato dalla femmina che lo utilizza per allevare i piccoli. Tali nidi sono costruiti intrecciando fili d'erba, fili di corteccia e foglie. Internamente il nido è imbottito di muschi e licheni e di materiale più fine e molto spesso è sprovvisto d'ingresso. gli occupanti infatti escono ed entrano dalle pareti scostando delicatamente il materiale intrecciato. Gli individui non in riproduzione durante il giorno possono utilizzare molti altri ricoveri, come i nidi d'uccelli o di scoiattoli, le cavità nelle ceppaie o le fessure nelle rocce.
Molto spesso i ghiridi utilizzano anche i nidi artificiali, collocati per favorire la nidificazione d'alcuni uccelli. Il ghiro e il moscardino ad esempio occupano volentieri le cassette nido per cince e molto spesso vi si riproducono. In minor misura tali ricoveri sono utilizzati anche dal topo quercino e dal driomio. Sono stati studiati anche dei modelli di cassette nido particolarmente adatti alle loro esigenze. Le cassette nido comunque sono utilizzate soprattutto durante la buona stagione mentre in inverno quasi tutte le specie preferiscono ritirarsi ben protette in un nido invernale sotterraneo. Solo il topo quercino, diversamente dagli altri ghiridi, riesce a svernare perfettamente anche nelle cassette nido.
La stagione riproduttiva nei ghiridi inizia molto più tardi rispetto ad altri roditori a causa del letargo che nella maggior parte dei casi si prolunga sino all'inizio di maggio. Immediatamente dopo il risveglio cominciano quindi gli accoppiamenti e tra giugno e agosto avvengono i parti. Nel ghiro, in particolare, si verifica un'interessante strategia riproduttiva, basata sulla cooperazione nell'allevamento dei piccoli. Due o, più raramente, tre femmine possano allevare i cuccioli nello stesso nido. Le femmine anziane, più esperte nell'allevamento dei cuccioli, tendono ad accoppiarsi per prime anticipando quindi la data del parto e danno alla luce un numero maggiore di piccoli rispetto alle femmine più giovani. Alla fine di luglio avvengono i primi parti; in questo periodo le disponibilità trofiche non sono però molto abbondanti e a causa del l'allattamento intenso, le madri perdono rapidamente molto peso. Tale svantaggio immediato viene ampiamente compensato dalle maggiori dimensioni che i cuccioli nati per primi raggiungeranno in autunno, prima del letargo. Le giovani femmine invece concentrano i parti nella seconda metà della stagione riproduttiva, tra la prima decina e la fine di agosto, periodo durante il quale le disponibilità trofiche sono maggiori. La nidificazione in nidi comuni, quindi, e la cooperazione tra femmine di varie età nell'allevamento dei cuccioli, riscontrata peraltro anche nel moscardino, consente alle femmine più anziane di partorire per prime compensando cosi gli svantaggi legati all'anticipazione della stagione riproduttiva. E' particolarmente interessante osservare che in molti casi le femmine che cooperano tra loro nell'allevamento dei cuccioli sono imparentate tra loro, trattandosi spesso di madre e figlie dell'anno precedente. Le cucciolate
sono composte normalmente da 4-6 piccoli che rimangono con la madre per circa due mesi, un periodo molto lungo se si considera che nei topi selvatici e nelle arvicole i piccoli sono indipendenti già dopo una ventina di giorni. Sulle Alpi i ghiridi si riproducono una sola volta all'anno, e rappresentano un buon esempio di animali a strategia K, che possiedono cioè un tasso riproduttivo basso, bilanciato però da un elevato successo di sopravvivenza dei giovani e da una maggiore longevità.
I ghiridi rappresentano per alcuni carnivori delle prede tutt'altro che trascurabili. in determinate località il ghiro infatti costituisce fonte di cibo importante per i due più grossi uccelli rapaci che vivono nelle nostre montagne: l'aquila reale e il gufo reale. Entrambi lo cacciano sorvolando all'imbrunire le foreste e ghermendo gli esemplari sorpresi sui rami più alti degli alberi. Nei nidi di questi due grandi predatori non è raro trovare resti di ghiro e peli di questi animali sono rintracciabili facilmente nelle borre rigurgitate e lasciate cadere alla base dei siti di nidificazione. La civetta capogrosso e l'allocco sono altri due predatori del moscardino e persino del driomio, anche se la predazione a carico di questi roditori è piuttosto occasionale. Tra i mustelidi, attivi predatori dei ghiridi sono la martora e la faina, che cacciano frequentemente il ghiro e il moscardino, mentre l'ermellino preda occasionalmente il topo quercino, che insegue tra le rocce nei macereti d'alta quota. I ghiridi, al pari d'altri roditori, possono perdere la pelle della coda se questa viene afferrata da un predatore. In seguito le vertebre scorticate si disseccano rapidamente e cadono. Rinvenire individui di ghiro o di topo quercino con la coda mozza è un fatto abbastanza consueto.
Il moscardino pesa quanto un topo selvatico o un'arvicola; mentre però nella maggior parte dei casi i due roditori terragni non vivono più di 6 mesi, e solo raramente raggiungono i due anni di età, il piccolo ghiro in natura raggiunge normalmente i 3 anni d'età e occasionalmente può superare i 4 anni.
Anche il topo quercino può vivere sino a 5 anni, anche se di solito la maggior parte degli individui non supera il terzo anno di età e il ghiro addirittura può raggiungere i 10 anni di vita. Il letargo invernale e il torpore estivo, evidentemente fanno risparmiare ai ghiridi molte energie, il che si traduce nella possibilità di vivere più a lungo dei loro "cugini" topi e arvicole. In ogni caso, contrariamente a quanto avviene per altri micromammiferi, la predazione non è il fattore limitante più importante nelle popolazioni dei ghiridi. Durante il letargo si possono verificare perdite anche di oltre il 40% degli individui svernanti a causa principalmente dello scarso peso dei giovani che sovente giungono alle soglie dell'inverno abbondantemente sottonutriti, con riserve di grasso insufficienti per sopravvivere fino a primavera.

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Le arvicole

Le arvicole costituiscono un gruppo ben definito di roditori, appartenenti alla sottofamiglia dei Microtini che nell'aspetto ricordano i criceti. Differiscono da topi e ratti per la coda corta e la struttura del corpo meno slanciata, più tondeggiante. Le arvicole hanno la testa poco distinta dal corpo, caratterizzata da un muso più arrotondato, con occhi e padiglioni auricolari piccoli e poco evidenti. In Italia troviamo 5 generi (Clethrionomys, Arvicola, Microtus, Chionomys, Ondatra) per un totale di 10 specie.

L'arvicola rossastra o campagnolo rossastro (Clethrionoys glareolus) è molto diffusa e facilmente riconoscibile per la vivace colorazione bruno-rossastra della pelliccia. Si trova in tutta l'Europa e nell'Italia peninsulare, limitatamente alle zone boscose collinari e montane, fino oltre i 2000 m d'altezza. Colonizza anche le brughiere e le alnete ad ontano verde, così come le comunità a megaforbie che si sviluppano nei pressi delle malghe. E' diffusa nelle foreste di latifoglie, in quelle di conifere e in quelle miste, purché sia presente al suolo una discreta copertura erbacea. Vive in gallerie sotterranee scavate appena sotto la superficie del suolo. L'arvicola nelle zone rocciose sfrutta gli interstizi e le fessure tra le rocce. Il nido è collocato tra la vegetazione, sotto le radici delle ceppaie o i tronchi abbattuti. L'arvicola si nutre principalmente di sostanze vegetali, come parti verdi di piante, frutti, semi, funghi e cortecce, ma non disdegna neppure alimenti d'origine animale come larve d'insetti, che scova sul terreno e tra il fogliame. In alta montagna alla fine dell'inverno sfrutta i fiori e le fronde delle ericacee d'alta quota, mentre d'estate predilige le bacche di mirtillo. Fanno parte della sua dieta anche le faggiole, i semi d'abete rosso, i pinoli di cembro e le nocciole (che apre facilmente grazie ai potenti incisivi). All'interno delle tane sotterranee immagazzina scorte di cibo, soprattutto semi, ciò favorisce la dispersione e la germinazione di quelli che non sono consumati. Il periodo riproduttivo va dalla fine dell'inverno all'autunno e il suo inizio varia in funzione dell'andamento climatico e della quota. Come nelle altre arvicole, la gestazione dura una ventina di giorni e i piccoli, generalmente da 1 a 6, sono svezzati dopo circa un mese. In seguito all'arrivo dei nuovi nati, le popolazioni aumentano numericamente durante l'estate per raggiungere il massimo nel tardo autunno. D'inverno la mortalità non è compensata da nuove nascite e all'inizio della primavera le popolazioni si riducono al numero minimo d'individui. La densità delle popolazioni varia normalmente tra i 10 e i 60 esemplari per ettaro. Questa specie sulle Alpi fa registrare occasionali proliferazioni, che sembrano essere susseguenti ad annate d'abbondante produzione di semi da parte delle piante forestali, in particolare dell'abete rosso.

L'arvicola agreste (Microtus agrestis) e quella campestre sono comunemente definite "arvicole dei campi" poiché predominano negli ambienti aperti, a differenza dell'arvicola sotterranea e di quella di Fatio, note come "arvicole dei boschi". Queste ultime, comunque a differenza dell'arvicola rossastra, non possono essere considerate specie prettamente forestali, in quando prediligono le aree aperte e nei boschi si insediano prevalentemente in corrispondenza di radure. Esse hanno abitudini di vita più sotterranee rispetto alle "arvicole dei campi" e presentano occhi e orecchie più piccoli. Una distinzione morfologica tra i due raggruppamenti è la presenza di cinque tubercoli plantari sulla pianta dei piedi posteriori nelle arvicole dei boschi e di sei in quelle dei prati.
Arvicola campestre e arvicola agreste hanno aspetto e dimensioni simili: pesano mediamente una trentina di grammi e hanno una pelliccia marrone giallastra sul dorso e tendente al grigio sulla parte ventrale. La colorazione è leggermente più scura nell'arvicola agreste, che tra le due è quella di dimensioni maggiori ed è inoltre caratterizzata da padiglioni auricolari provvisti di pelo anche all'interno. L'areale di distribuzione di questa specie comprende buona parte dell'Eurasia centro-settentrionale, dalla Spagna alla Mongolia orientale, attraverso tutta l'Europa centrale e settentrionale. La sua distribuzione in Italia è limitata all'arco alpino orientale, tra il Friuli Venezia Giulia e il passo del Brennero.
L'arvicola campestre (Microrus arvalis) ha una distribuzione simile all'agreste, anche se a nord non supera il 60' parallelo ed è quindi assente dalla regione Scandinava. in Italia il suo areale di diffusione è limitato alle regioni nord-orientali, e non oltrepassa il Po a sud e le Alpi centrali ad occidente. Le arvicole dei campi vivono in colonie numerose e scavano intricate reti di gallerie nei prati, nei campi e nelle radure. L'arvicola campestre colonizza prati e pascoli sia nei fondovalle che in quota, purché sia presente una fitta copertura erbacea, e predilige i terreni freschi, profondi e ben drenati. Al contrario l'arvicola agreste ama gli ambienti umidi. Per questo si rinviene sovente in torbiere e prati allagati. Evita invece i terreni compatti e fortemente costipati, come le zone utilizzate per il pascolo, dove s'insedia invece l'arvicola campestre. La presenza di piste tra l'erba e fori sul terreno indica chiaramente l'attività di una colonia. La terra smossa durante gli scavi viene portata all'esterno e dispersa ai bordi delle imboccature delle gallerie. Gli ingressi di quest'ultime sono tondeggianti, del diametro di un paio di centimetri, facilmente identificabili anche per la frequente presenza di steli d'erba sminuzzata o piccoli escrementi di forma allungata e color verde brunastro.
Le gallerie sono generalmente piuttosto superficiali, provviste di una camera nido scavata in profondità e imbottita con frammenti di steli d'erba o nascosta tra i cespi delle graminacee. Altre camere possono essere adibite a magazzini per le riserve di cibo. D'inverno le arvicole sfruttano maggiormente gli spostamenti sulla superficie del suolo, al di sotto dello strato nevoso. in primavera, con lo scioglimento della neve, si possono facilmente individuare le piste utilizzate dagli animali durante la stagione fredda.
L'arvicola di Fatio (Microtus -Terricola- multilpex)  presenta una distribuzione limitata alle regioni dell'arco alpino, dalle sue estremità occidentali fino alla Slovenia e all'Appennino settentrionale fino alla Toscana. L'arvicola di Fatio è diffusa nei fondovalle, nelle aree collinari e lungo la fascia montana, ma la si può rinvenire anche a quote elevate in praterie o brughiere alpine. Questo piccolo roditore, che mediamente pesa poco più di una ventina di grammi, possiede una coda corda, lunga circa un terzo della lunghezza complessiva del corpo, occhi assai piccoli e una pelliccia di color fulvo-ocra.
La simile arvicola sotterranea (Microtus -Terricola- subterraneus) presenta un areale di distribuzione molto più ampio, che copre tutta l'Europa centrale e occidentale, dalla Bretagna alla Russia. Il limite meridionale passa nell'Italia settentrionale, grossomodo lungo le Prealpi Veronesi. Questo piccolo mammifero, sebbene possa colonizzare prati e giardini, è più frequente lungo il margine dei boschi, nelle radure con fitta copertura di graminacee, negli arbusteti a rododendro, mirtillo e ginepro, nelle praterie alpine e nei pascoli in quota. Occasionalmente colonizza i prati nitrofili che si sviluppano nei pressi delle malghe.
Le arvicole si nutrono prevalentemente di steli d'erba, foglie e, in misura minore, semi. Le arvicole dei campi durante l'inverno, quando le altre fonti di cibo scarseggiano, possono attaccare la corteccia di alberi e arbusti. Sono note le estese decorticazioni provocate dall'arvicola campestre al colletto e all'apparato radicale delle piante di melo. Danni analoghi possono essere provocati anche su giovani piante d'interesse forestale. Le arvicole dei boschi, in virtù delle loro abitudini sotterranee, sfruttano invece le parti ipogee (tuberi, bulbi, rizomi e fittoni) di un gran numero di piante erbacee, tra le quali molte d'interesse orticolo e floricolo. Possono quindi causare danni negli orti e nelle piantagioni.
L'attività delle arvicole è generalmente polifasica. Esse nell'arco delle ventiquattro ore alternano brevi momenti di attività ad altri di riposo. In assenza di un'adeguata copertura vegetale l'attività diurna generalmente diminuisce e gli animali si spostano in superficie solo al calare delle tenebre, quando sono meno vulnerabili all'attacco dei predatori.
L'arvicola delle nevi (Chionomys nivalis) è quella che si spinge più in quota e deve in suo nome alla localizzazione del suo habitat più tipico: i macereti dei circhi glaciali, le morene e le frane oltre il limite del bosco. E' un animale rupicolo, che necessita della presenza di cumuli di pietre o di un suolo frammentato, ricco di fessure e gallerie. Si arrampica agilmente, sfruttando le più piccole rugosità della roccia, e non è raro avvistarla anche durante scalate in parete, mentre corre lungo le cenge. Il limite altitudinale superiore per questa specie sulle Alpi è determinato dall'altezza delle cime e dal limite inferiore dei ghiacciai: sul Monte Bianco ad esempio è stata osservata a 4700 m d'altitudine. Sebbene l'arvicola delle nevi sia più frequente negli ambienti aperti d'alta quota, negli arbusteti e nelle brughiere alpine, essa è in grado di colonizzare anche i boschi sviluppatisi su terreni rocciosi e di spingersi fino al fondovalle, limitatamente alle zone caratterizzate dalla presenza di ammassi detritici, di muretti a secco; si riscontra talvolta in prossimità di torrenti con sponde rocciose. L'arvicola delle nevi non è una specie esclusivamente d'alta montagna, anche se nella fascia alpina risulta particolarmente diffusa per la ricchezza di habitat idonei. L'arvicola delle nevi presenta un areale frammentato, esteso dalla Spagna all'Asia occidentale, ma limitato alle regioni montuose dei Pirenei, delle Alpi, degli Appennini, dei Carpazi, dei Balcani, del Libano, dell'Iran e del Caucaso. E' facilmente riconoscibile per la colorazione grigia o grigio bruno della folta pelliccia. Il ventre è assai più chiaro del dorso, e in alcuni esemplari tende al grigio bianco. Le sue dimensioni sono maggiori di quelle delle altre arvicole: il peso degli adulti è in media di circa 40 g, anche se alcuni esemplari possono raggiungere e superare i 50 g. Il muso tondo ed i lunghi baffi, che misurano fino a 6 cm, conferiscono a questo animale un aspetto particolarmente simpatico. Vivendo tra gli interstizi delle rocce, a differenza delle altre arvicole, quella delle nevi raramente scava gallerie. Il nido è nascosto tra le rocce e imbottito di materiale vegetale. L'arvicola delle nevi si ciba prevalentemente delle parti verdi delle piante e delle loro radici. Rientrano nella sua dieta i fiori dello zafferano alpino, della pulsatilla, del tarassaco, le foglie e i fiori dell'orminio dei Pirenei, del rododendro e delle sassifraghe, nonché le fronde e le infiorescenze dell'erica e i giovani germogli di pino mugo e di altre conifere. Questo microtino è attivo prevalentemente dopo il crepuscolo, ma può essere avvistato anche di giorno: è un animale piuttosto confidente, facile da avvistare quando esce allo scoperto alla ricerca di cibo. Il periodo riproduttivo si estende dalla primavera alla fine dell'estate, ma a quote basse può protrarsi fino all'autunno. Rispetto alle altre arvicole il tasso di riproduzione è basso: generalmente hanno luogo uno/due parti all'anno, in un nido posto sotto ad un sasso o in una nicchia tra le rocce, con un numero di piccoli variabile da 1 a 5.

Il tempo necessario per lo svezzamento è più lungo che nelle altre arvicole, e dura una quarantina di giorni.

Le popolazioni di arvicola delle nevi non sono mai particolarmente numerose. Esistono delle lieve variazioni stagionali: le popolazioni raggiungono un picco di densità nella stagione autunnale; il numero d'esemplari cala poi progressivamente per toccare il minimo a cavallo tra la fine dell'inverno e l'inizio della primavera, in conseguenza dell'alta mortalità invernale non compensata da nuove nascite. Alcuni studi condotti sulle Dolomiti trentine hanno evidenziato che la densità varia tra i 4 e gli 8 esemplari per ettaro. Raramente gli home range d'esemplari adulti dello stesso sesso si sovrappongono, dimostrando una spiccata territorialità. Le popolazioni sono piuttosto stabili negli anni, non soggette alle fluttuazioni demografiche che caratterizzano le arvicole dei campi.

In natura l'Arvicola delle nevi sopravvive mediamente per poco più di un anno; alcuni esemplari sopravvivono al secondo inverno e partecipano a due stagioni riproduttive.
Le "arvicole dei boschi" da alcuni specialisti vengono distinte dal genere Microtus e raggruppate nel genere Pitymys, mentre altri le attribuiscono al genere Terricola, che comprende esclusivamente specie del Vecchio Mondo.

La sistematica di questo gruppo è ancora controversa, così come lo è l'attribuzione di specie a forme ancora in fase di studio ma che si differenziano tra loro per il numero di cromosomi.

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La talpa europea o talpa comune

La talpa (Talpa europaea) è ben conosciuta da tutti, anche se è difficile da vedere, tutti conoscono le tracce che lascia: dei cumuli di terriccio di forma conica che si possono vedere in qualunque ambiente aperto. La talpa è un animale perfettamente adattato a scavare nel terreno e trascorre la maggior parte della sua vita sottoterra. Esce in superficie raramente per andare alla ricerca di erbe e muschi che utilizza per imbottire il nido sotterraneo e compie queste sortite durante la notte. E' diffusa in tutto il mondo con specie quasi sempre adattate alla vita sotterranea; non mancano tuttavia anche adattamenti alla vita acquatica e il rarissimo desman dei Pirenei (Galemys pyrenaicus) e il simile desman russo (Desmana moschata) ne sono un esempio.
In Italia vivono tre specie di talpe, due delle quali - la talpa cieca (Talpa caeca) e quella romana (Talpa romana), sono endemiche del nostro Paese.

La Talpa europea o talpa comune è diffusissima nei prati, ai margini dei coltivi, nelle vigne, nei frutteti, negli incolti sino oltre i duemila metri di quota e ovviamente nei parchi negli orti e ne giardini.
Questo insettivoro alterna periodi di attività ad altrettanti periodi di sosta dedicati alla pulizia del pelo e al riposo. Il nido principale è interamente foderato d'erbe e muschi e collocato in genere tra le radici di un albero o di un cespuglio, a ridosso di un muro o sotto una grossa pietra.
La talpa è un animale solitario ed aggressivo e soltanto durante il periodo della riprodu
Raramente gli home range d'esemplari adulti dello stesso sesso si sovrappongono, dimostrando una spiccata territorialità.zione tollera la presenza dei suoi simili. Nella stagione riproduttiva, che inizia a febbraio, i maschi sono alla frenetica ricerca di una femmina e in questi casi possono sfruttare le stesse gallerie per spostarsi da un territorio ad un altro. La femmina è recettiva all'accoppiamento per 1 o 2 giorni e soltanto in questo periodo tollera la presenza di maschi nel suo territorio. Dopo una gestazione di 4 settimane nascono sino a 4 piccoli, nudi, ciechi e completamente dipendenti dalla madre sino a circa un mese di vita. I giovani diventano indipendenti all'età di 2 mesi e mezzo; è questo il periodo più critico della loro vita, quando scacciati dalla madre, devono andare alla ricerca di un nuovo territorio, compiendo spesso delle sortite all'esterno con il rischio di rimanere vittime di qualche predatore.
La condizione essenziale alla sopravvivenza della talpa è la presenza di abbondanti scorte di cibo, costituite principalmente da lombrichi e secondariamente da larve e crisalidi d'insetti. Essa preferisce quindi vivere in terreni freschi, profondi e ben drenati, dove ovviamente i lombrichi sono più abbondanti. La talpa caccia le sue prede ispezionando almeno tre volte al giorno la fitta rete di cunicoli che scava a vari livelli di profondità. Il suo fabbisogno alimentare è elevato: giornalmente infatti abbisogna per sopravvivere di circa 50 g di cibo (una quan
tità pari alla metà del suo peso). Prima di mangiare un lombrico, la talpa lo decapita e afferrandolo con le zampe anteriori lo strizza e lo tira tra gli unghioni per pulirlo dalla terra e dalla sabbia. Questa operazione si rende necessaria per evitare che terra e sabbia possano consumarle eccessivamente i denti; infatti la causa di decesso più frequente per la talpa è proprio l'usura dei denti e la conseguente morte par fame. Quando incontra un numero elevato di lombrichi la talpa ne cattura una grande quantità, li paralizza con un morso in prossimità del clintello (sede dei centri nervosi) e li conserva vivi in speciali magazzini collocati vicino al nido. Tali scorte saranno utilizzate durante i periodi di scarsità di prede, come nella stagione invernale. Il numero di prede immagazzinate può essere veramente elevato e in alcuni casi sono stati rinvenuti oltre 1500 lombrichi accumulati come scorta.
La talpa è accusata di compiere danni alle attività agricole. In verità essa è esclusivamente carnivora e le rosure delle radici, dei tuberi e dei bulbi di varie piante erbacee o arboree che si verificano con una certa frequenza negli orti e nei frutteti è causata dalle arvicole e non dalla talpa. Occasionalmente, durante le sue attività di scavo, essa può comunque rompere l'apparato radicale di alcune piante. I cumuli di terriccio possono invece costituire un problema da non sottovalutare soprattutto durante lo sfalcio dell'erba. La terra accumulata, oltre che intasare le lame delle falciatrici a motore o rovinare il filo di quelle a mano, può provocare lo sviluppo di fermentazioni anomale nelle balle di fieno: intatti il terriccio che accidentalmente viene inglobato nel fieno durante le lavorazioni meccaniche può favorire il proliferare di batteri responsabili di fermentazioni indesiderate. Inoltre la presenza dei cumuli di terra nei tappeti erbosi dei giardini e dei parchi e soprattutto nei campi da golf è difficilmente accettata! La talpa un tempo era cacciata per la sua folta pelliccia utilizzata per foderare guanti, giacche e cappotti o per confezionare le ciglia finte per signore. Sino a pochi anni fa in alcune contrade esisteva la figura del talparo,un artigiano specializzato nella caccia all'astuto insettivoro. Il talparo offriva la sua opera ai contadini che accusavano danni soprattutto ai prati da sfalcio e sistemava sapientemente delle speciali trappole nei cunicoli delle talpe.
Alcuni usavano invece la vanga, attendendo pazientemente il passaggio del povero animale in un punto preciso e uccidendolo con un secco colpo di badile.
Oggi trappole e veleni specifici sono liberamente venduti e la talpa è considerata un parassita alla stregua di topi e ratti.

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Topi e ratti

Ratti e Topi appartengono alla sottofamiglia Murini, hanno un corpo slanciato con muso allungato, i padiglioni auricolari ben evidenti e sporgenti dalla pelliccia, gli occhi grandi e la coda lunga, nuda e anulata. In Italia troviamo 8 specie, appartenenti ai generi Apodemus, Micromys, Rattus e Mus.

Il topo selvatico (Appodemus silvaticus) è comune nei boschi, tra le siepi, negli incolti così come nei giardini e nei coltivi. Il topo selvatico dal collo giallo (Apodemus flavicollis) è più legato all'ambiente forestale e solo raramente lo si trova nelle zone aperte. Il topo selvatico è presente a quote elevate (occasionalmente lo si rinviene anche al di sopra dei 2000 m), mentre il topo selvatico dal collo giallo più comune nei fondovalle. Questi roditori colonizzino principalmente gli ambienti naturali e solo occasionalmente arrivano ad intrufolarsi all'interno di malghe e abitazioni alla ricerca di cibo e riparo in inverno. Le tane sono generalmente scavate sotto le rocce o tra le radici degli alberi ed imbottite di muschio o foglie secche. I topi selvatici s'arrampicano agilmente sugli alberi e sugli arbusti, sfruttando la lunga coda come bilanciere e non di rado utilizzano anche le cavità degli alberi o i nidi abbandonati dagli uccelli. Topo selvatico e topo selvatico dal collo giallo sono animali dalle abitudini prevalentemente notturne ma che occasionalmente possono essere avvistati anche di giorno. Hanno le zampe posteriori particolarmente sviluppate che gli conferisce un'andatura saltellante. L'alimentazione è molto varia, estremamente adattabile alle diverse disponibilità degli ambienti colonizzati. Sono essenzialmente granivori, si nutrono di semi e frutta, i robusti incisivi permettono loro di aprire facilmente nocciole e faggiole e di strappare le brattee delle pigne per asportare i semi in esse contenuti. Non disdegnano anche le prede animali e gli insetti rappresentano una parte importante della loro alimentazione.
Il topolino delle case o domestico (Mus domesticus) ed i ratti (Rattus), al contrario dei topi selvatici, vivono quasi esclusivamente a stretto contatto col genere umano; le popolazioni "strettamente selvatiche" nelle nostre regioni sono piuttosto rare se confrontate alla numerosità di quelle che convivono con l'uomo. La distribuzione e la diffusione di questi animali è strettamente legata a quella degli insediamenti umani che hanno favorito l'incremento numerico e la diffusione delle specie commensali, direttamente attraverso il loro trasporto e, indirettamente, con modifiche ambientali, scarse pratiche igieniche e l'eliminazione dei predatori naturali.
Al seguito del genere umano il ratto nero o ratto dei tetti (Rattus ratus) ed il ratto norvegico o bruno o surmolotto o topo di fogna (Rattus norvegicus) sono riusciti a colonizzare pressoché tutto il pianeta. Il segreto del loro successo (in particolare di quello del ratto norvegico) sta nella non specializzazione ed al fatto che sono in grado di modificare le proprie abitudini a seconda delle diverse situazioni ambientali. Entrambe le specie si sono originate in Asia, la prima verosimilmente nella regione Malese, la seconda nella Cina settentrionale. Si pensa che il ratto nero sia giunto in Europa al tempo delle crociate e nel continente americano durante le esplorazioni del 16° secolo. Scoperte archeologiche recenti farebbero tuttavia retrocedere la sua presenza nel continente europeo all'epoca romana, se non addirittura alla fine dell'età del bronzo (XI sec. a.C.). Il ratto norvegico non fu conosciuto in Europa fino al 1553 e raggiunse il Nord America solo nel 1775. Deriva il suo nome dall'area geografica dove questa specie fu descritta per la prima volta, pur non trattandosi del suo paese d'origine. Queste specie si sono diffuse attraverso i commerci, in particolare quello marittimo, su tutti i continenti, ad eccezione dell'Antartide. Il ratto nero nelle zone tropicali è molto più comune del ratto norvegico, ma quest'ultimo si è rivelato molto più adattabile nelle zone temperate, soprattutto nelle aree urbane. La sua diffusione ha comportato una considerevole regressione delle popolazioni di ratto nero, che in molte aree è diventato raro fino ad essere considerato una specie in pericolo, com'è accaduto nello stato della Virginia (USA). Queste due specie hanno colonizzato anche numerose isole, con effetti devastanti per l'avifauna, l'erpetofauna e la vegetazione locale. Si è valutato che le due specie di Ratti hanno eliminato da sole una ventina di specie di uccelli e ne hanno sterminate almeno un'altra quarantina.
Il ratto norvegico, noto anche come surmolotto, pantegana o ratto delle chiaviche, si muove prevalentemente al suolo e all'interno degli edifici occupa generalmente i piani inferiori, le fondamenta e gli scantinati. Originariamente colonizzava le rive dei corsi d'acqua dell'Asia e si è successivamente irradiato parallelamente all'espandersi dei canali d'irrigazione e delle coltivazioni di riso. Il legame all'acqua è tuttora evidente, poiché questa specie s'insedia prevalentemente lungo i canali ed i corsi d'acqua, colonizzando anche le reti fognarie. Si tratta di un buon nuotatore, che si cimenta anche in frequenti immersioni. Le popolazioni che vivono lungo i corsi d'acqua possono addirittura specializzarsi nella predazione di molluschi bivalvi, pescati sul fondo, e di cui è possibile rinvenire le conchiglie svuotate ed ammucchiate lungo le rive. Il ratto norvegico è comune anche nelle discariche di rifiuti urbani e ovunque vi siano elevate disponibilità alimentari. Costruisce tane sotterranee, provviste di più uscite, caratterizzate da lunghe gallerie e da camere adibite a nido o con funzione di magazzino per le scorte alimentari. Il ratto norvegico è un animale socievole, che vive in gruppi familiari organizzati secondo una precisa gerarchia. Le colonie stabilizzate sono costituite da maschi dominanti che si spartiscono il territorio e si accoppiano con le femmine che vivono nelle gallerie da essi controllate. Le femmine della stessa colonia condividono le tane e allevano la prole in comune. Quando i giovani maturano sono costretti ad abbandonare la colonia. Nelle colonie non stabilizzate, per lo più costituite da subadulti ed esemplari di bassa gerarchia, non esiste una suddivisione definita dei territori e le femmine in estro sono soggette a successivi accoppiamenti con tutti i maschi presenti. Scontri tra individui avvengono soprattutto per il controllo dei punti d'alimentazione.
Il ratto nero, noto anche con il nome di ratto dei tetti per la sua abilità nel l'arrampicarsi e la sua predilezione a vivere come commensale dell'uomo occupando generalmente i piani più alti delle abitazioni, è diffuso in tutta l'Italia. La specie tipica (Rattus rattus rattus), è caratterizzata da una colorazione del mantello grigio ardesia e nel nostro Paese è assai rara, mentre sono più comuni le due sottospecie R. rattus alexandrinus e R. rattus frugivorus, caratterizzate da una colorazione assai più chiara, grigiastra sul dorso e bianco o bianco crema sul ventre (distinzione dal ratto norvegico non facile). Lo si rinviene allo stato selvatico nelle aree costiere della penisola e sulle isole, dove il clima è più mite. Nel restante territorio vive come commensale dell'uomo in magazzini, soffitte, fienili, pollai, ecc. Può occasionalmente insediarsi anche a quote elevate, ma sempre nei pressi di rifugi o malghe. Si tratta di un agile arrampicatore e allo stato selvatico costruisce il nido, di forma sferica, con rami, muschi e foglie, in posizione elevata su alberi e arbusti. All'interno degli edifici sfrutta crepe nei muri e nicchie tra le travi e le infrastrutture dei tetti. L'organizzazione sociale è simile a quella del ratto norvegico. Sebbene possa essere considerato onnivoro, il ratto nero denota una spiccata preferenza per gli alimenti d'origine vegetale e tende ad accantonare il cibo in depositi.

Il topolino delle case (Mus domesticus) è una specie originaria delle steppe dell'Asia centrale, arrivata in Europa già nel Pleistocene. Attualmente, grazie al trasporto passivo d'esemplari che viaggiano nascosti tra le merci, la sua distribuzione è diventata pressoché mondiale. E' particolarmente abbondante nelle aree agricole, soprattutto dove sono diffuse le coltivazioni di cereali. Quando entra nelle abitazioni umane costruisce il nido dietro le travi, nelle cataste di legna, tra i depositi di cibo e le fessure dei muri e in ogni angolo isolato prossimo a fonti alimentari. Il nido è tappezzato con materiali diversi come stracci e carta. Ha una struttura sociale simile a quella dei ratti ma con aree famigliari di dimensioni più ridotte.
I topi sono animali estremamente prolifici. Il numero medio d'embrioni per femmina oscilla tra 4 e 8 nel topolino delle case e 8-10 nel ratto norvegico. Il ciclo estrale si compie in meno di una settimana. La gestazione dura circa una ventina di giorni. Nella maggior parte dei mammiferi la femmina entra in estro solo dopo che si è concluso l'allattamento dei piccoli. Nei ratti e nei topi, invece, subito dopo il parto le femmine sono nuovamente recettive e possono quindi accoppiarsi. In questo caso l'impianto dell'ovulo nell'utero viene ritardato (mediamente di 4-5 giorni) e lo sviluppo degli embrioni è rallentato. I cuccioli nascono nudi e ciechi, con i padiglioni auricolari chiusi sopra il condotto uditivo, e la loro sopravvivenza dipende dalle cure materne. Dopo 7-10 giorni si ricoprono di pelo e aprono gli occhi. Lo svezzamento avviene nell'arco di 2-3 settimane ed i giovani nati raggiungono la maturità sessuale a soli 2-3 mesi d'età.

Topo selvatico e topo selvatico dal collo giallo possono portare a termine 2-3 cucciolate all'anno, con una media di circa 5 piccoli per nidiata. Le dimensioni delle cucciolate variano in funzione delle condizioni ambientali e delle disponibilità alimentari del momento e dipendono inoltre dall'età della femmina. Le femmine più giovani hanno cucciolate meno numerose. La durata del periodo riproduttivo varia a seconda della quota e dell'andamento meteorologico e sembra essere influenzata da numerosi fattori tra cui il fotoperiodo, le disponibilità alimentari e le interazioni sociali. Ha inizio tra la fine dell'inverno e la primavera e si conclude in autunno. La riproduzione invernale è un evento occasionale, che si verifica in presenza di elevate disponibilità alimentari.
Nelle popolazioni di muridi commensali, in presenza di costanti fonti di cibo, la riproduzione può invece continuare senza sosta durante tutto l'arco dell'anno. Per questo motivo si possono verificare vere e proprie pullulazioni soprattutto di topolino delle case che, insediandosi all'interno degli edifici, non risente nemmeno della variazione climatiche stagionale. Si stima che in condizioni ottimali e presupponendo la sopravvivenza di tutta la prole, nell'arco di un anno da una coppia di topolini delle case si possono originare più di 2000 discendenti. Si tratta tuttavia di un dato puramente teorico, anche perché una femmina raramente raggiunge il 50% del suo potenziale riproduttivo. Tuttavia non sono rari valori compresi tra i 30 e i 50 cuccioli l'anno per femmina. Le femmine di ratto norvegico possono portare a termine fino a 12 cucciolate all'anno!
Topi e ratti sono animali prevalentemente notturni, che concentrano il periodo d'attività nelle prime ore dopo il tramonto. La vista ha quindi un'importanza secondaria nella vita di questi animali. L'olfatto invece è molto sviluppato, e svolge un ruolo essenziale nell'ambito delle relazioni sociali e dell'attività riproduttiva, permettendo ai maschi d'individuare le femmine in estro. I maschi marcano il proprio territorio con urina e feci, ed attaccano altri maschi adulti che ne violino i confini, ma non attaccano le femmine e gli esemplari giovani, che depositano un'urina contenente un feromone che inibisce l'aggressione.
Il tatto è uno dei sensi più sviluppati; peli con funzione tattile sono distribuiti su tutto il corpo, ma i più importanti sono le vibrisse, cioè i lunghi baffi del muso il loro danneggiamento; diminuisce notevolmente le capacità sensitive e di orientamento di ratti e topi, tant'è che solo gli esemplari con vibrisse intatte riescono a diventare dominati nel gruppo. I roditori commensali preferiscano muoversi a stretto contatto con gli oggetti, correndo lungo le pareti delle stanze o a ridosso del mobilio. Questa strategia è utile per coprire un fianco ai possibili predatori e richiede la difesa d'un solo lato. Ma il motivo di questo comportamento non è solo di natura difensiva. E' accertato che, dopo un breve periodo di apprendimento durante il quale un esemplare entra in contatto con gli oggetti che incontra lungo il percorso, esso è in grado di ripercorrerlo orientandosi grazie ai soli stimoli tattili ricevuti. Questo comportamento, noto come tigmotassia, può essere considerato analogo a quello che succede quando un uomo si sposta al buio nella propria casa, muovendosi a tentoni alla ricerca di oggetti noti che gli indichino la sua posizione. Collegato a questo senso ratti e topi possiedono anche la capacità di memorizzare la sequenza di movimenti compiuti e di ripeterli meccanicamente. Unendo queste due capacità, lungo un percorso noto ratti e topi sono in grado, anche al buio, di correre rapidamente, arrampicarsi, saltare e dribblare ostacoli. Una volta acquisita, la ripetizione della sequenza di movimenti diventa talmente radicata che se alcuni ostacoli vengono rimossi dal percorso essi continueranno a muoversi aggirando l'ipotetico ostacolo.

L'udito è molto sviluppato e si estende anche nella banda degli ultrasuoni: i ratti percepiscono suoni fino a 100 kHz e il topolino delle case fino a 90 kHz, mentre il limite di percezione dell'orecchio umano non supera i 20kHz. Essi sono inoltre in grado di emettere ultrasuoni, che sono utilizzati soprattutto per i contatti tra individui, come segnali d'allerta per la popolazione o di comunicazione tra i partner durante la riproduzione e tra madre e cuccioli durante l'allattamento. Sembra inoltre che, analogamente a quanto avviene per i pipistrelli, anche i ratti utilizzino gli ultrasuoni per l'ecolocazione. Alcuni ricercatori ipotizzano che i ratti siano tratti in inganno dall'emissione d'ultrasuoni tra i circuiti elettrici ed i cavi di connessione dei computer, che possono essere scambiati per richiami sessuali o di cuccioli. Per questo motivo talvolta essi si intrufolano nei condotti e, rodendo le guaine protettive dei cavi, causano guasti e corti circuiti.

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Nutria
 

La nutria (Myocastor coypus), detta anche castorino o topo d'acqua, è un roditore di notevoli dimensioni, originario del Sud-America, da dove è stato esportato in diversi paesi a scopo d'allevamento per ottenerne pelli pregiate. Il suo corpo è coperto da una pelliccia folta, di colore marrone sul dorso, rossastra sui fianchi e scura sul ventre, molto soffice, formata da una lanetta morbida da cui escono però numerosi peli lunghi e setolosi. La testa è tarchiata con punta del naso e labbra bianchi, denti giallo/arancio ed orecchie piccole.
Questo animale vive negli ambienti acquatici e palustri in genere, preferisce acque calme e non troppo fredde, per questo i suoi arti posteriori, che sono corti e robusti, hanno dita unite da una membrana. La lunga coda è cilindrica, rivestita da squame e da radi peli setolosi.

Il nutria, o come si usa dire oggi, la nutria, è un ottimo nuotatore che vive sule sponde di laghi, fiumi o paludi, scava tane sotterranee sulle rive, generalmente con l'entrata posta sotto il livello dell'acqua (nella pianura Padana pone le entrate a circa 50 cm sopra il pelo dell'acqua e con un vistoso scivolo verso l'acqua). Si nutre prevalentemente di vegetali (rode le gambe delle canne di mais per far cadere la pannocchia), ma quando è possibile anche di pesci o altri animali. Nella vita in cattività è praticamente onnivoro.
La nutria è un mammifero molto prolifico: la femmina mette al mondo da cinque a dieci piccoli per parto straordinariamente sviluppati, già coperti di pelo e in grado di vedere. Dopo pochi giorni dalla nascita i cuccioli possono seguire la madre all'aperto ed essa li porta in giro attaccati alle mammelle che, fatto molto curioso, sono poste sui fianchi in alto, quasi sul dorso. Ciò permette ai piccoli di tenere il naso fuori del pelo dell'acqua quando succhiano il latte della madre. La nutria è un lontano parente del castoro al quale assomiglia.

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I chirotteri (pipistrelli)
 

In Europa si trovano una trentina di specie di chirotteri, tutte presenti in Italia, ripartite in tre famiglie: Rhinolophidae, Vespertilionidae e Molossidae. Il riconoscimento delle specie in natura è particolarmente difficoltoso e possibile solo con un'attenta osservazione da vicino e con l'aiuto, a volte, di alcune caratteristiche biometriche. La difficoltà nel riconoscimento è provata dal fatto che la corretta identità di alcune specie europee (Plecotus austriacus e Myotis brandtì) è stata confermata soltanto negli ultimi trentanni. In ausilio alla determinazione di individui catturati o trovati morti sono state proposte da diversi autori alcune chiavi dicotomiche (Benedetto Lanza, Noblet e Berthoud, Schober e Grimmberger).

 

Le famiglie presenti in Italia

La famiglia Rhinolophidae è compresa nella superfamiglia Rhinolophoidea (gruppo autoctono paleotropicale), è distribuita esclusivamente nel Vecchio Mondo con 15 specie del genere Rhinolophus. I suoi rappresentanti sono facilmente riconoscibili per l'orecchio privo di trago (carattere in comune con gli Hipposideridae) e le appendici nasali (foglia nasale) con struttura molto complessa. Possiedono un "ferro di cavallo" orizzontale e anteriore, cui fanno seguito posteriormente una sella ed una lancetta (o foglia) verticali, tra loro connesse da una cresta. Questa peculiare conformazione rende i rinolofidi particolarmente abili nell'emissione e nella ricezione degli ultrasuoni.
Le specie europee trovano rifugio generalmente in grotte, caverne e gallerie e talvolta in edifici poco frequentati; l'habitat d'elezione per la caccia è quasi sempre ricco di vegetazione arborea. Nei roost si appendono esclusivamente per i piedi a testa in giù, completamente o parzialmente avvolti nel patagio.

La famiglia Vespertilionidae appartiene alla superfamiglia Vespertilionidea, è la famiglia più ricca di specie (300-400), con l'area distributiva più vasta, e conta rappresentanti in tutte le parti dell'Australia, dell'Africa, delle Americhe e dell'Eurasia (viventi a Nord fino al limite della vegetazione arborea); hanno colonizzato anche le Azzorre, le Galapagos, la Nuova Zelanda, le Samoa e le Hawai. I Vespertilionidi hanno orecchie di varie dimensioni, sempre munite di trago ben sviluppato; il muso non presenta formazioni fogliacee distinte; la coda è lunga, interamente o quasi interamente compresa nell'uropatagio. Il veilo è variamente colorato (grigio, marrone o nerastro). Come rifugio scelgono: caverne, pareti rocciose provviste di cavità riparate, buchi, anfratti e fenditure reperibili nelle varie costruzioni ma anche ripari nel fogliame. Alcune specie migrano, coprendo a volte notevoli distanze. Più della metà delle specie conosciute appartengono ai tre generi: Myotis, Pipistrellus ed Eptesicus; il primo e l'ultimo sono cosmopoliti, mentre il secondo non è presente in Sud America.
La famigha Molossidae ome la precedente è inclusa nella superfamiglia Vespertilionoidea ed ha una distribuzione vastissima. Conta circa 80 specie (in Europa è presente la sola specie T. teniotis). Morfologicamente si distingue dai Vespertilionidi per la coda libera dall'uropatagio per un lungo tratto e per le ali notevolmente più strette. La maggior parte delle specie è insettivora.
I Molossi si sono specializzati nella rapida caccia aerea agli insetti coprendo anche notevoli distanze. Emettono ultrasuoni dalla bocca; talvolta le emissioni rientrano nel campo dell'udibile. La caratteristica conformazione delle ali strette e lunghe, nonché la coda libera dal patagio, riducono il peso complessivo e permettono un volo più rapido; inoltre, la particolare disposizione delle orecchie e degli occhi offre un vasto campo di ricezione. Diverse specie di Tadarida e Nyctinomops cacciano con successo, e per lunghe distanze, nelle regioni aride; presentano una vera e propria specializzazione nel l'intercettazione e nella cattura di determinate prede (ad esempio le termiti).
La maggior parte dei Molossidi è in grado di muoversi sul terreno, camminando velocemente. I posatoi sono per lo più rappresentati da caverne, fessure che si aprono in pareti rocciose e, qualche volta, anche da alberi cavi o abitazioni. Si rifugiano entro fessure estremamente strette; in alcune specie la struttura del cranio è particolarmente adattata a questi ambienti essendo sufficientemente appiattita.





  

 

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Bibliografia:

- I chirotteri italiani, di Lorenzo Fornasari, Carlo Violani e Bruno Zava.

- Insettivori e piccoli roditori del Trentino, di Roberta Locatelli e Paolo Paolucci, Collana naturalistica della Provincia Autonoma di Trento, Servizio Parchi e Foreste Demaniali.

- Uccelli d'Europa, di Bertel Brunn e Arthur Singer, casa editrice Mondadori.

- Guida Pratica all'Ornitologia, di Rb Hume e Peter Haiman, casa editrice I.S.B.N.

- Birdwatching, di A. Van Den Berg, T. Van Der Have, G. Keijl, D. Mitchell, casa editrice DeAgostini.

- Uccelli, di Gianfranco Bologna, casa editrice Mondadori.

- La Caccia, di Kurt G. Blüchel, casa editrice Gribaudo Könemann.

- Nuovo Atlante degli Uccelli Nidificanti in Provincia di Treviso, a cura dell'Associazione Faunisti Veneti, curato da Francesco Mezzavilla e Katia Bettiol.

- Ali, di Giuseppe Frigo, Fabio Garbin, Paolo Spigariol, casa editrice Magnus.

- Atlante Ornitologico, di Ettore Arrigoni degli Oddi, casa editrice Hoepli.

- Gli Uccelli d'Europa, casa editrice Fratelli Melita.

 


 

 

  

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